Archive for febbraio 2017

teoria della cospirazione

febbraio 28, 2017

cy

“Die Rose ist ohne Warum, la rosa es sin porqué, leemos en un libro de Angelus Silesius. Yo afirmo lo contrario, yo afirmo que es imprescindible una tenaz conspiración de porqués para que la rosa sea rosa” (J. L. Borges)

Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

cortazar-en-ginebra-1955

Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

ritornare sui passi degli altri

febbraio 27, 2017

23L’ultima volta che è uscita dalla Spagna fu nel 2015. Andò qualche giorno a Milano, ospite di mia sorella, e io le raggiunsi per il weekend. Un sabato di maggio freddo e ventoso coi nuvoloni scuri visitammo l’EXPO. Era verso il tramonto, cenammo nel padiglione spagnolo con una paella scipita dopo un po’ di coda, e poi vedemmo i giochi d’acqua e di luce dell’albero della vita. Lei era felice. Si sentiva bene e ci vedeva tutti assieme; io sempre con la faccia sofferente e scocciata, non so neanche perché. Domenica girammo per il centro, fino a San Lorenzo, e davanti alle colonne mia sorella ci scattò questa foto.

Ci sono tornato poi a Milano. A fine settembre 2016, due mesi dopo la sua morte. E fra le varie cose sono andato anche lì, in corso di porta Ticinese. Cercavo il punto esatto della foto, controllavo con l’immagine che avevo sullo smartphone, volevo posizionarmi nello stesso luogo di allora. Non era difficile, avevo i punti di riferimento del tombino, i pilastrini con le catene, le piastrelle sul marciapiede e la prospettiva delle colonne. Insomma, alla fine l’ho trovato. Ho atteso due minuti che una giovane coppia che chiacchierava e fumava se ne andasse e poi mi ci sono installato, ho occupato la stessa porzione di spazio, identica, precisa, le gambe divaricate, il piede sulla giuntura della piastrella, la mano sinistra in tasca, tutto come allora, tranne lei ovviamente. I pedoni mi guardavano strano, non capivano le ragioni di quella sosta dato che non stavo telefonando o altro, e per giunta guardavo un muro, davo le spalle al monumento importante, finché dopo un paio di minuti ho lasciato perdere e mi sono spostato. Non sentivo niente. Non so neanche cosa mi aspettassi di sentire stando lì fermo, ma in ogni caso non sentivo niente. La verità è che non c’è traccia del passaggio delle persone nei luoghi che hanno attraversato. Lo spirito dei luoghi, il famoso genius loci, sono tutte puttanate new age. Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, e neppure si è due volte la stessa persona che si immerge, per fortuna o per disgrazia. L’oblio è un mostro vorace che non risparmia niente, o un prete compassionevole che concede l’assoluzione a chiunque. Eppure, nonostante questa consapevolezza, continuo a visitare i luoghi delle persone care. Ogni volta li cerco, siano i miei familiari o gli scrittori che ho amato, sperando sempre di invertire la lancetta, di rivivere qualcosa del passato. A volte lo faccio pure con gli estranei, gente di cui non so nulla, ma che per qualche strano motivo mi ha colpito, e di solito è uno sguardo e la sua relazione con un luogo quello che mi attrae; come ad esempio questa pescivendola romana del 1895 che osserva con diffidenza il fotografo Alinari che la sta immortalando in largo Monte d’oro, vicino all’Ara pacis.

pesciv

Sia la finestra dietro l’uomo col cappello che la vetrina del panettiere sono ancora lì, quei due palazzi e quell’incrocio sono cambiati poco in più di un secolo, compresi i sanpietrini sconnessi. Il punto esatto dove stanno loro non potevo più occuparlo, perché ora ci sono delle bancarelle di un mercato fisso, ma in ogni caso il segreto di quello sguardo da gitana resta impenetrabile. Le fotografie sono così, sembrano dirti tutto e invece ti tacciono l’essenziale. A un massimo di evidenza realistica, di oggettività, di eloquenza, corrisponde un silenzio profondo, enigmatico, esplicito nel suo mutismo, un silenzio che non si lascia neppure sondare. Ogni immagine chiede di essere immaginata, perché raccoglie un istante perduto nel tempo ma ci restituisce solo la sua carcassa inerte, il mero involucro. Tutto vi è sepolto per sempre per fare spazio a ciò che verrà, come pare che funzionino i sogni secondo le più recenti teorie scientifiche.

c’erano una volta le torri gemelle

febbraio 25, 2017

favole

Trump l’oeil

febbraio 24, 2017

lie

(un graffito di bambi in Cross street, a Islington, Londra)

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

il ciuf

febbraio 22, 2017

ciuf

I momenti perfetti li riconosci subito perché ti danno l’ebbrezza del ciuf, cioè di quando a basket la palla che hai tirato entra nel canestro accarezzando la rete e facendo appunto quel rumore soffice, il ciuf, come di uno sfioramento affettuoso. Nessun rimbalzo sull’anello, nessuna goffaggine, o approssimazione, o tocco o suono metallico o fastidiosa vibrazione del tabellone, solo il ciuf dell’entrata esatta, millimetrica, calibrata, non ulteriormente migliorabile, il suono della perfezione come un soffio leggero. Nella mia testa, sebbene io sia un imbranato in questo sport, quando gioco ogni mio tiro fa quella fine, segue quella traiettoria precisa e s’infila naturalmente nel canestro, mentre in realtà la palla manca spesso il bersaglio, o addirittura lo supera, o magari va direttamente in braccio al mio avversario per una ripartenza che mi castigherà impietosamente, come se la vita si burlasse delle mie aspirazioni e mi ribadisse ogni volta che un conto è ciò che vorrei, e tutt’altro è ciò che succede. Però il ciuf esiste, capita di rado ma esiste, perfino per uno come me.

Uno di questi momenti perfetti, in cui tutto va per il verso giusto e tu ti senti in pace e in armonia col mondo, magari stando nel posto più estraneo e distante da casa tua, mi capitò in Turchia, precisamente a Konya, la patria dei dervisci rotanti, un agosto di nove anni fa. Ricordo che una guida turistica un po’ allarmista sconsigliava di avventurarsi da soli per le sue strade, per la forte presenza di musulmani integralisti, e la mia compagna timorosa volle che restassimo in camera la sera. Però l’indomani mi alzai presto, mentre lei ancora dormiva, e uscii dall’hotel incamminandomi per un viale alberato deserto sotto il canto degli uccelli padroni della città, e all’improvviso tutto splendeva, la sveglia del muezzin, i minareti svettanti, lo sguardo fiero del mendicante in piazza, la crosta dorata del pane caldo appena sfornato, come un inno gioioso alla vita.

E un altro ciuf mi capitò in Puglia, a Ostuni, anche quella volta in vacanza. Eravamo due coppie di amici, due coppie affiatate nell’estate del 2001. Allora non erano ancora cadute le torri gemelle, c’erano le lire ed eravamo tutti milionari. Ricordo che a cena, nella cucina della masseria che avevamo preso in affitto, si discuteva appassionatamente del G8 di Genova, ci atteggiavamo a rivoluzionari antisistema nonostante il mutuo e i 38 anni, e poi in terrazzo ci passavamo una canna ballando seminudi sulle note dei Subsonica, mentre una brezza fresca e leggera ci accarezzava la pelle come un lungo ciuf.

ispirazioni

febbraio 21, 2017

abside

Vedendo l’abside illuminata di Notre Dame di notte, coi suoi archi rampanti come lunghe zampe ossute, si capisce da dove è nato il ragno gigante di Louise Bourgeois.

sedimenti

febbraio 20, 2017

fitzroy_road_london_-_sylvia_plath_-_w-b-_yeats

Questo è il 23 di Fitzroy road a Londra. Qui Sylvia Plath si uccise l’11 febbraio 1963. Qualche anno prima, in quella stessa abitazione, aveva vissuto William Butler Yeats. Mi incuriosiscono questi cortocircuiti, queste vite eccezionali che si sedimentano fra le stesse mura, come la casa di rue Lepic dove Céline scrisse il Viaggio al termine della notte nel 1929, e dove mezzo secolo dopo si uccise Dalida, o come quella di Trieste che appartenne sia a Saba che a Joyce (ma in ordine inverso).

forse non tutti sanno che

febbraio 19, 2017

malev

Kazimir Malevic nel 1913 fece un quadro nero e lo collocò d’angolo, all’incrocio fra il soffitto e due pareti convergenti, ricalcando la posizione tradizionale dell’icona sacra nelle case russe, facendone così l’icona della sua vuota religione laica.