Ercole de Maria, o del successo

ercol

Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro.

Ciò che mi aveva sorpreso è questo suo pezzo uscito su Internazionale. Risale a due anni fa, anche se l’ho letto solo di recente. Stavo cercando una cosa su Mauro Covacich e mi sono imbattuto in questo articolo di Tiziano che recensisce un suo racconto. La recensione è perfetta, viene voglia di leggere subito quel racconto, spiega bene le ragioni per cui merita la nostra attenzione. Ed è vero, Covacich sa illuminare il presente senza rincorrere l’attualità, che in piccolo è quello che cerco di fare anch’io. Sono solo le considerazioni sul festival di Sanremo che mi hanno deluso. Quando parla dei “cantanti ignoti, dimenticati, che hanno avuto un’occasione nella vita e l’hanno sprecata“, e li immagina “nell’umiliante dopofestival della vita“, a sbarcare il lunario in qualche locale di periferia, come fosse stato “tutto inutile“, chi ritornando “al lavoro nella concessionaria di auto usate, o dietro la scrivania dell’ufficio anagrafe“.

C’è un tono, in quelle parole, gratuitamente sprezzante. Ricorda la frase tartufesca di Céline:”Mes accusateurs sont tout des employés – moi, non“. Ma sicuramente Scarpa calca la mano per riflettere i toni del racconto, per adeguarsi al senso di superiorità che poi biasimerà nei personaggi di Covacich. E infatti gli passa la mano, spiegando di che parla il racconto “Ogni  giorno che va via è un quadro che appendo”, tratto dalla raccolta La sposa (libro che arrivò secondo allo Strega di due anni fa). Dice che è la storia di un gruppo di amici riunito in casa davanti alla tv per la finale del festival di Sanremo, mentre giudica impietosamente l’esibizione canora di Alessandro Bono. Tutto acquista un altro senso quando, tempo dopo, il protagonista scopre sul giornale che quel cantante che avevano sfottuto è morto due mesi dopo l’esibizione a Sanremo. Era molto malato e sapeva che gli restava poco tempo, così quei versi erano una specie di testamento artistico: “La risposta, amore mio, è nascosta nel tempo, e ogni giorno che va via è un quadro che appendo. Mi piace vivere”.

Non dubito che quel racconto di Covacich sia molto bello. Ho letto altre cose sue, come Prima di sparire e l’ultimo, La città interiore, e mi sono piaciuti parecchio entrambi, ma non concordo col finale del pezzo di Scarpa, quando dice: “Bisognerà pure che quest’epoca cominci a fare i conti con il tempo perduto, la quantità di esistenza collettiva dilapidata in cazzate”. Sì, certo, si perde un sacco di tempo prezioso in cazzate. Forse anche questo mio scrivere in rete è una perdita di tempo pagata a peso d’ore; ore zecchine, lingotti d’ore. Ma ben più grave de “l’enorme quantità di tempo buttato a guardare stupidaggini” in tv o su YouTube, ben più pernicioso di commentare con sufficienza un’esibizione canora impacciata è l’assiologia del successo che sta dietro quei commenti, la convinzione che soltanto un riconoscimento pubblico possa dare senso e spessore a una vita, riscattarla dal suo grigiore, e che ogni sconfitta, ogni inciampo, ogni passo falso in una competizione professionale ci conduca fatalmente verso un umiliante viale del tramonto privo di ribalte e riflettori.

Non è questione di fare l’idealista, il de Coubertin esistenziale, alle gare si partecipa per vincere, ma forse sarebbe meglio accettare la vittoria o la sconfitta come si fa con l’alta e bassa marea. Son dei fenomeni che obbediscono a leggi naturali, a volte il mare sale, altre scende, ci sono delle ragioni fisiche che lo inducono a salire o scendere, ma non è che il mare ha ragione quando sale e torto quando scende. Anzi, direi che se lo applichiamo all’acqua alta di Venezia – come omaggio a Scarpa – i danni sono maggiori dei benefici. Forse è una malintesa filosofia democratica quella che porta a credere che l’affermazione del vincitore sia una specie d’investitura divina, un’aureola, che chi vince il referendum, le elezioni, il campionato, la guerra, un festival o un premio letterario ha ragione, ed è migliore di chi invece ha perso. La maggioranza ha il diritto di governare il Paese, può scegliere col televoto il vincitore di Sanremo, ma non ha ragione. La sua è solo la forza del numero, che va rispettata ma non idolatrata. Lo so, sono ovvietà, ma ovvietà capitali.

I più prestigiosi premi letterari come lo Strega o il Campiello non si decidono a maggioranza, ma chi è un minimo addentro alle vicende editoriali sa bene quanto il merito spesso e volentieri latiti, in un caso per il peso dei grandi editori che dispongono di cospicui pacchetti di voti, e nell’altro per gli umori bizzosi e imperscrutabili della giuria popolare. Per non parlare delle edizioni vinte con uno scarto minimo, inclusa quella del 2009 che si aggiudicò Scarpa. E comunque, anche chi se ne frega. Perché staremmo qui a leggere e celebrare scrittori come Robert Walser, uno che aveva “l’orrore di riuscire nella vita“, se pensassimo che perdere a una competizione significhi fallire? Nel loro caso il riconoscimento fu soprattutto postumo, ma a volte può non arrivare mai, e non perché non sia capitata la grande occasione.

Penso a Ercole de Maria, uno dei miei miti personali. Se cercate il suo nome in rete trovate poche righe, neppure particolarmente esaltanti (“non fu egli grand’uomo“, diceva di lui Carlo Cesare Malvasia). Io lo scoprii nel ’95. In quel periodo lavoravo nel negozio di mia sorella in corso Garibaldi a Milano. L’intervallo di pranzo era lungo, chiudevamo dalle 13 alle 15.30, e casa mia era troppo lontana per farci un salto, abitavo a Monza allora. Così cominciai a seguire delle lezioni monografiche gratuite che si tenevano nella vicina Pinacoteca di Brera. All’inizio eravamo una ventina, io e dei pensionati, poi a poco a poco il numero si scremò parecchio, dato che le lezioni duravano un’ora e si concentravano su un solo dipinto.

Quando il ciclo finì, per non perdere l’abitudine di pranzare con l’arte riuscii a intrufolarmi da clandestino in un’aula dell’Accademia di Brera. Era una meraviglia. Si stava al buio e in silenzio come al cinema, i docenti proiettavano diapositive di opere note, ne spiegavano la storia, segnalavano la struttura interna, i rimandi e le citazioni, finché un giorno saltò fuori quel nome per me sconosciuto, Ercole de Maria, il Carneade dell’arte, e io restai folgorato.

La lezione riguardava Guido Reni. Era partita dall’Atalanta e Ippomene, il gioco delle diagonali incrociate, poi era passata a un altro suo quadro, un San Michele spedito al papa Urbano VIII. Un’avvenente professoressa dal seno procace raccontò che Ercole faceva il copista nella bottega bolognese del Reni, e un giorno fu incaricato dal suo maestro di accompagnare quel quadro a Roma, per ripristinare le parti che si fossero eventualmente danneggiate durante il viaggio. Arrivato nella città eterna, gli furono richieste da più di un cardinale alcune copie di dipinti del Reni, e l’apprezzamento fu tale da ispirare anche il pontefice, che gli commissionò un’opera nuova di zecca, originale, tutta sua, una pala d’altare addirittura per la basilica di san Pietro. Era la consacrazione finale, il sogno di qualunque artista. Più in alto di così non si poteva arrivare, ed Ercole ne fu imbarazzato, prese tempo e alla fine declinò l’offerta, dichiarando di non considerarsi “un inventore”, ma la motivazione di essere solo un copista fu scambiata per eccesso di modestia e aumentò le insistenze del committente. Così si rivolse a un amico di Bologna, che fece giungere in Vaticano la notizia di una grave infermità di sua madre, motivo per il quale gli fu concesso di tornare in Emilia, non prima però di aver ricevuto dal papa una collana con croce d’oro e l’investitura al rango di cavaliere del Nostro Signore. Una volta rincasato, per riservatezza non fece menzione a nessuno di tutto ciò, e i parenti e il biografo lo vennero a sapere solo dopo la sua morte, avvenuta “in fresca età” verso il 1640, quando ritrovarono in casa sua il breve papale.

Al termine della lezione mi avvicinai alla cattedra, volevo saperne di più e commisi l’errore di chiedere lumi bibliografici alla bella professoressa. Questa, sgamando che non ero uno studente dell’Accademia, mi intimò di non ripresentarmi più in aula, così che la lezione più bella fu per me anche l’ultima.

Una decina di anni dopo ritrovai Ercole in un bel saggio di Massimo Pulini, La mano nascosta. Lì si spiegava in dettaglio la sua storia, lo si definiva un Bartleby del Seicento, il Celestino V della pittura, l’esempio di un anonimato artistico accanitamente perseguito come scelta di vita. Insomma, un grand’uomo, tutto il contrario di quanto disse di lui il Malvasia. Io non sarei capace di fare altrettanto, ma i modelli servono come fonte di ispirazione, sono la linea dell’orizzonte, irraggiungibile ma che ti dà la direzione del procedere. Cosa potrebbe essere l’equivalente in letteratura? Non so, Adelphi o Einaudi che vogliono un mio saggio? Un’oblioteca che comprenda anche Ercole de Maria fra i dimenticati? No, non sarei capace di rinunciarvi, non per niente le mie preferenze coinvolgono figure di artisti molto diverse, i poli opposti del maudit e del travet, Céline e Caravaggio ma pure Robert Walser ed Ercole de Maria.

Oggi alle aste di antiquariato è difficile riconoscere con certezza un quadro di Ercole. Pare che gli unici dipinti sicuramente attribuibili a lui siano dei san Giuseppe (vedi foto) dai tratti un po’ naif ma non privi di ricercatezza, come si vede nel lucore madreperlaceo del bambin Gesù e nei sottili riflessi del manto dorato del santo, dipinti magistralmente con una gamma cromatica ridottissima, e io trovo curioso che il soggetto da lui più praticato sia il ritratto di una paternità vicaria, quasi riluttante. Ah, le quotazioni non sono alte, meglio così.

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12 Risposte to “Ercole de Maria, o del successo”

  1. matteociucci Says:

    Pezzo molto bello. Complimenti, Sergio.

  2. Tiziano Scarpa Says:

    Caro Sergio, che strano modo di ragionare, ritorcendo contro (e pro) chi scrive non i suoi argomenti ma la sua biografia.

    Festival di Sanremo e premi letterari sono imparagonabili: il primo è performativo, ci si gioca tutto in tre minuti, dipende da come canti e da che cosa hai deciso di cantare. Nei secondi non puoi fare nulla, nel senso che fanno tutto i giurati. Puoi solo sperare che il tuo libro piaccia e che venga votato (ammesso che tu ci tenga), ma sperare non è una performance sul palco.

    Mi sembra evidente la differenza fra chi scrive e continua a farlo anche dietro le quinte (come noti tu di me) a prescindere dalle sconfitte (o presunte tali) e a prescindere perfino dalle vittorie (o presunte tali), e fra chi invece ambisce a salire su un palco davanti a milioni di spettatori (parliamo di dieci, venti milioni di persone), con tutti i media che parlano di te per una settimana, ed evidentemente con l’ambizione di continuare a condurre quel tipo di vita professionale. Secondo me è chi va a Sanremo che esprime, con la sua stessa partecipazione, una svalutazione della vita ordinaria, non io e il mio piccolo articolo, che tra l’altro, come noti tu, è semplicemente un’eco del bellissimo racconto di Mauro.

    Non so insomma quanto sia realistico comparare due attività e aspirazioni così incommensurabili come la carriera pop e la letteratura. Chi scrive e ha la – chiamala come vuoi: vocazione, fissazione, bernoccolo ecc. per le poesie e i romanzi non sarà mai uno sconfitto se continua a farlo anche lavando gabinetti, mentre forse chi voleva avere successo come cantante ed è passato per Sanremo avendo il massimo di opportunità, forse, per i suoi stessi parametri, si è autoinflitto una logica esistenziale di vincite/sconfitte. (Sempre tenendo presente che la morte comunque ci sconfigge tutti).

    Tutto questo lo devi immaginare detto con tono tranquillo e amichevole
    Ciao caro Sergio!
    Tiziano

  3. sergiogarufi Says:

    Caro Tiziano, io parlavo di riconoscimento, il legittimo e naturale desiderio di un riconoscimento pubblico che prova chiunque coltivi una vocazione artistica, che sia il canto, la recitazione, la scrittura, l’arte…Certo che ci sono differenze, ma l’aspirazione è la stessa, e pure i meccanismi con cui quel riconoscimento può trasformarti in altro. Ricordo un’intervista a Walter Siti dopo che aveva vinto lo Strega, in cui raccontava di essersi reso conto che agli occhi di molte sue conoscenze, che somigliavano parecchio ai borgatari dei suoi libri, lui da persona era diventato un personaggio, in tutto e per tutto simile a quelli che vanno all’isola dei famosi o fanno i giudici in un reality. Era bastata la diretta tv dello Strega, qualche comparsata da Marzullo o in programmi pomeridiani di grande ascolto e la sua foto sui giornali per fargli cambiare statuto, e pure spessore umano, così diceva. Ecco, io temo che questo tipo di reverenza verso chi ha avuto un successo pubblico non riguardi solo le persone meno istruite, la piccola borghesia o i borgatari di Siti, ma sia stato introiettato a tutti i livelli, in modo più o meno consapevole. E tuttavia ti avevo tenuto fuori, perché avevo attribuito quel tono sprezzante non a te ma ai protagonisti del racconto di Covacich, come se tu gli avessi solo prestato la voce. Invece mi sbagliavo. Mi spiace. Mi spiace perché non vedo differenze fra la scrivania dell’ufficio anagrafe del cantante bocciato a Sanremo e la scrivania dell’ufficio di assicurazioni dove lavorava Kafka, un altro bocciato in vita. E’ il riconoscimento mancato, ciò che ha determinato la loro “bocciatura”. Salire su un palco non implica nessuna svalutazione della vita ordinaria, e non è meno nobile o più esibizionista di tenere una conferenza a un festival letterario. Io ti ho visto sul palco diverse volte. Per Groppi d’amore nella scuraglia, per quel libro di fumetti con Massimo Giacon, e non ho mai pensato una cosa del genere. E mi spiace anche che tu dica che io abbia usato la tua biografia contro di te, quando ho voluto semplicemente darti atto di un comportamento inequivoco verso le lusinghe del denaro e del potere, alle quali molti soggiacciono. Per la stima artistica, quella te l’ho riconosciuta talmente tante volte, qui e altrove, che spero non la metterai in dubbio.
    Un abbraccio

  4. Tiziano Scarpa Says:

    Non stiamo parlando di un palco qualsiasi, ma di *quel* palco, il palco di Sanremo, Sergio. Stai mescolando confusionariamente cose incommensurabili: Kafka, gli impiegati, chi va a Sanremo, chi recita le sue cose su un palco (mancano solo i “bambini morti in faccia” di Manganelli). Quanta retorica, Sergio, quanti viscosi passaggi da una cosa all’altra che fai, senza distinzioni e un po’ di rigore argomentativo: fai di tutte le erbe un fascio, di tutte le arti un palco, anzi, di tutte le arti un Sanremo. E, se permetti, non è che quel che dice Walter Siti sia per forza e sempre la verità incarnata.

    Non riscontro alcun tipo di disprezzo verso chi fa una vita cosiddetta “ordinaria”, nel mio articolo. Dico che c’è una dismisura incredibile in alcune meteore che, da perfetti sconosciuti, per qualche giorno sono passati sotto i riflettori dello schermo più visto d’Italia, non su un palco qualsiasi: come fa a sfuggirti la differenza? Secondo me quell’esposizione mediale non è paragonabile a chi pratica un’arte e cerca un qualche riscontro, che tra l’altro a volte è semplicemente necessario ad avere le condizioni per continuare a praticarla, non certo ad avere il lucore glorioso del “successo”. Scusami tanto, ma dico “no” a tutto questo tuo discorso, con forza: avere ambizioni artistiche non implica ambire al successo pop che rivela una partecipazione a Sanremo (dove tra l’altro passano anche molti ottimi artisti che, giustamente, cercano di uscire da certi circuiti secondari e penalizzati e farsi conoscere da chi potrebbe apprezzarli ma non ha strumenti culturali e non conosce i canali dove trovare cose che potrebbe apprezzare: non tutti nascono in famiglie colte, non tutti hanno fratelli maggiori che ascoltano musica un pochino più originale di quella che esce da certe stazioni radio, e così possono scoprire alcuni suoni diversi e più ambiziosi artisticamente perfino guardando Sanremo); avere ambizioni artistiche, per quanto mi riguarda, significa ambire a fare una grande opera d’arte.

    Non so da dove tu tragga questo presupposto antropologico “successistico”: dalle persone che conosci? Da te stesso? Non direi proprio, visto che continui a scrivere anche se non sei necessariamente famosissimo (ma chi lo è, in assoluto? La letteratura è comunque minoritaria). Hai un fervore ispirativo che ti muove, e scrivi i tuoi libri, così come scrivi i tuoi post: veramente ti vuoi equiparare a certe persone che, dal nulla, cercano il terno al lotto partecipando a Sanremo? Chi ha mai svalutato il lavoro, qualsiasi lavoro? Ma se ti fa piacere farmi passare per quello che non sono e che non ho detto, pazienza.

    Ah, e guarda che quella classifica che hai pubblicato qui sopra è molto sballata: intanto dovresti metterci, per restare all’ABC, anche Ammaniti, Baricco, Carofiglio, eccetera. E poi i risultati numerici non hanno senso se non li cerchi fra virgolette: prova a inserire su google “Carlo Emilio Gadda”, scrivendo *anche le virgolette*.

  5. sergiogarufi Says:

    Mi sembri molto alterato Tiziano, a proposito di “rigore argomentativo”, per cui non proseguirò la discussione. Per me andare a Sanremo non significa uscire “dal nulla e tentare il terno al lotto”, o perlomeno non più di chi pubblica un romanzo e poi spera che diventi il libro dell’anno di fahrenheit o che vinca il Campiello o lo Strega. Poi, dato che hai colto la scientificità della mia classifica su Google (ma che hai capito? e sarei io il confusionario?), ti invito a digitare il mio nome e quello di Walter Siti sul motore di ricerca, e vedrai che questa è la prima volta che lo nomino in vent’anni di mia presenza in rete, o al massimo la seconda, quindi non venirmi a dire che lo cito come fosse la verità incarnata. E’ semplicemente uno che non la pensa come te, e che ti contesterebbe è la divisione manichea fra chi canta a Sanremo e cerca solo il successo pop e chi scrive perché ambisce “a fare una grande opera d’arte”, quando invece tutti vogliono entrambe le cose, l’apprezzamento del pubblico e della critica.

  6. Tiziano Scarpa Says:

    Scusa Sergio, ma “molto alterato” è una tua proiezione. Ti sto rispondendo tranquillamente.
    In questo caso (ripeto: in questo singolo caso) ragioni viscosamente, non sai distinguere. Lo dimostra anche questo modo di rispondermi a proposito di Walter Siti: che importa quante volte lo hai nominato nella vita? Conta questa volta qui, stiamo valutando la plausibilità di quel che Siti ha detto su questo specifico argomento. Lo vedi che oggi 13 aprile non sai argomentare? Ti appelli ad apprezzamenti generali, non sai ritagliare la discussione del momento (questa discussione qui) dallo sfondo generale della vita delle persone, dei tuoi rapporti, dell’apprezzamento complessivo con cui le valuti per tutto quel che hanno fatto nella vita. Metti tutto dentro una pappa vischiosa, Sanremo e premi letterari, Kafka e lavoratori d’ufficio, ambizioni artistiche e successo sociale. Ripeto: in questo caso, su questo argomento, in questo post qui. Non ti sto giudicando complessivamente. Sto dissentendo da questo tuo singolo post e dal modo in cui ragioni oggi, tutto qui. Sto difendendo le mie parole e il mio articolo dal modo distorto in cui, in questo caso, tu le hai interpretate.

    (La sai fare una ricerca su google? Per selezionare i risultati pertinenti, bisogna mettere le sequenze di parole fra virgolette).

  7. sergiogarufi Says:

    Caro Tiziano, su questro argomento, oggi, in questo momento qui, ti stai sbagliando. E che io non sappia argomentare è una tua proiezione. Tu dici che io non so distinguere, e io invece penso che tu stia facendo delle distinzioni indebite e manichee. In particolare quella fra “carriera pop e letteratura”, in cui ovviamente la prima è una cosa volgare e la seconda nobile e pura. Per me Sanremo è la più importante rassegna canora italiana, cioè il maggior riconoscimento pubblico per chi canta, e siccome il canto è un’espressione artistica, quello è il premio più importante per chi coltiva la vocazione del canto. Né più né meno del Premio Strega, che è il maggior riconoscimento pubblico italiano per chi scrive. Uno lo vedono in milioni di persone e l’altro qualche centinaio di migliaia? E allora? Gli oscar non premiano dei bei film o dei bravi attori perché li vedono un miliardo di persone? Sanremo è solo una baracconata? Fidati, esiste anche chi dice lo stesso del Premio Strega. Per esempio Cortellessa nel suo documentario “Senza scrittori”. A Sanremo si esibiscono anche cantanti “usciti dal nulla” come dici tu, senza preparazione e con il solo obiettivo di diventare famosi? Forse, ma questo lo si potrebbe dire anche del Premio strega. Ricordo per es. Ostuni che definì Carofiglio, uno dei finalisti, uno “scribacchino”, e altri che dissero qualcosa di simile della Mazzantini, che quel premio lo vinse pure. Dato che per molti sono baracconate, e che vi partecipano anche artistucoli senz’arte né parte, significa allora che quei premi non valgono niente? No, almeno non per me. Basta saper distinguere. Non in base al numero però, a meno di credere davvero che Manzoni volesse avere solo 25 lettori. Il pop, quella che tu brandisci come una parolaccia, è il legittimo desiderio di essere apprezzati da molti, e in quei molti ci sono sia l’uomo qualunque che i critici del premio Tenco e gli organizzatori di Topolò.
    (ma tu che hai capito della link parade? che era una classifica di qualità? che voleva avere valore “scientifico”?)

    • Tiziano Scarpa Says:

      Se ti fa piacere interpretarmi così e attribuirmi voluttuosamente queste idee, “manicheismi” vari, parole che non ho detto, giudizi ‘en masse’ che non ho espresso, fa’ pure. Ci sono le risposte che ti ho dato, c’è il mio articolo che hai onestamente linkato a dimostrare il contrario.

  8. sergiogarufi Says:

    Giudicherà chi legge. Qui c’è il mio pezzo, il link al tuo e i nostri commenti, perché da me si può non essere d’accordo con quello che scrivo e dirlo. Da me.

    • Tiziano Scarpa Says:

      Dopo tre anni di sfibranti polemiche quasi quotidiane su Nazione Indiana, al Primo amore abbiamo deciso di rinunciare ai commenti per dedicare le nostre energie alla scrittura degli interventi e alle nostre attività, studio, scrittura, opere (“ambizioni artistiche”). Il tempo è limitato, bisogna scegliere bene come spendere i propri “lingotti d’ore”. Ormai se qualcuno vuole rispondere a un articolo può farlo ovunque in rete, lo si legge comunque (e scrivere un articolo di solito costringe a una strutturazione degli argomenti più meditata). C’è per caso qualche altro fronte polemico che vuoi aprire con ulteriori sottintesi e implicazioni, Sergio? :-)))

      • sergiogarufi Says:

        No, è il demone dell’analogia. A me saltano subito agli occhi le similitudini, le frizioni, le reciprocità mancate. Spesso sono illuminanti. Sarà per questo che amo tanto Blob. Buon lavoro Tiziano, resti sempre il mio scrittore italiano preferito 🙂

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