l’originalità a tutti i costi

solitudine

In questa serata di exit poll e previsioni per il referendum mi è tornata in mente la storia di Norma. Norma è una chimera, il sogno dei sondaggisti, una casalinga di mezza età che vive in una cittadina dell’Ohio, cioè uno degli stati sempre in bilico fra repubblicani e democratici il cui voto spesso decide l’elezione del Presidente USA. Questa donna incarna alla perfezione il pensiero, i gusti e le idiosincrasie dell’americano medio, al punto che un bel giorno se ne rendono conto anche gli istituti di ricerche e analisi di mercato, e da allora invece di telefonare a un campione di persone rappresentativo chiamano sempre e solo lei. Così all’improvviso Norma riceve un sacco di telefonate per conoscere le sue preferenze su tutto, dai programmi televisivi ai detersivi, i cibi, libri, film, partiti politici. Il motivo è semplice: sapere chi voterà lei alle elezioni presidenziali significa sapere con sicurezza chi vincerà. Stesso discorso per gli articoli dei grandi magazzini o per quelli che si vogliono lanciare sul mercato, cioè se sia meglio puntare su un sapone per lavatrice con la profumazione alla lavanda oppure su uno al limone. Con Norma non si sbaglia, non c’è incertezza, quello che ama lei piacerà anche alla maggioranza dei suoi concittadini. Il problema è che presto si stufa di essere importunata tanto dai sondaggisti, e giustamente se ne lamenta, finché un giorno uno di loro le rivela le ragioni di quel pressing telefonico. Tutti vogliono sapere le sue preferenze perché Norma è l’americano medio, quella maggioranza silenziosa a volte così difficile da interpretare proprio per i suoi giudizi istintivi che somigliano molto a dei sommovimenti biliari. La rivelazione la sconvolge, come avesse visto Bellerofonte. Ma come? Lei così comune, così media? No, non può essere. Allora s’arrabbia, protesta con veemenza, rivendica la sua unicità, la sua diversità da tutti gli altri, e alla fine il sondaggista impietosito ritratta.

Perché mi piace la storia di Norma? Perché spiega benissimo la stupidità e l’arroganza di una superstizione molto diffusa in tutti i campi, e che in letteratura è uno dei tratti distintivi degli scribacchini (Cortazar diceva:”el prurito de originalidad a toda costa que cualquier buen escritor ignora olimpicamente“).

Faccio un esempio. Ottobre 2011. Torno a Milano dopo un anno e mezzo dal mio trasloco a Roma. L’occasione è la presentazione del mio primo libro, Il nome giusto, e ne approfitto per vedere dei vecchi amici. Uno di loro è un ricercatore di filosofia. Sin dai tempi della laurea si specializzò nello studio di un filosofo-scienziato tra Sei e Settecento, una figura minore ma corrispondente epistolare di tutti i grandi pensatori europei dell’epoca, come Leibniz. Il mio amico è il massimo esperto al mondo di quel filosofo minore, e sta curando l’edizione critica del suo sterminato epistolario. Il progetto editoriale prevedeva cinque volumi complessivi, e in trent’anni ne ha pubblicati tre, quindi si può proprio dire che è il progetto di una vita, qualcosa che durerà quanto lui.

Bene, con lui ed altri due amici stiamo andando a piedi in un ristorantino di via Paolo Sarpi. C’è un bel sole, si chiacchiera del più e del meno. All’incrocio con via Bramante mi fermo un attimo per fotografare con lo smartphone un vecchio e anonimo altarino della memoria fissato a un cartello stradale. Sono solo dei fiori e la foto sbiadita di un ragazzo, niente di più. Il mio amico ricercatore mi chiede che faccio e allora gli racconto la mia fissa per questi tabernacoli stradali, il fatto che li fotografo da tanti anni. Non so spiegare bene le ragioni di questa fissa. Forse mi piace il loro camuffarsi per strada, il fatto che sono testimonianze di morti, anzi di morti violente, non recluse in quei lager che sono i cimiteri, ma disseminate nella quotidianità, dove camminiamo tutti i giorni, e mi piace anche la loro discrezione, l’assenza di enfasi, e poi che mi lasciano libero d’immaginare che storia c’è dietro a ognuno di loro, chi erano quelle persone, cosa facevano, come sono morte. Lui mi guarda perplesso, poi si avvicina all’orecchio e, scusandosi, mi dice con imbarazzo, come se mi stesse avvertendo che ho un residuo d’insalata fra i denti, che aveva già letto da qualche parte di questa ossessione, insomma che ne ha già parlato qualcun altro. Non è solo mia la passione per gli altarini, non sono il primo ad interessarsene. E accenna a una mostra fotografica, che in seguito scoprirò su Google essere stata allestita nel bergamasco poco tempo prima. Gli rispondo che non m’importa, che ciò che conta è lo sguardo, e passiamo oltre. Più tardi, in albergo, mi ricorderò che il protagonista del mio primo romanzo aveva una passione simile, cioè quella di ascoltare varianti degli standard jazzistici, tipo venti versioni diverse di Night and day, o di What a difference a day makes. È come si riesce a modulare in tanti modi diversi la stessa nota, la cosa che più mi affascina. E c’è pure la fidanzata del protagonista, che gioca a posare come le Madonne annunciate del Rinascimento: quella seduta, quella in piedi, quella ritrosa, quella spaventata, quella che non s’è accorta dell’irruzione dell’angelo…

A Roma, a palazzo Altemps, in questi giorni c’è una mostra che vorrei vedere. È su Antinoo, il bel ragazzo greco amato dall’imperatore Adriano. Sono esposti tre suoi ritratti scultorei. Un’altra mostra che mi attirava era quella su San Sebastiano che organizzò Vittorio Sgarbi. Dal san Sebastiano di Jusepe de Ribera, che sembra un ragazzo di vita pasoliniano, al languido efebo di Raffaello, fino allo scugnizzo in slip di Antonello da Messina, quanti modi esistono per rappresentarlo? Io ne vidi di recente uno vestito in una catacomba e rimasi quasi scandalizzato. Sono la stessa cosa perché sono tutti San Sebastiano? Sono poco originali gli artisti che vollero cimentarsi con quel soggetto dato che lo avevano già fatto tanti altri in passato?

Insomma, l’originalità è il come, non il cosa, o meglio il come è il cosa, e occuparsi per tutta la vita di un filosofo minore non fa di noi delle persone distinte più di quanto lo faccia il tifare per il Milan, così come non c’è bisogno di protestare a gran voce la propria originalità se qualcuno ci accusa di avere gusti banali, perché nessuno è fatto con lo stampino e non esistono due impronte digitali uguali. Perfino la povera Norma, dal nome così emblematico, era a suo modo speciale, anzi unica, per la sua capacità di parlare a nome dei più.

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Una Risposta to “l’originalità a tutti i costi”

  1. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 9 novembre 1998 – Non sono un grand’uomo, anzi sono molto più piccolo di quanto abbia mai avuto il coraggio di ammettere. Ci sono moltissime cose che non capisco e anche di più che non ho voglia di capire. Non ho ideologie – non ne ho mai avute, anche se qualche volta è sembrato il contrario -, non ho neanche idee, tantomeno idee fisse; non ho rancori – anche se qualche ragione per averne qualcuno potrei anche avercela -; non ho progetti – non ho mai saputo elaborare concretamente un qualsiasi « piano » per il raggiungimento di un qualsiasi scopo -; non ho neanche grandi desideri – ossia qualcosa avevo: avevo delle speranze, anzi grandi speranze, « Great expectations », come si intitola quel libro che, quasi quarant’anni fa, comprai nell’edizione in lingua originale ripromettendomi di leggerlo e, leggendolo, apprendere meglio quell’originale lingua non mia – comprarlo, a quei tempi, per un ragazzo, era un gesto un po’ « originale » -, ma poi non l’ho mai letto, ho continuato a aspettare, ho continuato a sperare di riuscire a farlo, ma, ormai ne sono sicuro, non lo farò mai più. E questo non mi piace. Perché, forse, la speranza – l’expectation, l’attesa – che, anche senza che lo si dica, è sempre « grande » – era tutto. Una minuscola cosa e un’immensa felicità. “.

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