Tre volte Dora

treppe kafka

Se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Dora. Mi piace, è un nome semplice e pulito che ricorre spesso nella mia vita. Una volta ci provammo seriamente ad avere un figlio, io e la mia fidanzata, alla fine del 2002. Avevamo appena comprato una casa con una camera in più, stavamo insieme da tempo e presto avrei compiuto quarant’anni. Era insomma il momento giusto, ma nonostante gli sforzi non venne, e dopo un po’ scoprii che lei insisteva perché in realtà sperava che un figlio le impedisse di scappare ancora, dato che dopo tre anni con un uomo sentiva il bisogno di mollare tutto e cominciare una nuova vita altrove, cambiando compagno, nome, città.

Anche in seguito mi capitò una cosa simile, con la mia seconda convivenza. Le ragioni erano diverse, ma l’impressione che lei volesse un figlio per rivitalizzare un rapporto in crisi era la stessa. Ad ogni modo non sono diventato padre, però una Dora nella mia vita c’è, anzi, a ben vedere ce ne sono addirittura tre. Non portano il mio cognome e sono tutte morte, ma in certi momenti penso a loro come fossero persone vive e di famiglia.

La prima Dora si chiamava Diamant, e fu l’ultima donna di Kafka, forse l’unica che lo rese davvero felice, sebbene accompagnandolo verso l’uscita. Kafka la conobbe a Graal-Müritz, una località balneare sul mar Baltico, nel luglio del 1923. La foto in alto è stata scattata da una mia amica in un piccolo museo privato di quel paese dedicato a Kafka, e la cosa che mi ha colpito di più è il pezzo di scala che il proprietario del museo ha salvato da una demolizione. Quella reliquia secolarizzata apparteneva alla casa in cui Dora lavorava come educatrice. Su quei gradini che oggi finiscono contro un muro Franz e Dora passarono parecchie volte, forse ridendo, forse tenendosi per mano e immaginando il loro futuro insieme. Franz sapeva che non gli restava molto, per questo non perse tempo e dopo un breve passaggio a Praga la raggiunse a settembre a Berlino. Da allora Dora e Franz non si separarono più, fino al fatidico martedì 3 giugno 1924, quando lui morì.

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La seconda Dora di cognome faceva Kellner, e fu la moglie di Walter Benjamin, quella che gli diede un figlio, Stefan, nato a Berna nel 1918. Il loro fu un rapporto tumultuoso finito con una separazione giudiziale, ma nonostante le recriminazioni (sui tradimenti e i soldi spesi al gioco, come lamentò nelle lettere a Gershom Scholem), lei non gli negò mai il suo aiuto e il suo sostegno quando aveva bisogno. Lo ospitò varie volte fra l’ottobre del 1934 e il gennaio del 1938 nella pensione Villa Verde che gestiva a Sanremo, e allo scoppio della guerra insistette affinché la raggiungesse subito a Londra, dove si era rifugiata con loro figlio per scampare ai nazisti. Curiosamente, forse a pochi isolati dall’abitazione di Dora Kellner, anche Dora Diamant viveva a Londra in quello stesso periodo. Quest’ultima si spense nel ’52, mentre la Dora di Benjamin le sopravvisse per altri dodici anni, pur essendo più vecchia. Morirono da sole, senza un compagno a fianco, e ai loro funerali parteciparono meno di dieci persone.

dora

La terza Dora, quella che mi riguarda più da vicino, all’anagrafe era registrata come Henriette Theodora Marković, ma è passata alla storia col nome di Dora Maar. Tutti la conoscono come la musa di Picasso, ritratta infinite volte nei suoi quadri e sculture ma pure in foto in compagnia di amici illustri come Paul Eluard o Man Ray. In certi casi passava lei dietro l’obiettivo, registrando momenti cruciali come quelli della genesi di un capolavoro, cioè mentre Pablo realizzava Guernica nel suo mitico atelier al 7 di rue des Grand Augustins.

dorama

Ma la mia Dora Maar prescinde da Picasso, non l’ha ancora incontrato, infatti è stata la protagonista della mostra “Dora Maar nonostante Picasso”, che fu allestita nella primavera-estate del 2014 a Palazzo Fortuny a Venezia e che raccoglieva molte sue fotografie. Le figure a lei più care erano i dimenticati da dio, reietti, beoni, vecchie prostitute, mendicanti e vagabondi che confessava con indulgenza e ritraeva con sguardo pietoso e partecipe. Come nel viaggio solitario in Spagna durante l’estate del 1933, fermandosi a Barcellona, all’hotel Oriente sulle ramblas, da cui si muoveva per fotografare il mercato delle Boqueria o la baraccopoli del Somorrostro, una specie di favela sulla spiaggia di fronte al quartiere del Poble Nou, che dopo la guerra civile arrivò a contare quasi ventimila abitanti. E fra questi straccioni proletari, in una piccola succursale di quell’inferno di catapecchie che si chiamava ironicamente Mar Bella, c’era anche mia madre. Mia madre piccolina, di sei o sette mesi, dato che era nata il 31 gennaio del 1933. Dei suoi primi anni di vita non si sono salvate immagini, però quando guardo la donna con tre ragazzini che Dora immortalò al Somorrostro non la sento un’estranea, e penso che avrebbe potuto essere mia nonna coi suoi figli, o una vicina di baracca che la conosceva.

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5 Risposte to “Tre volte Dora”

  1. dario Says:

    ah beh! caro Sergio, allora la quarta è mia nonna Dora (all’anagrafe Teodora), e se il primogenito di mio fratello fosse nato femmina (il parto è stato qualche giorno fa), il nome era già deciso…

    un saluto!
    dario

  2. beppe Says:

    ci sono tante Dora, passando per la parola greca per arrivare, provvisoriamente, a Montale. Ma la mia Dora è il mio cane, cucciola di Labrador di ormai quasi due anni

  3. sgolisch Says:

    L’estate di Kafka e Dora.
    Quell’estate nella vita di un uomo (e di una donna!).

    Solo un’estate donatemi, o possenti.
    E solo un autunno al mio canto maturo
    Poiché il cuore, sazio
    Di dolce gioco, possa morire.

    Hölderlin, Alle Parche

    Dora e Franz che passeggiano nel parco di Steglitz.
    Ci sono andata anche io.
    Ma gli alberi tacciano…

    Ciao Sergio!
    S.

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