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Osservavo questo cartellone oggi, pensando che forse domani ci faccio un salto, ma anche che di questo autoritratto famosissimo, quasi un’icona dell’artista misconosciuto, mi incuriosisce soprattutto il dettaglio dell’uomo di colore che sta attraversando dietro di lei, vestito con una specie di tuta, guardando dall’altro lato della strada. Con le foto di Vivian Maier mi capita spesso di essere attratto da queste figure anonime e marginali che abitano lo sfondo, che occupano per un momento e del tutto inconsapevolmente uno spazio di notorietà postumo diventando puri pretesti per riflessioni estemporanee. La grazia ruvida delle sue immagini mi risveglia la mia natura camaleontica che sogna ad occhi aperti di incarnare altre vite e possibilità, come potrebbe essere mettermi nei panni di un estraneo, assumere il suo nome, cambiare città, aspetto, modo di parlare, diventare in tutto e per tutto un altro. Non tanto chiedersi chi è e cosa stava facendo in quel momento quell’uomo, ma essere lui, vivere al suo posto, fare il suo lavoro, amare sua moglie, tutto il pacchetto insomma, magari solo per un giorno, per vedere l’effetto che fa, come diceva la canzone. Che poi non doveva essere facile, intendo essere un uomo di colore negli Stati Uniti degli anni 50, dato che quella foto di Vivian Maier è di quel periodo lì.

Qualcosa di simile mi succede quando viaggio all’estero. Il primo giorno in cui arrivo vedo solo gli aspetti positivi, quanto è meglio di dove sto, poi il secondo giorno incomincio a sentirmi uno del posto, provo a mimetizzarmi, cerco di parlare come loro, quasi vergognandomi della mia origine. Al terzo giorno mi convinco di esserci già stato in una vita precedente, come fosse destino, e di solito dal quinto in poi faccio progetti per trasferirmici, mi informo sui prezzi delle case, penso a quale tipo di lavoro potrei fare. Quando andai per la prima volta negli USA da ragazzo, inseguendo le mie chimere, mi spostavo da una città all’altra con gli autobus Greyhound per risparmiare e mi vedevo già lì, davanti a una villetta col prato all’inglese, a lavare la macchina o fare il barbecue con gli amici la domenica. Non sognavo di entrare nella vita di un altro, ma di cambiare radicalmente la mia vita. In ogni caso viaggiare, con la fantasia o in aereo, mi fa capire che più che abitare il mondo ognuno di noi abita la propria visione del mondo.

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