Archive for novembre 2016

le storie degli amori sbagliati

novembre 21, 2016

cata

I fell in love…“. Iniziano tutte allo stesso modo le storie anonime che accompagnano gli oggetti esposti nel Museo delle Relazioni Interrotte di Los Angeles. Poi in genere spiegano dove, come, con chi e che illusioni crearono quei rapporti nascenti. Il finale invece è implicito, nessuno racconta in dettaglio quando il sogno s’interruppe e per quale motivo, come se non fosse più questione di responsabilità da accertare, ma solo di archiviare il dolore e ricominciare da capo, dopo aver donato tutto ciò che resta di quell’amore.

tendenze

novembre 21, 2016

vog

I nuovi trend della bellezza: il look neanderthal.

gossip letterario

novembre 20, 2016

go

Il gossip letterario è il genere che preferisco, vorrei leggerlo anche dal barbiere.

l’arte secondo me

novembre 19, 2016

eminbed

anestetico vs estetico = addormentare/intorpidire vs svegliare/scuotere

l’eterno ritorno

novembre 19, 2016

stree

“Il ritorno alla narrativa di X”. Lui è tornato, sì, ma lei non era in casa.

la maleducazione della grandezza

novembre 18, 2016

uovo

Nel 2006 andai a vedere una mostra su Andrea Mantegna a Padova, per il cinquecentenario della sua morte, e sul catalogo trovai una frase di Lawrence Gowing, riportata da Sgarbi, che mi colpì molto. Diceva: “come tutti i grandi artisti, Mantegna ci dà delle buone ragioni per detestarlo”. Ricordo che mi informai in rete su Gowing, di cui non sapevo nulla, e scoprii che era a sua volta un pittore, oltre che un professore di arte, e che aveva pronunciato quella frase provocatoria nel 1992, in occasione di un’altra mostra su Mantegna organizzata dalla Royal Academy of Arts londinese. Su google trovai i suoi quadri, che ricordavano un po’ Lucian Freud, ritratti di uomini e donne molto spogli, tristi e boring. Pensai allora a l’angoscia dell’influenza di cui parlò Harold Bloom, il peso schiacciante della tradizione, cose così, poi mi venne in mente Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, la sua insofferenza verso le vette artistiche e anche verso i grandi musei che le ospitano, “i lager dei capolavori”, come li chiamava Manganelli. Ma dopo molto rimuginare ora credo che ciò che indispone tanto della grandezza sia essenzialmente il suo carattere coercitivo e coercitivo, il fatto che ci intimi di ammirarla, che ci voglia trasformare in uno stuporoso punto esclamativo.

Qualcosa del genere diceva un personaggio di Ernesto Sabato, in un brano de Il tunnel:

«Fu a tavola che la donna magra mi chiese di nuovo quali fossero i miei pittori preferiti. Citai svogliatamente alcuni nomi: Van Gogh, el Greco. Mi guardò ironica […] Poi aggiunse: “A me non piacciono quelli troppo importanti. Ti dirò che quei tipi come Michelangelo o el Greco mi disturbano. È talmente aggressiva la grandezza, la drammaticità! Non credi che sia quasi maleducazione? Io credo che l’artista dovrebbe imporsi il dovere di non essere mai esibizionista. Mi indignano gli eccessi di drammaticità e di originalità. Penso che essere originali consista in un certo modo nell’evidenziare la mediocrità degli altri, cosa che mi sembra di dubbio gusto. Credo che se io dipingessi o scrivessi farei cose che non richiamerebbero in nessun modo l’attenzione».

è la scienza, bellezza!

novembre 17, 2016

lott

Tempo fa vidi questa mostra a Castel Sant’Angelo. Mi interessava un piccolo quadro di Lorenzo Lotto che era stato scoperto per caso da Massimo Pulini. Acquistai il catalogo e vi si diceva che la santa casa di Loreto non fu smontata mattone per mattone a Betlemme e poi rimontata a Loreto, ma che c’erano prove scientifiche del fatto che fosse stata trasportata nelle Marche dagli angeli.

migrant chic

novembre 17, 2016

ai-weiwei vanessa-beecroft

La nuova frontiera dell’impegno: affidare a Vanessa Beecroft l’allestimento scenografico al Madison Square Garden dell’ultima collezione di Kanye West, il rapper marito di Kim Kardashian che ha fatto sfilare un migliaio di modelli su un palco ispirato a un campo profughi, e si è guadagnato così l’approvazione della guru dell’alta moda Anna Wintour, che ha battezzato questo nuovo stile “migrant chic“. E infine i gommoni rossi di Ai Weiwei, appesi sulla facciata di palazzo Strozzi a Firenze.

il museo degli amori sbagliati

novembre 16, 2016

mbr

Una volta si diceva che solo gli amori che non sono successi durano tutta la vita. Ora anche quelli che sono successi hanno qualche speranza di eternarsi. L’importante è che siano finiti male, meglio se con recriminazioni e rimpianti, e soprattutto che un oggetto che li rappresenta sia esposto al Museum of Broken Relationships. Se sta lì, in bella vista, allora tutti i sentimenti che l’hanno accompagnato continueranno a vivere nel ricordo dei visitatori, e quella storia d’amore si ramificherà nella loro fantasia.

Questo museo curioso l’ho scoperto per caso su una guida turistica di Los Angeles. Chiara doveva andare in California per lavoro e voleva che le consigliassi qualche posto speciale, sapendo che ci avevo vissuto nel lontano 1997. Così, per aggiornarmi un po’, mi son messo a sfogliare un baedeker sui luoghi più cool della città, quel tipo di libro che dice che per conoscere un posto devi girovagare senza meta perdendoti nelle sue strade e al contempo ti propone un decalogo di cose imperdibili. Fra queste ce n’erano alcune molto note ma successive al mio soggiorno americano, come la Walt Disney Concert Hall progettata da Frank Gehry nel 2003, ed altre meno ovvie di cui non avevo mai sentito parlare, come appunto il Museum of Broken Relationships situato al 6751 di Hollywood boulevard.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la sua ubicazione, cioè il fatto che un museo simile, concepito come un omaggio ai sogni infranti, sia stato fatto proprio a Hollywood, nella fabbrica dei sogni per antonomasia. Ma l’idea stessa di un museo di questo tipo mi è sembrata brillante, originale e nuova, non a caso è stato aperto solo quest’anno. Mi piace il contrasto fra la pesantezza del contenitore e l’impermanenza del contenuto, la collaborazione del pubblico che deve prestare le opere e raccontare a cosa alludono, il suo potenziale infinito…

Per certi versi ricorda la banca della memoria che s’inventò Saverio Tutino, l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, perché anche lì si custodiscono tante storie autobiografiche di persone anonime. Nel Museum of Broken Relationships c’è quel che resta degli amori sbagliati, una collezione di oggetti donati dai separati, ognuno col suo carico di dolore e speranze e ognuno accompagnato da un breve testo che spiega il senso di quella fine. L’allestimento è diviso per ambienti tematici. La prima stanza riguarda le relazioni a lunga distanza che non hanno funzionato, e ci sono fazzoletti, biglietti del treno, sacchetti per il vomito del tipo che danno in aereo, con le istruzioni su cosa fare in caso di emergenza, che è esattamente quello che manca nei rapporti sentimentali. La seconda stanza si intitola “capricci del desiderio”, e raccoglie feticci di relazioni interrotte presto, ancora nel fuoco della passione: sex toys fallici, manette pelose e pure un reggicalze mai messo, ma che “forse se l’avessi indossato a quest’ora staremmo ancora assieme”, come ha scritto la sua ex proprietaria. Poi viene la stanza “rage and fury”, la rabbia e il furore, quella delle separazioni tempestose, dove campeggia un’ascia appesa al muro simile a quella di Shining, che servì a una donna per distruggere il mobilio del fidanzato che la tradì e abbandonò. E qui il pensiero va a Lorena Bobbit, al coltello da cucina che usò per evirare il marito fedifrago, che però non c’è perché il museo non cerca la ribalta dei grandi casi di cronaca nera, ma preferisce le storie comuni, di tutti i giorni, invitando implicitamente chi si aggira fra quegli oggetti a pensare anche ai propri di oggetti, alle cose che suggellarono le proprie separazioni.

Io per esempio ci ho pensato su e credo che per il rapporto con Cinzia darei una videocassetta. L’aveva fatta fare mia sorella, e vi erano riversati tutti i filmini super8 di noi bimbi con papà e mamma, in vacanza al mare o in piscina all’Edilnord. Erano tanti spezzoni sgranati e muti, accompagnati da una musichetta anni 70 terribile, di quelle da ascensore. Durava circa un’ora ed era effettivamente noiosissima, ma quando una sera la vedemmo io e Cinzia, e poco dopo lei cominciò a russare sul divano, lì mi fu chiaro che non c’entravamo niente. Lei sapeva l’importanza di quel video, erano gli unici ricordi animati di mio padre, anzi gli unici ricordi animati della mia famiglia unita, e sapeva quanto ci tenevo, dato che era stata lei stessa a insistere per vederla insieme, e invece finì che la guardai da solo, giustamente, perché certi regolamenti di conti non si possono condividere.

Per la storia con Nicole invece darei una bottiglia di vino. Niente di prezioso o particolarmente raffinato, un semplice Santa Cristina oppure un Sangiovese da supermercato, cioè il tipo di vino che beveva la sera in casa, da sola, dato che io sono astemio. Sceglierei il vino perché quando la beccai con un altro – un piccoletto senz’arte né parte – e le chiesi incazzato cosa ci trovasse in quello sgorbio, lei rispose che con lui poteva bere vino, che considerava una specie di comunione mistica per spiriti eletti, da cui ovviamente io ero escluso.

L’unica cosa che non mi convince del museo è il logo, la scritta spezzata, troppo scontata e didascalica. L’avessi scelto io avrei indicato un fazzoletto, come quelli delle relazioni a lunga distanza, che si agitano alla stazione e con cui ci si asciugano le lacrime. Quello è il simbolo perfetto delle separazioni, non per niente è centrale pure nella storia di Otello e Desdemona, l’amore tragico per eccellenza. Una relazione che non aveva niente di sbagliato, e che tuttavia finì male lo stesso, per un equivoco fatale che portò alla rovina due sposi devoti e fedeli, alludendo così all’inevitabile ambiguità del linguaggio amoroso, che è l’espressione delle persone reciprocamente più vicine ed estranee del mondo: gli innamorati.

juta

novembre 15, 2016

bur

Burri mi piace un sacco.