tipi di case

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Com’è la sindrome di Colombo? Che tu cerchi una cosa e alla fine ne trovi un’altra che ti interessa di più? Beh, ieri sfogliavo un mio vecchio taccuino alla ricerca di una citazione, quando mi sono imbattuto in un indirizzo: via fratelli Bandiera 23. C’era scritto solo il nome della strada e il numero civico, ma io sapevo a cosa si riferiva, cioè a quale città e a quale persona, così sono andato a riguardarmelo su street view di Google Maps e sono stato travolto dai ricordi. Era il 2006, dieci anni fa esatti. Lì, in quel palazzetto di Brescia a dieci minuti a piedi da piazza della Loggia abitava una ragazza che mi piaceva da morire. Non era una bellezza canonica. Era bionda e con un seno procace, ma aveva il naso aquilino, portava l’apparecchio come un’adolescente e camminava un po’ curva, e tuttavia la trovavo incredibilmente sexy. Nella stessa pagina del taccuino annotai che alle due di notte del 20 ottobre 2006 eravamo a letto svegli in quella casa quando ci fu il terremoto dalle parti del Lago di Garda. Ricordo che avevamo appena fatto l’amore sul suo futon e ci stringemmo un po’, ma più per scherzo che per paura. La terra non aveva tremato molto, e comunque ero a letto abbracciato a lei, cosa mi poteva capitare di brutto? Il nostro fu un rapporto davvero tellurico, pieno di scosse improvvise e assestamenti precari, tanto che ci prendemmo e lasciammo diverse volte, e il tutto durò al massimo un anno. Un giorno scoprii che aveva un blog semiclandestino tipo diario, su cui scriveva del piacere di correre, la sua passione, o di manifestazioni per i diritti delle donne, o dell’oroscopo di Rob Brezsny o di problemi sul lavoro, che non capii mai bene quale fosse però c’entrava con l’ambiente, ed io lo seguivo di nascosto anche se non parlava mai di me. Fra noi c’era una grande attrazione fisica, la notte i nostri corpi nudi si cercavano e parlavano con naturalezza, come se non avessero desiderato altro per tutta la vita, ma appena fuori dalle lenzuola calava un gelo implacabile. I suoi begli occhi azzurri, fiduciosi e brillanti di fronte ai miei nella penombra, alla prima luce del sole si spegnevano, e quando incrociavano i miei esprimevano indifferenza e a volte fastidio, come fossi un estraneo importuno da liquidare al più presto. Io non mi spiegavo quella schizofrenia, la nostra intesa orizzontale e il suo mutismo ostile al risveglio, poi quando cambiò casa capii. Era un appartamento in affitto su due piani, proprio come il precedente. Le piacevano così, cucina e soggiorno sotto e zona notte mansardata con bagno sopra. Lei era molto impegnata in circoli femministi, lotte per la parità di genere e l’emancipazione, ma la notte voleva l’uomo tradizionale, il maschio alfa, amava la sottomissione, con posizioni e turpiloquio che la facessero sentire presa, più che compresa. Le case in cui abitava riflettevano le sue due anime, e di giorno cambiava atteggiamento nei miei confronti perché non riusciva a vedermi come il complice di un gioco innocuo ed eccitante, ma come il testimone scomodo di una debolezza imbarazzante. Forse è da allora che faccio attenzione alle case degli scrittori o degli amici. Spesso i dettagli architettonici illuminanti sulla personalità di chi ci vive non sono così evidenti ed eloquenti, ma ci sono, bisogna solo osservare con attenzione. Come le case di Dostoevskij, che sceglieva sempre ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, come notò qui Mario Vargas Llosa e qui Giorgio Dell’Arti a proposito della sua casa fiorentina.

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