Archive for dicembre 2016

Buona fine e buon inizio

dicembre 31, 2016

ma6

Fra poche ore finirà il 2016. In teoria dovrei essere contento di archiviare quest’anno di merda, il più brutto della mia vita, l’anno in cui è morta mia madre, eppure un po’ mi spiace di lasciarlo andare. Il 2016 è stato sì l’anno in cui è morta, ma anche l’ultimo anno della sua vita, e domani, nel 2017, dovrò dire “l’anno scorso è morta mia madre“, come di un evento remoto, sbiadito dal passare del tempo. Invece quest’anno è morta ma è stato anche l’anno in cui l’ho vista spesso, proprio perché sentivo che la sua fine era imminente, e per sette mesi lei c’è stata, lo ha vissuto, commentato, detestato per il suo aspetto terminale, e in alcuni momenti ci si è pure aggrappata con le forze residue sperando in qualche miracolo impossibile. A volte questo la rendeva triste e malinconica, pensierosa come in quella foto rubata che le feci sul dondolo, in cui dava l’idea di una solitudine inscalfibile, a volte invece ci scherzava su, e io ho cercato di starle vicino, nella sua casa, per parlare, farle compagnia, mentre lei mi diceva ma esci un po’, ti annoierai, e invece restavo per guardarla e imprimermi nella memoria i tratti del suo viso, il suono della sua voce, i suoi gesti quotidiani, perché temevo di scordarmela presto com’è successo con mio padre, che ogni tanto guardo nelle foto e stento a riconoscerlo come fosse un estraneo; e le chiedevo della sua giovinezza, di prima che si sposasse, di quando non era mia madre, cercavo d’immaginarla come una ragazza qualsiasi, una bella mora piena di sogni e paure che partì da una baracca sulla spiaggia di Barcellona e che lì è tornata ottantatrè anni dopo, con le sue ceneri.

Buona fine e buon inizio!”, auguravano oggi le cassiere del Carrefour. Ma non tutto ricomincia subito dopo essere finito. Non la morte di una madre, per esempio. Però bisogna tirare avanti lo stesso, far buon viso a cattivo gioco, perché il mondo non aspetta nessuno, e dopo le parole di circostanza ti volta le spalle e prosegue il suo corso. Morto un anno se ne fa un altro, sì, e domani anche il 2016 finirà nei libri di storia, con le sue piccole e grandi tragedie, le sorprese i progetti le illusioni i lutti, tutto tranne i nostri sensi di colpa, che ci seguono fin nella tomba.

la domus dei tappeti di pietra

dicembre 24, 2016

domus

Nel 1993, durante gli scavi per la realizzazione di un parcheggio nel centro di Ravenna, hanno trovato il più esteso edificio privato di epoca bizantina. Le stratificazioni erano diverse, riguardavano case dal 1600 al 1300, poi un’abitazione medievale, una necropoli dell’VIII  e IX sec., quindi il complesso bizantino, che comincia nel V sec. e prosegue per tutto il VI sec., più sotto un impianto termale del III sec., e prima ancora un edificio di epoca augustea. La cosa più rilevante della domus bizantina è il mosaico con la splendida danza delle stagioni, eseguita con paste vitree e tessere d’oro, dove risaltano il verde del mantello che avvolge l’inverno, il rosa albicocca della tunica della primavera e i violacei dei grappoli d’uva dell’autunno. I mosaici coprono una superficie di 700 mq. Il proprietario doveva essere un alto funzionario imperiale con notevoli contatti con Bisanzio. Da lì infatti provengono i disegni in base ai quali fu eseguito il mosaico della danza delle stagioni, che secondo gli esperti deriva sicuramente da un dipinto bizantino, un quadro a cavalletto di origine ellenistica (ecco perché sembra più antico di quel che è). La rappresentazione è insolita. Generalmente le stagioni danzano in fila, perché il tempo ha uno sviluppo lineare, qui invece si muovono con un girotondo, e filosoficamente alludono al ritorno ciclico del tempo. L’edificio alla fine bruciò, ma ci sono rimasti i suoi tappeti di pietra, come li chiamava Federico Zeri, che fu fra i primi ad ammirarli.

Forse, di tutti i possibili soggetti artistici, quello del ciclo delle stagioni o dei mesi è il mio preferito, ne avrò visti a decine. Quello dipinto nel Castello del Buonconsiglio a Trento, con la prima rappresentazione pittorica della neve nel mese di gennaio; quello di Schifanoia, la delizia estense a Ferrara, commissionato da Borso d’Este a Cosmé Tura, Francesco del Cossa ed Ercole de Roberti, con anche i riquadri zodiacali; quello scultoreo di Benedetto Antelami nel Battistero di Parma; quello sbalzato sulla patera romana di Parabiago, il gioiello del museo archeologico milanese, per altri versi così povero di opere; quello del pavimento musivo della Cattedrale di Otranto e tanti, tanti altri, che non mi stanco mai di rivedere perché sotto sotto spero che sia vera la storia del tempo ciclico (a differenza di Woody Allen).

l’uomo e il posto ideale

dicembre 23, 2016

pienza_piazza_duomo

L’atmosfera metafisica, quell’aura dechirichiana che si respira nelle città ideali, dalle tavolette di scuola pierfrancescana alla piazza dei tre poteri di Brasilia fino al centro di Pienza, mi suscita ogni volta un senso di agorafobia e mi dà l’impressione di essere totalmente refrattaria a qualsiasi presenza umana, come se le sue geometrie purissime esigessero il deserto. La città ideale la fa l’uomo ma non è fatta per l’uomo, deve essere vuota e pure muta, perché nel vuoto i suoni non si propagano, come nello spazio siderale, dove anche i drammi più violenti si consumano in perfetto silenzio.

matrimoni falliti

dicembre 22, 2016

zabriskiepointvalley

Us and them dei Pink Floyd era stata scritta come colonna sonora del film Zabriskie Point di Antonioni, ma al regista non piacque perché la giudicò troppo triste.

tipi di case

dicembre 19, 2016

meerror

Com’è la sindrome di Colombo? Che tu cerchi una cosa e alla fine ne trovi un’altra che ti interessa di più? Beh, ieri sfogliavo un mio vecchio taccuino alla ricerca di una citazione, quando mi sono imbattuto in un indirizzo: via fratelli Bandiera 23. C’era scritto solo il nome della strada e il numero civico, ma io sapevo a cosa si riferiva, cioè a quale città e a quale persona, così sono andato a riguardarmelo su street view di Google Maps e sono stato travolto dai ricordi. Era il 2006, dieci anni fa esatti. Lì, in quel palazzetto di Brescia a dieci minuti a piedi da piazza della Loggia abitava una ragazza che mi piaceva da morire. Non era una bellezza canonica. Era bionda e con un seno procace, ma aveva il naso aquilino, portava l’apparecchio come un’adolescente e camminava un po’ curva, e tuttavia la trovavo incredibilmente sexy. Nella stessa pagina del taccuino annotai che alle due di notte del 20 ottobre 2006 eravamo a letto svegli in quella casa quando ci fu il terremoto dalle parti del Lago di Garda. Ricordo che avevamo appena fatto l’amore sul suo futon e ci stringemmo un po’, ma più per scherzo che per paura. La terra non aveva tremato molto, e comunque ero a letto abbracciato a lei, cosa mi poteva capitare di brutto? Il nostro fu un rapporto davvero tellurico, pieno di scosse improvvise e assestamenti precari, tanto che ci prendemmo e lasciammo diverse volte, e il tutto durò al massimo un anno. Un giorno scoprii che aveva un blog semiclandestino tipo diario, su cui scriveva del piacere di correre, la sua passione, o di manifestazioni per i diritti delle donne, o dell’oroscopo di Rob Brezsny o di problemi sul lavoro, che non capii mai bene quale fosse però c’entrava con l’ambiente, ed io lo seguivo di nascosto anche se non parlava mai di me. Fra noi c’era una grande attrazione fisica, la notte i nostri corpi nudi si cercavano e parlavano con estrema naturalezza, come se non avessero desiderato altro per tutta la vita, ma appena fuori dalle lenzuola calava un gelo implacabile. I suoi begli occhi azzurri, così fiduciosi e brillanti di fronte ai miei nella penombra, alla prima luce del sole si spegnevano, e quando incrociavano i miei esprimevano indifferenza e a volte fastidio, come fossi un estraneo importuno da liquidare al più presto. Io non mi spiegavo quella schizofrenia, la nostra intesa orizzontale e il suo mutismo ostile al risveglio, poi quando cambiò casa capii. Era un appartamento in affitto su due piani, proprio come il precedente. Le piacevano così, cucina e soggiorno sotto e zona notte mansardata con bagno sopra. Lei era molto impegnata in circoli femministi, lotte per la parità di genere e l’emancipazione, ma la notte voleva l’uomo tradizionale, il maschio alfa, amava la sottomissione, con posizioni e turpiloquio che la facessero sentire presa, più che compresa. Le case in cui abitava riflettevano le sue due anime, e di giorno cambiava atteggiamento nei miei confronti perché non riusciva a vedermi come il complice di un gioco innocuo ed eccitante, ma come il testimone scomodo di una debolezza imbarazzante. Forse è da allora che faccio attenzione alle case degli scrittori o degli amici. Spesso i dettagli architettonici illuminanti sulla personalità di chi ci vive non sono così evidenti ed eloquenti, ma ci sono, bisogna solo osservare con attenzione. Come le case di Dostoevskij, che sceglieva sempre ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, come notò qui Mario Vargas Llosa.

Ginevra

dicembre 15, 2016

pattern natura

La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice. Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)

identificazioni

dicembre 12, 2016

musil

Se fossi il personaggio di un romanzo, sarei il protagonista del capolavoro di Musil nell’edizione spagnola

censure necessarie

dicembre 11, 2016

scal

Quando vado a Castiglione della Pescaia, nella casa che affittiamo da tre anni per le vacanze d’agosto, non mi porto mai dietro dei libri da leggere perché li trovo già lì. La maggior parte sono di arte e archeologia, dato che la proprietaria era una sovrintendente alle belle arti della Toscana, ma ci sono pure parecchi romanzi e saggi. Fra questi ultimi la scorsa estate ne ho preso in prestito uno di Eugenio Scalfari, di cui non avevo mai letto niente prima, e mi sono imbattuto in una autocitazione di 5 pagine. In pratica in quel libro l’autore a un certo punto si mette a parlare di un altro suo libro, e per rinverdire la memoria del lettore affezionato inserisce un brano di quello vecchio lungo appunto cinque pagine. L’autocitazione in sé non è sempre riprovevole. Succede un po’ come per le citazioni: c’è chi le usa per sottolineare il procedere collettivo del sapere e chi come principio d’autorità, l’ha detto un genio e non si discute, il famoso ipse dixit. Scalfari opta per l’ipse dixit, solo che l’autorità indiscutibile nel suo caso è lui stesso, come chi parla di sé in terza persona. Non mi era mai capitato prima, anzi, a dirla tutta non pensavo neppure che fosse possibile una cosa del genere, almeno non con un editore serio, e in quel caso si trattava di Einaudi. Nel senso: l’ego ipertrofico degli scrittori può arrivare a tanto, ma al momento dell’editing dovrebbe scattare il semaforo rosso, la censura, perché l’idiozia va censurata, nell’interesse di tutti. Un libro non è solo dell’autore, è anche un titolo di un catalogo, un pezzettino della reputazione dell’editore. Se all’autore non frega nulla dei lettori, l’editore intervenga almeno per tutelare se stesso.

vendette

dicembre 9, 2016

cicerone

La gente si vendica quando le fai i favori, diceva Céline. Lo sperimentò sulla propria pelle Cicerone. Il grande avvocato difese in tribunale Popilio dall’accusa di parricidio e riuscì con la sua fine oratoria a farlo assolvere. Anni dopo, finito nelle liste di proscrizione di Ottaviano Augusto, Cicerone incontrerà come sicario proprio quello stesso Popilio, che così passò dall’uccisione (impunita) del padre a quella (ancora impunita) del patrono e patrocinante.

delusioni

dicembre 8, 2016

angu4

Aria di feste. Quando arriva il ponte dell’Immacolata la città si elettrizza, una coltre di luminarie e desideri riempie le strade e i marciapiedi. I negozi rigurgitano sacchetti infiocchettati, gli adulti imprecano nel traffico e i bambini guardano stupiti ed eccitati tutto quel casino. Io da piccolo facevo il countdown sotto l’albero. La sera mi ci accucciavo sotto e dicevo: “domani è un giorno in meno”, senza sospettare che è sempre così, e che non è una cosa bella. Guardavo le palle colorate e le lucine intermittenti e mi aspettavo che da un momento all’altro si sprigionasse qualche magia incredibile. Poi arrivò la doccia fredda della consapevolezza. Fu come questa foto, il ritratto di un incantesimo rotto. Ricordo ancora la delusione quando scoprii che Babbo Natale era mio padre. Si comincia così, e non si finisce più di deludersi.