Perdersi

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato.

Sembravo Enrique Larreta, lo scrittore argentino che non finiva mai un libro perché ogni frase che leggeva gli ricordava qualcos’altro e lo invitava alla digressione. A volte le mie distrazioni parigine erano minime, non avrebbero giustificato una deviazione perché non c’era nessun luogo importante da visitare, e a volte non sapevo neppure il numero civico preciso dove andare, però a spingermi ugualmente a lasciare la via vecchia per la nuova era l’idea di rivivere certe atmosfere, di testimoniare con la mia presenza un ricordo, foss’anche una nota a margine di qualche luminosa esistenza.

Come quando, nel mio disancorato vagabondare, sono passato da rue des Saints Pères, dietro Saint Germain, solo perché rammentavo che in una sua lettera alla madre Rimbaud le chiedeva di spedirgli dei libri in Africa (niente di colto o sofisticato, solo manuali tecnici del tipo che oggi vende Hoepli, tutorial di carta), e le consigliava di comprarli direttamente dall’editore Lacroix, che si trovava proprio in quella strada del quartiere latino.

Le passeggiate, come le letture, dovrebbero essere tutte così, incominciare con un vagheggiamento e terminare con un invece, mentre spesso si riducono alla verifica di un pregiudizio, come se più nulla potesse davvero stupirci. Oggi il turista nasce vecchio, al pari di Benjamin Button. Si va alle mostre d’arte col catalogo o l’audioguida e si viaggia col baedeker per cercare le corrispondenze tra le aspettative e la realtà, un po’ come l’amore al tempo di facebook, in cui prima ci si conosce e ci si studia (tramite le foto e i post) e solo dopo, se è il caso, ci si incontra. Perdersi quindi, divagare (magari buscando el levante por el poniente), lasciarsi trasportare dall’anarchico flusso dei mille rimandi della memoria involontaria significa ricercare l’imprevisto e non arrendersi al dejá-vù, perché, come sosteneva Tiziano Scarpa nella sua bella guida veneziana, “smarrirsi è l’unico posto in cui valga la pena di andare“.

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4 Risposte to “Perdersi”

  1. giacinta Says:

    Se sei ancora a Parigi e ti piace Maigret, allora clicca qui

    Ciao!
    Giacinta

  2. libra63clan Says:

    Flaneur a Parigi… che meraviglia! Conosci la libreria italiana Tour de Babel nel Marais? a due passi da Place des Vosges…

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