“élite”

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Ieri ho letto una dichiarazione curiosa del portavoce della Casa Bianca. Questi, per spiegare che le accuse di Trump a Obama non andavano prese alla lettera, ha detto che “il Presidente ha usato la parola intercettazioni tra virgolette“. Riferisco questo episodio non per opinare su fake news e post verità, che l’hanno già fatto e meglio di me tante altre persone, quanto perché la ricca polisemia delle virgolette si lega nel mio caso a una vicenda istruttiva occorsami tre anni fa.

Era la prima metà di ottobre del 2014. Io avevo da poco pubblicato il mio secondo romanzo ed ero in promozione, cioè in quel periodo delirante in cui sembra che tutto il mondo parli di te. Fui chiamato al telefono da una gentile collaboratrice del programma La Lingua batte, che va in onda a RaiRadio3, la quale mi propose di fare l'”ambasciatore dell’italiano” presso una scuola superiore di Roma. In sostanza volevano che partecipassi alla seconda edizione di un evento chiamato la Giornata proGrammatica, che prevedeva che tredici fra scrittori, artisti e traduttori (come Giulio Mozzi e Giorgio Vasta) parlassero agli studenti di licei ed istituti sparsi per tutto lo stivale dell’importanza della punteggiatura. Ogni c.d. ambasciatore si scelse il segno di interpunzione che preferiva, o un segno tipografico, e io decisi di parlare delle virgolette.

L’argomento delle virgolette mi ha sempre incuriosito, e penso che si presti a molte letture, anche attuali, come la presa di distanza dalle proprie parole, la citazione come principio di autorità o come riconoscimento del procedere collettivo del sapere, il rapporto con la tradizione e via discorrendo. Così mi accordai con un funzionario della scuola assegnatami, l’Istituto Agrario Emilio Sereni di Roma, il quale mi assicurò la connessione wireless e la disponibilità di un proiettore da collegare al mio pc portatile, e venerdì 17 (poi dicono che non è vero) andai a questo incontro.

La scuola era un po’ lontana da casa mia, sulla Prenestina, oltre il Raccordo Anulare, e presi la metropolitana e un paio di autobus per raggiungerla, ma arrivato lì fui accolto come un ospite di riguardo. Dato che era ancora presto la preside mi mostrò con orgoglio il suo istituto, a partire dai laboratori per gli innesti, il terreno coltivato intorno all’edificio, le serre, gli animali, e poi mi spiegò che i suoi studenti di recente avevano vinto un premio di enologia in Australia, e ci era andata gratis tutta la classe a ritirarlo. Insomma, nel suo genere una scuola di eccellenza. Poco prima della mia lezione fui collegato in diretta con RaiRadio3, per il programma della rassegna stampa mattutina, e il suo conduttore, che mi pare fosse Vittorio Giacopini, mi chiese di cosa avrei parlato di lì a poco ai ragazzi. Spiegai che il mio discorso si sarebbe incentrato soprattutto sul rapporto fra il contemporaneo e la tradizione, e che avrei parlato del postmoderno, dell’intertestualità, di riscrittura, di cover, con esempi musicali (l’ascolto di due versioni di Night and day), letterari (il Pierre Menard autore del Chisciotte di J. LBorges) e la proiezione di immagini artistiche (l’orinatoio di Marcel Duchamp, il foglio bianco intitolato Erased de Kooning di Rauschenberg), e alla fine il conduttore mi domandò con tono stupito e derisorio: “Ma, a dei ragazzi dell’agrario?!

Confesso che lì per lì non seppi che rispondere, finendo per biascicare solo un “Sì, perché?” dopo una pausa imbarazzata. Il colloquio telefonico l’avevamo fatto in un’aula deserta e i ragazzi per fortuna non sentirono, ma ci rimasi male lo stesso. Che ne sapeva lui di quegli studenti e di come avrebbero reagito? Perché quel tono di sufficienza? Una domanda fatta pure col punto esclamativo, a proposito di segni d’interpunzione, il punto esclamativo che una volta si chiamava punto ammirativo, ma che in questo caso significava l’opposto, come se chi frequentasse l’agrario non avesse altro sbocco professionale che fare lo zappatore alla Mario Merola. Insomma, ero un po’ amareggiato.

Poi entrai in aula e la lezione andò benissimo. I ragazzi la seguirono con grande attenzione, in silenzio, guardarono curiosi tutte le diapositive e alla fine mi rivolsero un sacco di domande, su quanto avevano ascoltato e anche su di me, sul mestiere di scrivere. Mi trattennero oltre l’orario previsto e finii per saltare il pranzo, ma non mi dispiacque per niente. Ad ogni modo lasciai il mio numero di telefono a una professoressa, e promisi di tornare nei mesi successivi inventandomi qualche altro tema ugualmente attraente e interdisciplinare.

Il bis non ci fu, la mia fu una promessa da marinaio. Dopo qualche progetto entusiasta gli impegni di tutti i giorni presero il sopravvento e persi ogni contatto con quella scuola, ma quell’incontro non l’ho dimenticato, così come la domanda antipatica del conduttore radiofonico. Quando mi torna in mente quell’episodio spiacevole, capisco perché per le persone di basso reddito e scarso livello d’istruzione gli intellettuali sono considerati il nemico.

Lo scorso novembre nei talk show politici ci si arrovellava su come fosse stata possibile l’elezione di Donald Trump, nonostante tutti i sondaggi vaticinassero la sua sconfitta, e peggio ancora sulle ragioni per cui l’avevano votato soprattutto i più svantaggiati, il ceto medio schiacciato dalla crisi. Sembra impossibile, infatti, che un piccolo borghese senta come suo simile un milionario pacchiano di quello stampo, e al contempo detesti una candidata come Hillary Clinton, accusata di far parte dell’establishment che ha affamato gli americani negli ultimi vent’anni, eppure è andata proprio così. Il tycoon dell’attico sulla torre col suo nome, dello yacht coi rubinetti d’oro e la moglie modella, quello era uno del popolo, mentre l’altra, un’avvocatessa che si è sempre occupata di problemi degli emigrati, dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione gratuita per tutti, e che è stata il Segretario di Stato con Obama, quella è élite odiosa, una con la puzza sotto il naso.

La parola élite non è mai stata usata così tanto come in questi ultimi anni. E sempre come un insulto infamante, da nemico del popolo, anche da parte di chi non se lo potrebbe permettere. Ricordo la famosa invettiva di Renato Brunetta, che ai tempi aveva incarichi di governo, quando urlò: “élite di merda!” rivolto agli intellettuali di sinistra critici verso l’esecutivo di cui faceva parte, come se un ministro o un sottosegretario contassero meno di un giornalista. Non era forse élite lui? Che cos’è allora un’élite?

Per il sociologo Vilfredo Pareto l’élite è composta dagli individui più capaci in ogni ramo dell’attività umana. In sostanza, una ristretta cerchia di persone a cui viene riconosciuta dal corpo sociale una specifica autorità in virtù del potere economico, politico o culturale che esercita. Questo in teoria. In realtà oggi, in tempi di aristofobia, élite è una parolaccia che designa i responsabili dello sfacelo politico-economico, e fra questi gli operatori culturali sono visti in prima fila. Per questo Trump non è sentito elitario e la Clinton sì. È il loro linguaggio a qualificarli o squalificarli. Trump parla come mangia, ha un vocabolario di 500 parole, esibisce la sua incultura e la sua rudezza senza imbarazzo e sensi di colpa, come prova di autenticità e spontaneità, di vicinanza al popolo, all’uomo comune. Quella vicinanza è una menzogna, ovviamente, tranne per un dettaglio decisivo, quello dell’ignoranza. Trump è ignorante esattamente come appare, però non perché ha avuto una vita difficile come molti di coloro che lo votano e non si è potuto permettere un’istruzione adeguata. No, lui è ignorante per vocazione, per gusto, per disprezzo della cultura, tant’è che non finge di amare l’Opera o il balletto o i musei, non si vergogna di non saper pronunciare correttamente il nome dei politici stranieri che ospita e non dissimula la sua ricchezza con iniziative filantropiche e benefiche; mentre la lucidità intellettuale della Clinton, i suoi studi con lode, la passione per i libri (vedi l’endorsement per Elena Ferrante) e il suo stesso modo ricercato di esprimersi la rendono elitaria e insopportabilmente snob, un’estranea da disprezzare perché in fondo è lei stessa a disprezzare il popolo, a guardarlo dall’alto in basso considerandolo non alla sua altezza. Oltretutto élite è una parola francese, quindi possiede la ripugnanza aggiuntiva che riassume tutto ciò che è altezzoso e lontano dall’autentico spirito americano: la raffinatezza estenuata, la libertà dei costumi, il laicismo…

La ricchezza non è un problema, e neppure la gerarchia sociale. I vecchi ordini sono saltati, così come la corrispondenza fra privilegio economico e privilegio culturale. Probabilmente un conduttore di RaiRadio3 guadagna poco più di un magazziniere dell’Ikea, rientrano nella stessa fascia di reddito. Sono il linguaggio e la cultura a porli agli antipodi, è questo il vero discrimine fra ciò che è popolare e ciò che è elitario. Come insegna il ricchissimo Adriano Celentano, che amava definirsi “il re degli ignoranti”.

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Una Risposta to ““élite””

  1. acabarra59 Says:

    “ Sabato 2 agosto 2008 – Finalmente liberato dal castello di tubi Innocenti che, causa restauro, lo nascondevano alla vista, l’obelisco del Foro Italico torna a risplendere, più bianco e più dritto che pria, e, in lui, la maxi scritta fatidica: « Mussolini Dux ». Poco più in là sul pilastro del Ponte Duca Amedeo d’Aosta, sotto il bassorilievo degli umili fanti, di scritta se ne può leggere anche un’altra: « Odio Alessio ». Ho pensato che, a onta di ogni possibile restauro, il fascismo è finito. L’« odio » delle donne, invece, continua – l’ho scritto con le virgolette perché non si sa bene di che odio, esattamente, si tratti. “.

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