il ciuf

ciuf

I momenti perfetti li riconosci subito perché ti danno l’ebbrezza del ciuf, cioè di quando a basket la palla che hai tirato entra nel canestro accarezzando la rete e facendo appunto quel rumore soffice, il ciuf, come di uno sfioramento affettuoso. Nessun rimbalzo sull’anello, nessuna goffaggine, o approssimazione, o tocco o suono metallico o fastidiosa vibrazione del tabellone, solo il ciuf dell’entrata esatta, millimetrica, calibrata, non ulteriormente migliorabile, il suono della perfezione come un soffio leggero. Nella mia testa, sebbene io sia un imbranato in questo sport, quando gioco ogni mio tiro fa quella fine, segue quella traiettoria precisa e s’infila naturalmente nel canestro, mentre in realtà la palla manca spesso il bersaglio, o addirittura lo supera, o magari va direttamente in braccio al mio avversario per una ripartenza che mi castigherà impietosamente, come se la vita si burlasse delle mie aspirazioni e mi ribadisse ogni volta che un conto è ciò che vorrei, e tutt’altro è ciò che succede. Però il ciuf esiste, capita di rado ma esiste, perfino per uno come me.

Uno di questi bellissimi ed effimeri istanti di farfalla, in cui tutto va per il verso giusto e tu ti senti in pace e in armonia col mondo, magari stando nel posto più estraneo e distante da casa tua, mi capitò in Turchia, precisamente a Konya, la patria dei dervisci rotanti, un agosto di nove anni fa. Ricordo che una guida turistica un po’ allarmista sconsigliava di avventurarsi da soli per le sue strade, per la forte presenza di musulmani integralisti, e la mia compagna timorosa volle che restassimo in camera la sera. Però l’indomani mi alzai presto, mentre lei ancora dormiva, e uscii dall’hotel incamminandomi per un viale alberato deserto sotto il canto degli uccelli padroni della città, e all’improvviso tutto splendeva, la sveglia del muezzin, i minareti svettanti, lo sguardo fiero del mendicante in piazza, la crosta dorata del pane caldo appena sfornato, come un inno gioioso alla vita.

E un altro ciuf mi capitò in Puglia, a Ostuni, anche quella volta in vacanza. Eravamo due coppie di amici, due coppie affiatate nell’estate del 2001. Allora non erano ancora cadute le torri gemelle, c’erano le lire ed eravamo tutti milionari. Ricordo che a cena, nella cucina della masseria che avevamo preso in affitto, si discuteva appassionatamente del G8 di Genova, ci atteggiavamo a rivoluzionari antisistema nonostante il mutuo e i 38 anni, e poi in terrazzo ci passavamo una canna ballando seminudi sulle note dei Subsonica, mentre una brezza fresca e leggera ci accarezzava la pelle come un lungo ciuf.

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