dizionari interiori

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato.

Nella scrittura di un romanzo succede un po’ la stessa cosa. La schermata bianca può istigare la fantasia più sfrenata o inibire totalmente, come nel proverbiale blocco dello scrittore, ma come nell’arredamento alla fine sono i nostri limiti a dettare legge. Scriviamo quello che siamo in grado di scrivere, attingendo alle nostre esperienze e alla nostra fantasia. Ormai mi sono rassegnato al fatto che, in modo più o meno evidente, nei miei libri sono e saranno sempre presenti degli altri libri, perché è a partire da lì che riesco a concepire una storia.

Quando tre anni fa stipulai il contratto col mio editore per un nuovo romanzo, passai qualche giorno a fantasticare che nulla avesse a che fare con i libri, e in cui il protagonista svolgeva mestieri totalmente estraneo alla letteratura, finché presto capii che era inutile, che il mio côté era quello, così come ero nato biondo e di corporatura robusta. Non aveva senso ribellarsi alla propria natura, e allora fra tutti i libri possibili scelsi quello che in quei giorni stavo leggendo avidamente, leggendo rileggendo e sottolineando: l’epistolario dello scrittore argentino Julio Cortazar. D’altronde era stato lui stesso in una lettera a sostenere che tutto parte da un libro.

Così decisi che il mio protagonista sarebbe stato un traduttore dallo spagnolo, impegnato a tradurre proprio quel libro, e la figura del grande scrittore argentino doveva essere una sorta di spirito guida, come Humphrey Bogart per Woody Allen in Provaci ancora Sam. Altri elementi del plot che volli sin dal principio per il protagonista furono l’eredità inaspettata, il rapporto difficile con una donna molto fragile e insicura e l’affettuosa rivalità con un amico colto. Da lì cominciai ad arredare le pagine, e siccome l’idea iniziale mi venne a Bevagna, un piccolo paese dell’Umbria, pensai di ambientarne una parte lì, che il protagonista fosse originario di quel paese, sebbene in seguito si fosse trasferito a Roma, dove io vivo da quattro anni.

Ma le questione delle case ritornò anche come ossessione del protagonista verso le numerose abitazioni di Cortazar, che lui prima spiava come uno stalker digitando l’indirizzo su Google Earth e poi visitò di persona, soprattutto quelle di Bruxelles e Parigi, dove nacque e morì. L’idea era quella che ripercorrendo i passi del suo idolo alla fine avrebbe trovato la propria strada, come in qualche modo avviene. E infine volevo che la frase posta in esergo, che recitava: che tutti i tuoi desideri si possano realizzare, un’antica maledizione gitana, informasse di sé tutta la narrazione. Un po’ perché Il superlativo di amare è anche la storia di un uomo che ce la fa, ma che pagherà a caro prezzo questa realizzazione, e un po’ perché allude al fatto che le parole non hanno lo stesso significato per tutti. Esistono infiniti dizionari interiori, uno per ciascuno di noi, e questo è uno dei motivi per cui i rapporti umani sono così affascinanti e difficili.

(articolo uscito nel settembre 2014 qui)

 

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