pedinamenti

acconci (1)

Oggi ho saputo che Vito Acconci è morto a New York poco più di due mesi fa. Aveva 77 anni. Era un artista eclettico e sperimentatore, convinto che il mondo fosse fatto di relazioni, non di cose. E proprio sulle relazioni, sui rapporti con gli altri, sono incentrate le sue opere più famose e riuscite, i c.d. Following Piece.

acconci

Nell’epoca dei follower sedentari attaccati a uno schermo, sembra strano che un tempo qualcuno volesse uscire in strada per pedinare un estraneo in modo disinteressato, cioè senza essere un detective privato sulle orme di qualche marito infedele o un poliziotto che spia un criminale. Acconci negli anni 70 a New York faceva appunto questo, seguiva gli altri per depistare sé stesso e la propria vita. Sceglieva a caso un passante – magari attratto da un paio di scarpe strane o da una smorfia curiosa – e gli andava dietro per la città il più a lungo possibile. Il pedinamento poteva consumarsi in una manciata di minuti, se lo sconosciuto saliva all’improvviso su un’automobile o varcava un portone, oppure durare ore, perché le sue performance artistiche cessavano solo quando il pedinato entrava in un luogo privato, come la sua casa o il suo ufficio, considerati inviolabili.

papà

Mio padre non era un appassionato di arte contemporanea, e con ogni probabilità non sapeva neppure chi fosse Vito Acconci, ma aveva parecchie cose in comune con lui. Non lo spingeva la stessa curiosità per le vite degli altri, quando annunciava a noi figli piccoli che quel giorno saremmo andati “all’avventura”, intendendo con ciò una gita in macchina senza una meta precisa, se non quella scelta da un’altra auto sconosciuta che improvvisamente ci mettevamo a seguire, però lo spirito da esploratore e la suspence erano identici.

Andare all’avventura divenne il passatempo preferito di noi fratelli, quello che ci faceva attendere con trepidazione il weekend come una caccia al tesoro, trasformando le strade di Milano nei sentieri di un’isola esotica piena di insidie e imprevisti e con un traguardo finale avvolto in un mistero impenetrabile.

Scoprii così dei posti incantati, che da adulto sarebbero diventati i miei luoghi elettivi, la mia topografia interiore, ai quali torno spesso e dove porto i miei cari. La torre longobarda di Vezio, per esempio, con la sua vista stereoscopica sui due rami del lago di Lecco, che incontrammo una domenica invernale seguendo una 500 gialla che da Varenna s’inerpicò ansimando sui tornanti per fermarsi al cimiterino locale, e dalla quale scesero due gemelli anziani con un mazzo di fiori un po’ sorpresi nel vedere quella famigliola numerosa con la quale avevano condiviso tanta strada.

castello-di-vezio

Il giochino non durò a lungo. Troppi inciampi sul suo percorso, soprattutto per una famiglia numerosa con i figli piccoli. La nostra ultima avventura capitò a Pasqua del 1974, quando sulla scia di una due cavalli arrivammo in provincia di Siena, e non trovando posto in nessun albergo o pensione fummo costretti a dormire in macchina, tutti e sei stipati dentro una Giulia Alfa Romeo parcheggiata davanti a un mobilificio. Noi bambini eravamo entusiasti dell’imprevisto, non sentivamo neanche freddo. Passare la notte insieme sotto le stelle, restare svegli fino a tardi, ci sembrava una festa, ma mia madre, che non aveva mai amato quel gioco, la prese malissimo.

Dormimmo poco o niente. Al risveglio eravamo tutti anchilosati e Mario aveva i brividi e la fronte che scottava. Mamma s’infuriò con papà e gli diede dell’incosciente, perché con quattro figli piccoli solo un irresponsabile andava così allo sbaraglio. In verità lui di solito era attento, puntuale, non lasciava mai scadere una bolletta e faceva il pieno di benzina appena la spia scendeva sotto la metà. Quelle avventure in macchina erano le piccole insubordinazioni di un uomo fondamentalmente prevedibile e abitudinario, il suo modo di concepire il mondo come qualcosa ancora da scoprire, qualcosa a cui si va incontro con fiducia, che presuppone una distanza, uno spostamento e una disponibilità. Forse anche lui voleva depistare se stesso, ma mamma era stanca di tutti questi inconvenienti e non volle sentir ragioni, così dopo un po’ lui promise di non rifarlo più.

Questa foto, che non ricordo dove fu scattata, rende l’idea della tensione provocata da quei dissapori. Somiglia un po’ alla famiglia Bellelli di Degas. degasC’è la stessa atmosfera pesante. Papà ha l’aria avvilita, come di chi sa di averla fatta grossa, mentre mamma guarda ostentamente altrove. Io e Davide sembriamo gli unici consapevoli del misfatto, Mario ha un’espressione stralunata e Nuria, ignara di tutto, civetta col fotografo.FB_IMG_1499967624131

Il ritorno in macchina fu innaturalmente silenzioso, ognuno assorto nei suoi pensieri guardando il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Ricordo di essermi sentito terribilmente solo, come se in quel weekend fosse finita la mia infanzia, ma finita nel senso di spacciata. Oggi penso che quando la mia compagna si lamenta perché io non prenoterei mai nulla, biglietti del cinema, ristoranti e alberghi, o quando seguo le tracce dei miei fantasmi letterari a partire dalle loro abitazioni, in qualche modo sto testimoniando una passione che mi scorre nel sangue e che risale alle avventure di quei bei giorni sconsiderati.

 

Annunci

Tag: ,

Una Risposta to “pedinamenti”

  1. dario Says:

    bellissimo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: