falso come un grande amore

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Non ricordo più dove, ma in uno dei suoi libri Giorgio Manganelli raccontò una storia legata alla sua adolescenza, che demoliva un luogo comune molto diffuso sulla scrittura. Si trattava di un insegnamento, che un suo professore di italiano delle scuole medie impartì a tutta la sua classe. Manganelli, che è stato a sua volta un maestro, seppur del registro antifrastico, cioè di quella scrittura che dice il contrario di ciò che sembra, lo recepì infatti in negativo, e ce lo trasmise per il verso giusto: come un monito. Non era stato l’unico, e neppure il primo, a ben vedere. Ricordo per esempio una lettera di FlaubertLouise Colet (del 27/2/1853) che diceva più o meno le stesse cose (sulla temperatura della scrittura, la mano fredda); sta di fatto che il Manga l’ha detta a modo suo, in quel modo inconfondibile che aveva e che era connaturato al suo carattere antipedagogico.

La questione dunque era questa: un giorno, dopo aver letto ai suoi allievi la poesia d’amore di un classico italiano dell’Ottocento, forse temendo che gli studenti si sentissero piccoli e insignificanti di fronte alla grandezza di quei versi immortali, il maestro del Manga volle rassicurarli dicendo che presto anche loro avrebbero scritto pagine memorabili, perché presto si sarebbero anche loro innamorati. Non so che effetto fecero quelle parole ispirate sul nostro, cioè se capì subito o gli ci volle un po’ per realizzare che era una cretinata. Se era molto giovane forse all’inizio ci credette, in fondo era incoraggiante e consolatorio come insegnamento, e pure molto democratico. Solo gli spaiati convinti potevano adontarsi della cosa, per tutti gli altri c’era speranza di entrare prima o poi nei libri di testo e nella memoria collettiva. Comunque l’importante è che il Manga ce l’abbia detto, e con forza. No, non è vero, la condizione dell’innamorato non è particolarmente propizia alla scrittura, anzi, è paragonabile a quella di un ossessivo compulsivo logorroico e monomaniaco che asfissia chiunque incontri con un solo argomento tolemaico, essendo assolutamente convinto che la sua bella e il loro rapporto siano al centro dell’interesse generale.

Ecco, lo scrittore innamorato di un’idea è altrettanto noioso e verboso. Socialmente è una piaga, parla solo di quello, la vede ovunque, qualsiasi cosa faccia o gli capiti gliela ricorda, insomma pensa che al mondo non ci sia altro e non gli basta solo pensarlo, vuol pure convincere tutti con la lucidità e l’obiettività di un seguace di Scientology che fa proselitismo. Per lui è una sorta di “teoria del tutto”, come quella celebre di Stephen Hawking, un’equazione capace di spiegare ogni cosa. La seconda delle Mantova Lectures di Baricco, che potete vedere qui, ne è un esempio plastico. Illustra il concetto di storytelling attraverso Alessandro Magno e tante altre storie tipo il libro di un’amante di Hollande, e lo fa con dei toni da invasato che non convincono affatto, e in alcuni punti irritano pure. La bella di cui Baricco è innamorato pazzo è la parola “storytelling”, che viene ripetuta e associata alla qualunque, come un avverbio per un calciatore. A un certo punto ne dà una definizione che vorrebbe essere lirica e arguta ma è solo esilarante, e rende bene l’idea del delirio di cui è preda. Dopo una lunga pausa ad effetto piena di orgoglio per la trovata, che generosamente ascrive a un brainstorming di spiriti eletti come il suo, sentenzia con tono grave: “Sfila via i fatti dalla realtà: quel che resta è storytelling“. Sembra Crozza che imita Baricco, invece è lui in persona che non si accorge di essere diventato la propria caricatura. Ora, capisco che quello dello storytelling sia un discorso pro domo sua, perché considerarlo il software del mondo (mentre i fatti sarebbero solo l’hardware) significa implicitamente sentirsi una specie di burattinaio potentissimo (e forse l’aver fatto da spin doctor a Renzi ha contribuito a convincerlo di essere un collega di Aristotele, di appartenere alla categoria dei precettori dei grandi) che plasma la futura classe dirigente del Paese nelle aule della scuola Holden, però un minimo di equilibrio e senso delle proporzioni non guasterebbe, almeno che qualcuno lo riportasse alla realtà, a quell’hardware che tanto disdegna. Altrimenti finisce come nella storia della cometa (ne parla verso il 46° minuto), quando racconta che anni fa Scalfari gli chiese un articolo sul suo passaggio ravvicinato alla Terra e lui accettò, ma il fondatore di Repubblica lo voleva subito, prima del giorno ufficiale, e all’obiezione di Baricco che fosse troppo presto replicò: “La cometa passa quando lo diciamo noi“. All’apparenza qui Baricco fa l’ingenuo, quello che non aveva capito nulla, anche perché sa che i detrattori lo accusano di essere un megalomane, e infatti lascia il merito a Scalfari, lo definisce “un genio” per questo potere di persuasione capace di modificare perfino il tragitto di un corpo celeste, ma lui è socio a tutti gli effetti di quel club esclusivo, non per niente riferisce che Scalfari disse “noi” e fece scrivere a lui il pezzo.

E anche la forma del discorso era fastidiosa. E’ ritornata la sua vocazione immobiliare, col verbo “abitare” declinato in mille modi (“abitare un destino“, abitare una lingua“) tranne quello usuale. Poi avrò contato quasi un centinaio di versetti e grugniti da fumetto (dal che si capisce perché gli piaceva tanto l’appunto di Walter Benjamin su Mickey Mouse che citò ne I barbari) a contrappuntare le varie sentenze, tutto un ammicco, un gigioneggiare, un’esibizione di prim, putupum, ratatà, frush, puf, come se l’Alessandro piemontese tendesse a una persuasione occulta da linguaggio non verbale, comprensiva di smorfie e gesti di accompagnamento tipo fare spallucce, strabuzzare gli occhi, aggrottare la fronte, quelle cose che si fanno giusto nei dialoghi dei romanzi. Insomma, l’ho trovato appannato e manierato come affabulatore, rispetto a quando scriveva i primi Barnum e conduceva i programmi in tv, forse perché allora era innamorato soltanto di se stesso.

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Una Risposta to “falso come un grande amore”

  1. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 7 aprile 1999 – Quando leggo che fra le lacrime di coccodrillo per la morte dell’editore Giulio Einaudi ci sono anche quelle di Alessandro Baricco, e che il suo coccodrillesco lacrimare consiste, innanzitutto, nel ricordare quel libro Einaudi che porta il titolo di Antologia di Spoon River, io, ricordando che quel libro piaceva tanto alla mamma, e a me invece no, considerando che in questa divergenza di opinioni « letterarie » da qualche tempo mi capita di pensare che si riassuma molto di quello che è accaduto fra mia madre e me, penso che ormai è venuto il tempo di decidere se il fatto che è andata come è andata – cioè malissimo – è colpa dell’Antologia di Spoon River, della mamma, dell’editore Einaudi, di Alessandro Baricco o solo mia, cioè di me. “.

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