un Caravaggio inedito

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Allora, succede questo. L’altro giorno rispolvero un mio vecchio taccuino, addirittura del 2002/2003, e in mezzo a pensieri patetici e lacrimosi, perché mi ero appena separato, ho trovato alcuni appunti su una bella mostra che vidi all’anteprima per la stampa, dato che in quel periodo scrivevo per le pagine culturali del quotidiano La Sicilia. La mostra si intitolava La Celeste Galeria, si svolgeva a Mantova, e ricostruiva la mitica collezione d’arte che i Gonzaga raccolsero nell’arco di più di un secolo e che venne venduta e smembrata nel 1626. In sintesi era esposta una specie di antologia, 200 quadri riuniti sui 2000 che furono un tempo.

Sul moleskine mi ero appuntato poche cose. Una solenne castroneria pronunciata da Giuliano Urbani, l’allora ministro dei Beni Culturali, durante il discorso di inaugurazione, quando disse che quell’esposizione smentiva il luogo comune secondo cui il Rinascimento fu una questione solo toscana. Poi la conferma che le grandi collezioni che ammiriamo estasiati come fossero l’espressione di un mecenatismo illuminato, in realtà non di rado furono costituite con metodi spregiudicati o illegittimi, grazie a minacce, ricatti e confische. E infine una notizia inedita su Caravaggio che ancora oggi, a distanza di quasi tre lustri, sembra restare tale, perché è pressoché assente dalle tante biografie, cataloghi, mostre e documentari (come quello in dodici puntate di Tomaso Montanari in onda su Rai5, La vera natura di Caravaggio, che però non è ancora finito) a lui dedicati.

Bon, lo scoop è il seguente. I Gonzaga avevano diversi emissari e osservatori sparsi per tutta la penisola alla ricerca di opere che soddisfacessero la loro bulimia d’arte, e fra loro intercorreva una fitta corrispondenza concernente annunci di vendite, prezzi da concordare, aste. Uno di questi fiduciari, Ottavio Gentili, ambasciatore ducale a Napoli, incaricato di trattare l’acquisto della collezione di Matteo di Capua Principe di Conca, al riguardo il 3 luglio 1607 scrisse a Vincenzo Gonzaga:

Ho messo sotto sopra tutti li amici che so in questa città per essere preferito à tutti in vendere et accappare le pitture, paramenti, argentarie et altre cose belle del già signor Principe di Conca […], ma essendo questo negotio di pittura e non essendo mio mestiero, e non sapendo di chi fidarmi in questa città, e poi che V.A. conosce bene come si tratta qui credo non saria male se però sarrà approvato da V.A. che venisse sin qui il signor Pietro Paulo fiammingho che è a Roma, per vedere se questi quadri sono originali o coppie, però intanto io li andarò a vedere, et andarò meco Michael Angelo Caravaggio, che ha fatto quel quadro grande che V.A. ultimamente à comprato in Roma et avvisarò il suo parere“.

Pietro Paulo fiammingho naturalmente è Rubens, e il quadro grande di Caravaggio è La Morte della Vergine, che proprio Rubens consigliò ai Gonzaga quando fu rifiutato dai committenti. Ma la notizia incredibile è quella su Caravaggio esperto d’arte, che deve valutare e periziare la pregiata collezione del palazzo di Vico Equense, comprendente dipinti sia contemporanei che antichi di altissimo livello. Quindi, nonostante la vulgata lo volesse fuggiasco e sconvolto per la condanna capitale in seguito all’assassinio di Ranuccio Tomassoni, e sebbene lo si sia sempre considerato un pittore istintivo, non particolarmente colto e competente (tant’è che non eseguiva disegni preparatori e che possedeva solo dodici libri), il Merisi, pochi giorni prima di salpare per Malta, girava tranquillamente per dimore nobiliari di Napoli a esaminare autenticità e valore di opere d’arte di pregio in qualità di consulente di uno dei Signori più potenti e ricchi dell’epoca. Ora, io sono un appassionato del Caravaggio, ma ovviamente non ho sott’occhio tutte le pubblicazioni che lo riguardano, per cui può essere che mi sia sfuggita la sua menzione in monografie documentate, però credo sia innegabile affermare che questa notizia circoli molto poco, e forse vale la pena chiedersi il motivo. La mia impressione è che la si omette perché contrasta con la banalizzazione della formula facilmente digeribile dell’artista maledetto, con la quale ormai tutti siamo abituati a raffigurare il Caravaggio. Lui non può che essere quel rissoso, irascibile e carissimo puttaniere che ogni suo biografo contemporaneo, a partire dal suo nemico amatissimo Giovanni Baglione, ci ha tramandato, e che noi stessi abbiamo replicato abbastanza acriticamente nelle sue rappresentazioni più oleografiche, dal film di Derek Jarman alla fiction televisiva con Alessio Boni; come se l’imbalsamazione di un’artista nel suo ritratto ufficiale servisse principalmente a dispensare l’umanità dall’avere delle idee proprie, e, chissà, forse anche una vita interiore tout court.

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Una Risposta to “un Caravaggio inedito”

  1. acabarra59 Says:

    “ 25 marzo 1994 – « Stava per iniziare la grande diretta televisiva del Palio. il percorso, diversamente dal solito, era attraverso tutta la città, che veniva mostrata come non l’avevo mai vista, splendida nella giornata di festa, dal bravissimo teleregista. « Porta San Paolo », ad esempio: chi se n’era mai accorto che ci fosse? Corrado invece, che era con me davanti al televisore, sì. (Questo sogno è il sogno « della vista ». Per una parte è storia: verso i sedicianni io « scoprii » Siena. Profittando delle indicazioni dei miei nuovi amici, – quelli che per semplificare chiamo sempre « gli architetti » – io me ne andavo in giro a piedi o in bicicletta, incontrando chiese, vicoli, scorci per me assolutamente inediti. Facevo anche fotografie, esploravo musei. Sono stati anni felici, pieni di sole, innamorati, appassionati. Le oscurità – e la saggezza « cattiva » (« captiva ») – degli anni d’infanzia furono dimenticate in un attimo. Ero libero, liberissimo. Poi c’è un aspetto simbolico. « Porta San Paolo » mi fa pensare a San Paolo, ovviamente, e in particolare alla sua conversione, e di seguito al dipinto di Caravaggio che, come è arcinoto, si trova qui a Roma a Santa Maria del Popolo e che non molti anni fa ho rivisto e considerato. Credo di aver pensato allora che il pittore aveva giocato sull’ambiguità del messaggio: il soldato che giace a terra tramortito potrebbe essere stato abbattuto dalla vista della enorme massa bianca abbagliante del cavallo, o forse la stupefacente visione è frutto del suo sogno, forse l’uomo disteso sta dormendo e sognando la grande bestia luminosa (il cavallone sarebbe una sorta di « fumetto »). Forse « convertirsi » è « vedere » qualcosa. Forse in quegli anni luminosi, abbaglianti, io, l’incredulo, vidi e credetti. “

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