Archive for novembre 2016

colleghi dinieghi

novembre 9, 2016

nab

Nel 1961, quando assegnarono il Premio Formentor ex aequo a Borges e Beckett, un giornalista chiese a Nabokov che ne pensasse dei due vincitori, e lui rispose: “Borges non l’ho mai letto, Beckett, sfortunatamente, sì“.

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accoppiamenti giudiziosi?

novembre 8, 2016

mazarine

Io mi annoto sempre che negozi ci sono sotto le case dove abitavano i miei miti letterari. Per esempio a fianco al portone del civico 10 di rue Dombasle, l’ultima dimora parigina di Walter Benjamin, ci sono un centro estetico che fa la depilazione col laser e un pet shop.

qualche motivo per amare il Guercino

novembre 7, 2016

guerc

Il Guercino mi piace perché era un po’ sfigato, col suo strabismo che divenne il suo soprannome. Poi perché era un tenerone, e infatti a volte lo si vedeva piangere da solo in chiesa mentre guardava un dipinto – non suo – particolarmente toccante. Poi perché fu accusato di copiare (“pesca le mie idee“) da quello sborone di Guido Reni (a proposito di una Cleopatra che riprenderebbe una sibilla del Reni). E perché i suoi quadri sono diversi da tutti gli altri. I quadri normali vanno guardati, i suoi ti guardano. Magari ogni tanto azzardano degli accostamenti cromatici da daltonico, però cercano sempre il dialogo con lo spettatore, lo coinvolgono nel gioco (tipo la Susanna e i vecchioni del Prado), parlano a lui e di lui come solo i grandi di quel periodo facevano (cioè Velazquez). Poi perché solo lui poteva decorare una Camera dei sogni (nel Palazzo Ducale di Sassuolo, con Marte Venere e Cupido). Ah, e infine perché inventò i prezzi fissi, un tariffario valido per tutti, senza distinzione fra civili e religiosi, come si evince dal suo trentennale libro dei conti.

l’ottimismo

novembre 7, 2016

square

Mi piace ricevere mail che annunciano un reading poetico con l’avvertenza “ingresso libero fino ad esaurimento posti“.

l’ultimo Piero

novembre 6, 2016

nativ

La sua arte è un lento e inarrestabile processo di rarefazione semantica, come se l’avvicinarsi alla morte lo spingesse a desistere dalla ricerca di un senso nelle cose. Nella pala di Brera il fulcro della composizione è un vuoto: l’assenza della moglie del duca di Montefeltro, Battista Sforza, appena defunta, è simboleggiata dal suo santo omonimo. E nell’ultima sua opera, la Natività incompiuta di Londra, ogni dettaglio è talmente incongruo da rendere inquietante e anomala tutta la scena. A partire dall’ambientazione disadorna, che sembra più una scelta che non l’effetto della malattia agli occhi che gli impedì di rifinirla. E per un artista come lui il paesaggio non era solo un semplice sfondo, ma un organismo vivo che dialoga coi personaggi ritratti e contribuisce a definirli. Poi lo squallore della tettoia disastrata che poggia su un rudere, il bimbo abbandonato in mezzo alle sterpaglie, la madre lontana e quasi assente. Pure l’asino ragliante, e i tre uomini a lato, improbabili come contadini in adorazione, uno che fa il gesto di indicare il cielo, l’altro in una posa sconveniente, con le gambe accavallate seduto su un trespolo. E gli angeli in coro, così teatrali nella loro fissità, nella loro estraneità alla scena. No, non è la sua solita atarassia.

l’arte della stroncatura

novembre 5, 2016

ros

Un giorno un giovane aspirante compositore si presentò a Gioacchino Rossini tutto imbarazzato e speranzoso chiedendogli un parere sui propri spartiti. Rossini accettò, li guardò con attenzione per pochi interminabili secondi e poi sentenziò: “c’è del nuovo e c’è del bello, ma ciò che è nuovo non è bello, e ciò che è bello non è nuovo“.

il quinto quarto

novembre 4, 2016

Francoforte, Germania

Sette mesi durò l’avanti e indietro fra Milano e Roma. Un weekend scendevo io, il weekend dopo saliva lei, finché un bel giorno lanciai il cuore oltre l’ostacolo e traslocai definitivamente nella capitale. In mezzo tanti treni, sigarette, bed & breakfast (che a casa sua c’era il bambino), messaggini e cene fuori. Le cene per me erano ogni volta una sofferenza. Io speravo in qualche bella trattoria ignorante, e invece appena sbarcavo a Termini lei aveva già prenotato in un ristorante etnico, tipo il vietnamita, l’indiano, o l’etiope. Il mio esotico era la cucina burina dell’agro romano, il menu della metropoli paesana, cioè la carbonara, l’amatriciana, la gricia, la cacio&pepe, e poi la lingua, la pajata, la coratella, la coda alla vaccinara.

Non sapevo che questi secondi piatti si chiamassero “il quinto quarto”. Quando me lo dissero fu una rivelazione. Non avevo ancora messo a fuoco del tutto ma già intuivo la potenza di quell’espressione. Il quinto quarto mi ricordava un po’ lo standard jazzistico Take five, basato su un anomalo ritmo in cinque quarti inventato dal batterista Joe Morello; o il dipinto di Pelizza da Volpedo Il quarto stato, che voleva dare corpo a un ceto sociale emarginato e non rappresentato; o ancora il film di Spike Lee La venticinquesima ora, che parla del tempo dell’illusione e della speranza, di qualcosa che è costitutivo e che eccede, come un gesto che ti appartiene e insieme ti trascende.

Il quinto quarto alimentare che scoprii a Roma sono le frattaglie, le parti meno nobili della bestia, quello che normalmente si butta perché considerato senza valore. Poi un giorno qualcuno, ma un qualcuno molto in là nel tempo, perché l’usanza pare risalire addirittura agli etruschi, e agli antichi romani con certezza, quel qualcuno per risparmiare s’inventò dei piatti con gli scarti degli altri, e alla fine uscirono pure buoni e saporiti.

Oggi di carne ne mangio poca, e spero di riuscire a rinunciarci del tutto prima o poi. Però la passione per il quinto quarto non mi ha abbandonato, e mi accompagna da quando neppure conoscevo quell’espressione, che per me è una specie di filosofia di vita, una visione del mondo. Per orientarsi servono i quattro punti cardinali, le città sono spartite nelle griglie rassicuranti dei quartieri, ma poi c’è tutto quello che sfugge alla topografia ordinaria, al bisogno di collocarsi e di significare.

Il quinto quarto è la collezione tessile patchwork, che negli anni Novanta realizzavamo con i campionari di tessuto che i produttori buttavano quando rinnovavano le loro collezioni, l’unica buona idea che ebbi da arredatore. Il quinto quarto è Stoner, lo scialbo personaggio cucinato con maestria da John Williams, un professore universitario talmente anonimo e passivo che solo “pochi dei suoi studenti serbarono di lui un ricordo nitido“. Il quinto quarto è Il povero suonatore di Franz Grillparzer, che si stupisce quando gli chiedono di raccontare la sua storia perché non pensa di averne una, non crede che il succedersi dei suoi giorni sia qualcosa di sensato e interessante come “una storia”. Il quinto quarto è il pedinamento del fantasma di Dora Bruder, che Patrick Modiano riesce a scrivere in bianco e nero, come fosse l’interrogazione di un vuoto. E’ Mohammed Sceab, il giovane egiziano che si tolse la vita nella stanza della pensione parigina che condivideva con Ungaretti, e del quale quest’ultimo diceva “forse io solo so ancora che visse”. Il quinto quarto sono le mani in negativo dipinte nelle grotte rupestri del Paleolitico, quelle che non s’imprimono ma si tolgono, che invece di affermare una presenza alludono a un destino d’ombra che è loro e anche nostro, ma che soltanto noi possiamo dire. Il quinto quarto sono Olga Kraus, Bianca Kovacs, Etelka Kisfaludi, le ignote pazienti del sanatorio di Kierling che divisero la stanza con Kafka durante le sue ultime settimane; è quello che succede quando non succede nulla, come diceva Perec; e sono tutte le vite inavvertite, la mia, la tua, quella di mia madre che finì ad agosto e tutte quelle che scompaiono ogni giorno nell’indifferenza generale ma dureranno lo stesso nel tempo, al di là dell’encomiabile sforzo di ricordarle e salvarle dall’oblio, perché come diceva Vladimir Jankélévitch “colui che è stato non può più non esser stato, e proprio questo è il suo umile viatico per l’eternità“.

one man flop

novembre 3, 2016

ascesso

Mi sa che a furia di dire “fate pure come se non ci fossi“, il mondo mi ha preso in parola.

Proust sul lungotevere

novembre 2, 2016

rothk

Recupera il tempo perduto“, intima il cartellone pubblicitario di una scuola privata sul lungotevere dei Mellini.

(foto di Nicola Bertini)

oblioteca

novembre 1, 2016

spre

Mia madre non ci ha lasciato niente di prezioso. I pochi oggetti di valore che le restavano li aveva regalati a noi figli o se li era venduti a suo tempo per integrare la modesta pensione di reversibilità di mio padre che morì a 55 anni, solo due più di quanti ne abbia io adesso. L’unica cosa sua che ora vorrei qui con me è lo spremiagrumi elettrico Scaroni. Quando le feci visita per l’ultima volta a Torrelles, a fine giugno, glielo trovai in cucina e mi venne in mente che una vita fa era stato mio. L’avevo preso nel 2000 coi punti al Gigantino di via Porta Lodi, un supermercato nel centro di Monza, vicino a dove abitavo e avevo il negozio. Andavo spesso a far compere lì con Nicole, la mia fidanzata dell’epoca. Quel supermarket era il più piccolo di una catena di enormi mall presenti in tutta la Lombardia, da cui il curioso ossimoro del nome, come se un tipo alto 1.55 lo si chiamasse “il nanone”. Ci piaceva la routine serale della spesa insieme, finita la giornata lavorativa, per scegliere cosa cucinare. A furia di andarci accumulammo parecchi punti e lo prendemmo senza pagare una lira. Ci sembrò di aver fatto un affare, uno spremiagrumi di plastica che valeva al massimo 10.000 lire, come regalo per aver speso almeno un paio di milioni nell’arco di un anno nello stesso negozio. Però lo usammo tanto, soprattutto io. In inverno quasi ogni mattina le facevo una spremuta di arance prima che andasse in ufficio, era il simbolo del nostro viver sano.

Non so come finì in Spagna. Probabilmente da lì lo portai nella casa di via Toti, e poi in quella di via Raiberti, dove venne a stare anche mia madre nel 2009 per la convalescenza dopo il primo ciclo di chemio, e da dove infine io partii per venire a Roma. A giugno, quando glielo trovai in cucina, le chiesi se le era utile, e mi disse di sì, che anche lei si faceva spesso la spremuta. Era ancora perfettamente integro. La sua misera plastica ne aveva viste tante in sedici anni e ben quattro traslochi.

Oggi non mi serve, ne ho un altro più nuovo, però mi piacerebbe tenerlo lo stesso. Non si merita la discarica, e poi è stato un testimone muto e fedele della mia vita e di quella di mia madre. Magari esiste la memoria degli oggetti, e questo spremiagrumi conserva un po’ dell’energia delle mani che lo usarono e degli sguardi che vi si posarono sopra. A me basterebbe guardarlo ogni tanto per ricordare. Ricordare significa richiamare al cuore.