il minimo comune multiplo

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da essere promosso a protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista del racconto A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E poi la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente nella casa di Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

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Una Risposta to “il minimo comune multiplo”

  1. acabarra59 Says:

    “ 1 novembre 1994 – Di tutto il mio passato, della mia infanzia, della mia famiglia, della mia giovinezza, non è rimasta che qualche foto. In esse appaio di volta in volta compìto fanciullo, corrusco adolescente, allucinato giovane adulto. La gente guarda le foto e dice qualcosa. Ma quello a cui tengo è quello che non-si-vede. Come ero, veramente, come sono, davvero? (Foto per foto, preferisco quella di vent’anni fa a Torino: io con il cane Tutto sulle spalle sorrido dall’erba dei giardini di Piazza Maria Teresa alla crudele compagna fotografa. Titolo: Il buon pastore) “

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