il mio rapporto con Roma

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La prima volta che vidi Roma avevo sette o otto anni. Venni con tutta la mia famiglia, a pasqua, e mio padre fece le cose in grande, prenotò al Grand Hotel di via Veneto. Tutto mi sembrava così grandioso e imponente, non sapevo da che parte girarmi. Ricordo che visitammo l’Ara Pacis, che allora stava nella c.d. teca di Morpurgo, dal  nome dell’architetto che negli anni 30 la inscatolò dentro una specie di tempio greco rettangolare a vetrate, e io rimasi incantato dalla grazia e dall’innocenza di quel candore, dalle sue geometrie rigorose. Pensai che non esisteva nulla sulla faccia della terra di più puro, l’ara per me era il simbolo stesso della purezza, fino a che la guida ci rivelò che in origine era tutta colorata, con colori molto accesi e brillanti, e che la sua funzione era quella di un altare per i sacrifici di animali, e a questo proposito ci indicò i buchi all’altezza del pavimento, spiegando che si trattava delle canaline di scolo per il sangue delle bestie che scorreva a fiumi.

La sera andammo con una coppia di amici dei miei al ristorante. Non sapevamo che locale avessero scelto, e d’altronde noi fratelli eravamo troppo piccoli per interessarci a quelle cose. Sta di fatto che arrivati sulla soglia entrarono per prime mia madre e la sua amica romana, seguite dappresso da me e mio fratello minore. In quel momento i camerieri si voltarono all’unisono, compreso uno che stornellava con la chitarra, e guardando mia madre e la sua amica cantarono in coro: “So’ arrivati i du troioni”, sulle note sconce di osteria numero zero. Io e mio fratello restammo impietriti, certi che di lì a poco avremmo assistito a una scena da far west, con lancio di sedie e tavoli spaccati in testa. E’ che mio padre era un armadio di più di un quintale, campione di lotta greco-romana e col carattere di uno zolfanello, per la gelosia verso sua moglie, tant’è che per molto meno gli avevo visto prendere per la collottola qualche malcapitato che aveva osato guardarla troppo a lungo. Eppure non successe nulla. Incredibilmente, papà non era furioso, anzi, rideva, rideva di gusto. E continuò a ridere anche dopo, quando per apparecchiare i camerieri sbattevano i piatti sul tavolo e alle ordinazioni ci mandavano affanculo. Io non capivo quell’ilarità ma non chiesi o ebbi spiegazioni. Notavo solo la stranezza che al Grand Hotel ci trattavano come dei principi, e lì invece come dei pezzenti.

Oggi penso che quel primo incontro mi segnò molto più di quanto non creda. Fu una specie di imprinting, di quelli che ti marchiano, e infatti io Roma continuo a non capirla, a guardarla con quegli occhi sgranati da bambino spaesato e incredulo. Ma Cencio la parolaccia, così si chiamava quel locale che poi divenne famoso perché comparve in film di successo come Fracchia la belva umana, non era una eccentricità folcloristica per turisti masochisti. Ora so che Roma vive e si nutre anche di quelle contraddizioni, di quei ribaltimenti della logica ordinaria. Come quando dovevo andare in moto da piazza Consalvi a Piazza del Popolo, ed essendo in via Flaminia dissi a Chiara: “è facile, vado tutto dritto, giusto?”, perché vedevo alla fine l’obelisco del traguardo, e invece lei mi rispose che dovevo attraversare il fiume e poi riattraversarlo ancora, perché a Roma spesso il modo più veloce per andare da A a B non è la linea retta, ma l’arabesco.

E ricordo pure un articolo di Antonio Pascale sul Corriere, in cui raccontava come fu assunto al Ministero dell’Agricoltura. Disse che il primo giorno gli chiesero un parere su com’era scritta una circolare esplicativa. Lui la lesse e rilesse senza capirci nulla, per la selva di subordinate, rimandi e una serie di punti numerati A) a) A1 aa1 e via dicendo. Così, con mille cautele lo disse timidamente al suo direttore, ma questi sorrise ed esclamò soddisfatto: ” Bene, allora è perfetta!”, perché un comunicato ministeriale giusto deve essere incomprensibile o quasi, in modo da lasciare all’Ente pubblico il potere discrezionale dell’interpretazione autentica.

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Una Risposta to “il mio rapporto con Roma”

  1. acabarra59 Says:

    “ Martedì 16 gennaio 1996 – « 4704. Ministero degli Esteri. 1880 – Avevo scritto una nota, di quelle in cui si deve dir nulla con molte parole. Il mio capo d’ufficio vi diede un’occhiata, e siccome, per la mia fitta scrittura, appariva breve, “ va bene “ disse “ ma parmi un po’ corta, veda di aggiungervi qualche periodo “. Io mi chinai in silenzio, ripresi la nota, e tornato al mio scrittojo, non feci altro che ricopiarla da capo in un largo carattere, a grandi interlinee; poi la riportai al capo d’ufficio. E questi: “ ah, ora sì che va bene “ disse – e la passò ai copisti. » (Carlo Dossi, Note azzurre) “.

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