Ginevra o dell’irrilevanza

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Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

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Una Risposta to “Ginevra o dell’irrilevanza”

  1. acabarra59 Says:

    “ Domenica 31 marzo 1995 – Stamani, per non sprecare la bella giornata, ho fatto un giro alla Nanni Moretti, scendendo e salendo per l’importante via Bruno Buozzi, percorrendo fino alla fine la riservata via Bertoloni, spingendomi fino alla taciturna Moschea, tornando per quella larga via Panama di cui tutto si può dire ma non che non sia elegante. Il sole della domenica splendeva e le facciate gialle, rosa, rosse dei bei palazzi che sorgono su quelle strade rilucevano in una evidenza robusta di colore nuovo, o dipinto di fresco. Belle, senza ombra di dubbio. Eppure a me non dicevano niente. A me, che sono uno a cui piace avere dei ricordi, quelle belle grandi case borghesi non ricordavano nulla. In altri tempi forse mi avrebbero incuriosito, mi avrebbe eccitato un po’ tutto: scoprire che a Largo Elvezia c’è l’ambasciata svizzera, adocchiare la piccola strada in salita che non si sa dove vada a finire, leggere un « Barnaba Oriani » che non so perché mi è sembrato subito strano. Ora no. Ora, pensavo, queste belle strade, queste belle case, questa città dove pure vivo da tanti anni, a differenza di Nanni Moretti, mi sembrano soltanto quello che sono: dei perfetti estranei. “.

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