i luoghi, lo spazio, lo spirito

sedieL’arredamento è una forma indiretta di culto della personalità“, diceva l’anglista innominabile. Non lo so. Io ci vedo più una visione del mondo, magari ignota anche al proprietario.

Nel periodo in cui vivevo a Monza, con la mia ex battibeccai un po’ su come arredare la casa comprata assieme. L’appartamento precedente, che era in affitto a nome mio e che lei aveva trovato già fatto, se lo fece andar bene ma non lo sentiva suo, e quando trovammo quello giusto pretese a ragione che rispecchiasse anche il suo gusto.

Da brava architetta minimalista lo voleva essenziale, francescano, privo dei minimi confort che io consideravo indispensabili, come i comodini. Non ci fu verso di convincerla che i comodini si chiamavano così per un motivo, e che un letto senza comodini ci avrebbe costretto ad appoggiare tutto per terra, medicine, sveglia, lampada, cellulare, libri, per cui alla fine abbozzai in cambio il via libera al mio secretaire biedermeier, che lei non amava.

Su una cosa però ci accordammo subito: la panca di un teatro in un angolo del soggiorno. Le prime volte che la vidi in casa avevo storto un po’ il naso, perché era talmente conciata che sembrava raccolta da un cassonetto, poi una domenica fummo invitati dal suo capo, l’architetto e designer Aldo Cibic, che viveva in una villa palladiana nel vicentino. Lì notai una fila di sedie in legno di un vecchio cinema, e lei mi disse “chissà chi vi si è seduto“. Pensai a tutte le relazioni nate su quella panca, alle occhiate scambiate nel buio, i baci, i pianti, le risate, i sogni ad occhi aperti, i primi approcci, a tutto quanto provoca il rito della visione collettiva di un film in una sala cinematografica, e cambiai idea.

In tempi di selfie e musica in cuffia, con i ragazzi che guardano i film da soli sul tablet o lo smartphone, quella panca mi sembra ancora più preziosa, la fragile reliquia di un tempo remoto e di una visione del mondo per la quale le esperienze importanti si facevano insieme. Forse anche per questo visito le case degli scrittori, i miei luoghi cari, cerco una relazione anche fisica, e mi rifiuto di credere che non ci siano più luoghi ma solo spazio, un enorme spazio personale, come gli uffici open space inerti, separati, modulari, privi di memoria, comunione e spirito.

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Una Risposta to “i luoghi, lo spazio, lo spirito”

  1. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 11 gennaio 2001 – Stamani mi sono svegliato pensando ai viaggi. Ho pensato: da quanto tempo non faccio un viaggio… uno come dico io… da solo… senza programmi… dove mi va, dove mi viene in mente di andare… Poi ho acceso la radio e la radio diceva: « sentiamo il corrispondente dell’Espresso da New York Antonio Carlucci… », e io ho pensato che questo Carlucci l’ho conosciuto – era un omettino dall’aria intrigante e soprattutto furba, era, detto altrimenti, un giornalista – e allora ho pensato che, se a New York c’è andato lui, si spiega benissimo perché non ci sono andato io. Che poi New York era solo uno dei posti dove sarei voluto andare, perché io, in quanto a distanze, mi accontentavo di meno: non erano i chilometri ciò che contava, ma qualcosa d’altro. Chissà, ho pensato, se i giornalisti si rendono conto di come erano capaci di far venire la voglia di viaggiare e di come, almeno dal mio punto di vista – per quello che conta il mio punto di vista -, non ci riescono più. C’è stato per me un « meraviglioso » dei giornali, tanti anni fa, quando ero un ragazzo. Mi ricordo certi nomi di luoghi: « Avola », « Battipaglia », per non parlare di Cuba, o del Vietnam, o del Congo: la geografia nelle notizie, con tanto di foto, la rivelazione dei luoghi dove accadeva qualcosa, forse la rivoluzione, forse la storia, così lontani da tutto, così diversi da noi, dal nostro pacifico noiosissimo niente. (Devo correggermi: niente Cuba, niente Vietnam, niente Congo: troppo lontani, troppo grossi. Avola sì, Battipaglia anche: lontane ma non troppo, come parenti sconosciuti, come un segreto che sanno tutti, ma io non l’avevo ancora saputo. Il Sud: che c’era sempre stato, ed era come se allora si rivelasse, si facesse scoprire. Il viaggio di cui io vorrei parlare è un viaggio al Sud. Sembra una cosa da niente, ma non è affatto così) “.

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