Archive for marzo 2017

equinox

marzo 21, 2017

ron

Una Rondanini fa primavera

mood of the day

marzo 20, 2017

altan

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non conoscevo questa espressione. L’ho scoperta a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Significa progetti irrealizzabili, l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Quando la lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

il mondo che verrà

marzo 17, 2017

gae

La sera che ho visto piazza Gae Aulenti piena di ragazzi mi è spiaciuto pensare che quel futuro non mi appartiene. Guardavo i grattacieli e tutta quella meraviglia di luci ma loro non mi riguardavano. Quando diciamo che il mondo che verrà sarà una merda lo facciamo solo per consolarci, come quei vecchi critici che dicono che la letteratura italiana si è esaurita con Calvino e Pasolini. Finiranno come gli ospiti del cimitero di Napoli, ai quali i loro concittadini scrissero, quando Maradona vinse lo scudetto, “guagliò, che vi siete persi!”

analogie

marzo 17, 2017

paral

La butto lì (come disse Monzon della moglie): secondo me Madame Bovary è Doña Chisciotte.

“élite”

marzo 15, 2017

som

Di recente ho letto una dichiarazione curiosa del portavoce della Casa Bianca. Questi, per spiegare che le accuse di Trump a Obama non andavano prese alla lettera, ha detto che “il Presidente ha usato la parola intercettazioni tra virgolette“. Riferisco questo episodio non per opinare su fake news e post verità, che l’hanno già fatto e meglio di me tante altre persone, quanto perché la ricca polisemia delle virgolette si lega nel mio caso a una vicenda istruttiva occorsami anni fa. (more…)

i capolavori minori

marzo 14, 2017

morge

Quando vivevo in centro a Monza andavo sempre a far la spesa al Gigantino, un supermarket molto fornito a pochi metri da casa mia. Mi piaceva soprattutto il suo nome, che cercava di ridimensionare un superlativo, come se di uno alto 159 si dicesse che è un “nanone”. Il Gigantino faceva parte di una catena di enormi mall sparsi nella pianura padana, anche se in genere si trovavano fuori dai centri abitati, proprio a causa dei grandi spazi necessari per il capannone e i parcheggi. Il Gigantino di Monza invece stava in centro, dove gli spazi liberi sono giocoforza più ridotti, e per questo motivo si era ristretto sia nelle dimensioni che nel nome con cui lo si indicava.

Anche in letteratura ci sono i Gigantini, e sono i libri che preferisco. Fuga e fine di Joseph Roth è uno di questi. Sfrutta il nome di un gigante del Novecento, ma è più una specie di autobiografia conto terzi, quella di Soma Morgenstern che era un caro amico di Roth, come se il galiziano in fondo fosse solo un prestanome, un pretesto per parlare della solitudine centrale del proprio io. Non è un capolavoro perché gli mancano le intemperanze, la spudoratezza, la dismisura dei capolavori, ma è un libro dolceamaro, a volte rancoroso, altre volte triste e saggio, che parla della difficoltà di vivere all’ombra di un genio, un libro che non si fa dimenticare e ti fa voler bene al suo autore.

accarezzare un’idea

marzo 13, 2017

idea

Quanto mi piace l’espressione “accarezzare un’idea”. Forse non ho mai fatto altro.

scommesse

marzo 11, 2017

pontormo1

In quel mare di “squallida quotidianità” che è il diario del Pontormo, che sembra composto solo per registrare il cibo ingerito ed evacuato dal suo autore come una specie di bollettino digestivo, c’è un punto in cui lui racconta di essere ospite a cena dal Bronzino, col quale si era messo a discutere di due parole (“stomachi” e “fianchi”). In sintesi il Bronzino sosteneva che quelle parole si trovavano in un libro del Petrarca, mentre Pontormo lo negava. Così scommettono e vanno a casa del Pontormo a controllare, perché lì c’è una copia del libro, e alla fine si scopre che aveva ragione il Bronzino e al Pontormo tocca pagar pegno (“pagai quello che s’era giucato“). Ecco, leggendo quello scarno diario, io ebbi subito la sensazione che in qualche modo mi riguardasse, cioè che lì dentro potessi trovare anche le mie parole. E così lo lessi attentamente, e poi rilessi, e poi rilessi ancora, e ora penso che il brano che mi appartiene sia l’appunto del 31 marzo 1556. È uno dei più laconici e distratti, quasi una pagina bianca da saltare come fosse un giorno inutile e vuoto, qualcosa di vago e remoto come un ricordo d’infanzia annebbiato. Probabilmente il Pontormo lo annotò dopo il 31 marzo, quando non si ricordava più bene cos’era successo, infatti scrisse: “martedì in casa feci non so che“. Sì, anche a me succede così, spesso. In quelle parole mi riconosco ma non per sbadataggine, o scarsa memoria, e nemmeno per qualche giorno isolato e ramingo. No, io quel martedì lo sento da una vita, tanto che è iniziato e finirà con me, e quelle parole potrebbero essere una specie di bilancio finale, un consuntivo da pronunciare guardandomi indietro, nel momento in cui les jeux sont faits e rien ne va plus, come fossero le mie ultime parole famose.

scrivere coi piedi

marzo 10, 2017

shoes

Manganelli cominciò a scrivere perché non sapeva allacciarsi le scarpe, io perché le stringhe mi si aggrovigliano quando provo a slacciarle. Più mocassini per tutti.