codici e decodifiche

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Riporto questo post di Gilda Policastro dato che l’ha già pubblicato Giulio Mozzi su Vibrisse, il bollettino letterario che cura da anni. Mi interessa perché trovo molto rivelatori alcuni suoi passaggi. Penso a parole come “sforzarci“, “godimento facile“, “facilitare la comprensione“, “decodificare“, “lettori impreparati“, e infine all’affermazione (contenuta in una domanda retorica) sulla lettura (di libri non commerciali) come “un’esperienza intellettuale” che necessita di “qualche spazio di riflessione, approfondimento e […] di un dizionario?

La mia impressione è che qui Gilda, parlando di godimento facile, ce l’abbia soprattutto col mito dell’intuizione, quello che Adorno attribuiva al lettore occasionale, un po’ sprovveduto, per il quale lo scopo di un’esperienza estetica non è la ricerca di un senso, ma il desiderio di evasione e di facili emozioni (“dietro il culto dell’intuibilità è in agguato la convenzione piccolo borghese del corpo che resta sul canapè mentre l’anima si slancia in alto: l’approccio all’arte deve essere rilassamento che non costa fatica“).

Ciò che mi ha sempre un po’ inquietato in questa immagine è il sospetto che Adorno in fondo aderisca alla stessa convenzione, assumendo senz’altro, seppur per farsene beffa, che il soggetto esperiente (il lettore impreparato di cui parla Gilda), sia ancora l’animula garrula librantesi verso il sublime ormai scevra da onere di carni, e non invece quella spoglia e inerme che, stretta al suo canapè come a un banco di scuola, già va educandosi all’urbanità del cadavere. E’ appunto questa etica della fatica che non mi convince e che mi sembra soltanto una maniera di risarcirsi. Opporsi all’idea che solo ciò che richiede uno sforzo di comprensione è arte non significa negare valore artistico a ciò che non si comprende – e proprio perché non lo si comprende -, con l’istintiva ostilità del villico verso il latinorum, ma svalutare l’apprensione intellettuale in sé come momento privilegiato dell’esperienza estetica. In questo senso, capire o non capire l’espressionismo astratto di Rothko o il Finnegans Wake non fa alcuna differenza, perché è lo stesso sistema binario della comprensione/incomprensione a risultare fuorviante. L’oscurità o la trasparenza del discorso letterario, nella loro infinita reversibilità, sono soltanto le due facce di un medesimo equivoco che ne disconosce il carattere costitutivamente allusivo, vale a dire non suscettibile di alcuna decodifica o decifrazione.

Altrove Gilda denuncia “un’emergenza di tutt’altro tipo“, cioè “quella che chiede oggi al lettore di capire da solo come funziona un testo, di saperlo leggere, e di poterlo scegliere“, ma risulta evidente che le due cose sono strettamente collegate. Le opere complesse hanno bisogno secondo lei di essere decodificate, e in quest’epoca di disintermediazione l’assenza di filtri qualificati ha favorito il proliferare di una paraletteratura rassicurante e consolatoria che in certi casi (come l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti) ha buone chance di aggiudicarsi addirittura lo Strega. Questi “libri-chiacchiera, birignao“, scritti con una “sintassi elementare e un lessico vieto“, sono deleteri perché vengono spacciati per opere importanti e stanno emarginando chi si ostina ancora a difendere un’idea alta di letteratura intesa come disordine, disturbo, veleno (e qui viene in mente Il farmaco, l’esordio narrativo della Policastro, che è sia rimedio che sostanza tossica).

Stranamente, perché è un autore che Gilda conosce bene e sul quale ha scritto spesso, fra i nomi che lei cita come esempi di maestri del pensiero da cui trarre insegnamento (“vuoi mai che impariamo parole nuove“) c’è Giorgio Manganelli, i cui libri potrebbero essere letti addirittura con un dizionario a fianco. Il tapiro viene così associato a un’idea virtuosa e pedagogica della letteratura che in verità lui contestava radicalmente, tanto da considerarla “decidua“. Ricordo in particolare una polemica con Beniamino Placido (ripresa nel Rumore sottile della prosa), il quale sosteneva che “i libri dovrebbero servire a pensare, capire“, cui Manganelli rispose chiedendo (e chiedendosi): “e non piuttosto fantasticare, non capire?“. La verità è che per Manganelli il discorso letterario si apparentava alle sentenze degli “antichi oracoli, che dicono la verità e la occultano“, perché la letteratura è ambigua, elusiva, “discorso che non può essere spiegato“.

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