l’ultimo Piero

nativ

La sua arte è un lento e inarrestabile processo di rarefazione semantica, come se l’avvicinarsi alla morte lo spingesse a desistere dalla ricerca di un senso nelle cose. Nella pala di Brera il fulcro della composizione è un vuoto: l’assenza della moglie del duca di Montefeltro, Battista Sforza, appena defunta, è simboleggiata dal suo santo omonimo. E nell’ultima sua opera, la Natività incompiuta di Londra, ogni dettaglio è talmente incongruo da rendere inquietante e anomala tutta la scena. A partire dall’ambientazione disadorna, che sembra più una scelta che non l’effetto della malattia agli occhi che gli impedì di rifinirla. E per un artista come lui il paesaggio non era solo un semplice sfondo, ma un organismo vivo che dialoga coi personaggi ritratti e contribuisce a definirli. Poi lo squallore della tettoia disastrata che poggia su un rudere, il bimbo abbandonato in mezzo alle sterpaglie, la madre lontana e quasi assente. Pure l’asino ragliante, e i tre uomini a lato, improbabili come contadini in adorazione, uno che fa il gesto di indicare il cielo, l’altro in una posa sconveniente, con le gambe accavallate seduto su un trespolo. E gli angeli in coro, così teatrali nella loro fissità, nella loro estraneità alla scena. No, non è la sua solita atarassia.

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