Archive for maggio 2018

It’s still the same old story

maggio 27, 2018

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“Un giorno del 1946 nella redazione dell’Einaudi si fa un gioco. Mentre tutti stanno lavorando insieme in uno stanzone, qualcuno starnutisce. Bisogna esprimere sinceramente ad alta voce il desiderio cui si tiene di più, perché solo così il desiderio si avvererà come vuole la leggenda. Natalia Ginzburg dice: ‘calze di nylon’. Pavese: ‘la gloria’”

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I guilty pleasures dell’ingegnere

maggio 26, 2018
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Pare che nello studio di Carlo Emilio Gadda ricostruito al Viesseux ci siano anche i suoi dischi. Tutto sommato pochi, una ventina: Rossini, i madrigali di Monteverdi, le sinfonie di Beethoven e, inaspettatamente, un’antologia di Claudio Villa.
Curioso, no? Il Reuccio e l’ingegnere, la melodia e il pastiche, come se Agamben vedesse di nascosto i film di Checco Zalone…

Le pratiche inevase

maggio 25, 2018

levi

Signore, a fare data dal mese prossimo

voglia accettare le mie dimissioni

e provvedere se crede

a sostituirmi.

Lascio molto lavoro non compiuto

sia per ignavia

sia per difficoltà obiettive.

Dovevo dire qualcosa a qualcuno

ma non so più che cosa e a chi

l’ho scordato.

Dovevo anche dare qualcosa

una parola saggia, un dono, un bacio

ho rimandato da un giorno all’altro

mi scusi

provvederò nel poco tempo che resta. (more…)

Piccoli Rubiconi crescono

maggio 24, 2018

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Per me mio padre è morto il 2 settembre 1990. Sulla lapide in marmo nero al cimitero Maggiore c’è scritto 21 dicembre 1991, ma quella è solo burocrazia, dati da censimento, termini utili per stabilire da quando decorre la pensione di reversibilità. In verità lui decise di farla finita il 2 settembre 1990, quando aveva 55 anni, la mia stessa età adesso, e per me fa fede quella data, per me lui cessò di vivere quel giorno. L’anno e mezzo in più che rimase in coma in ospedale a Garbagnate non lo visse veramente, ma sopravvisse, contro la sua stessa volontà e contro ogni logica, per cui io non lo conto.

Ho sempre più bisogno delle foto. Passa il tempo e i ricordi di lui mi si annebbiano, si scontornano, e per raffigurarmelo ancora ricorro alle poche foto superstiti. Non ce ne sono tante che ci ritraggono assieme, forse quattro o cinque. Qui siamo in barca a Lipari, dove trascorremmo tante vacanze estive. Ricordo quel giorno. York, il nostro dobermann era terrorizzato dalla velocità del motoscafo di un cliente facoltoso di mio padre, e infatti poco dopo se la fece sotto spruzzando di merda quei cuscini candidi. Arrivati in porto non aspettò che ci assicurassimo al molo, e sfuggito alla mia presa spiccò un balzo verso terra fallendo però l’attracco. Finì sotto la chiglia e scomparve alla nostra vista creando il panico, allora m’immersi subito e lo riportai a galla assieme a un bel po’ di graffi provocati dalle sue unghie. Occhio e croce eravamo intorno al 1980, e questa foto mi ha fatto ricordare pure che io ero arrabbiato con mio padre per non aver lasciato a casa il cane, dove poteva starsene bello comodo e in pace. Comunque, anche mio padre gli voleva bene. Magari si scocciava a portarlo giù la notte, ma mentre guardava la tv la sera non smetteva mai di accarezzarlo, era il suo scacciapensieri. Quante cose, senza neanche accorgermene, sto via via perdendo di lui.

Forse è una mera questione aritmetica. Se lui è morto nel 1990, quanďo io avevo 27 anni, vuol dire che oggi, che ne ho 55, ho attraversato un piccolo Rubicone del nostro rapporto, e cioè il fatto che è più il tempo che ho passato senza di lui che quello che ho passato con lui, e come un’auto che si allontana dal ponte in direzione contraria, ogni esperienza fatta, ogni persona incontrata, ogni minuto trascorso mi allontanano sempre più da lui, me lo fanno vedere sempre più piccolo e sfocato negli specchietti della memoria, fino a che sarà solo un puntino all’orizzonte alle mie spalle.

Le ultime parole di PVT

maggio 22, 2018

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“La letteratura non salva, mai.
Tantomeno l’innocente.
L’unica cosa che salva è l’amore fedele e la ricaduta (che è come il temporale) della grazia”
(Le ultime parole di Pier Vittorio Tondelli)

cosa resterà

maggio 21, 2018

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Chissà cosa resterà di tutti questi diari in rete, forse niente, magari solo poche righe, o più, non lo so, racconti fantasie e confessioni di gente che fa la sua corsa da sola per il piacere della corsa, come quei ciclisti che seguono le competizioni per strade parallele e per un po’ vedi che stanno a fianco dei campioni, come se partecipassero anche loro alla gara, poi a un certo punto smettono, li lasciano andare, un po’ perché non hanno più fiato, e un po’ perché tanto loro non corrono per nessuno.

Papaveri e binari

maggio 19, 2018

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Che bella l’incoscienza dei papaveri sui binari.

Una favola di Cioran

maggio 18, 2018

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La mia Milano

maggio 15, 2018

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Una targa in memoria della povera Rosetta, al secolo Elvira Andrezzi, la prostituta più famosa del Ticinese, che divenne una figura leggendaria della Milano dei primi del secolo, anche per merito di una canzone di Nanni Svampa. Abitava in un anonimo palazzo oggi ambitissimo vicino alla Darsena, in via Gaudenzio Ferrari 7. Non so se le sua bellezza togliesse davvero il fiato, come recita la targa commemorativa posta in piazza Vetra, il luogo dove batteva. Dalle foto d’epoca penso che oggi non farebbe più lo stesso effetto, i canoni estetici cambiano, come tutto il resto.

Processed with MOLDIVRosetta ebbe una vita breve e turbolenta che negli ultimi mesi sembrava essersi riscattata dal marciapiede grazie al teatro. Aveva cominciato infatti a esibirsi con discreto successo come canzonettista ed era in partenza per Genova per una tournée, quando fu picchiata a sangue da un questurino calabrese che le dava il tormento perché si era invaghito di lei senza essere corrisposto. Morì il 27 agosto 1913, pochi giorni prima di compiere diciott’anni. Che bella una città che ha delle targhe così.

Bellagio, Stresa e le soglie del testo

maggio 14, 2018

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E’ morto Gérard Genette, una delle mie bussole letterarie. L’avevo scoperto poco prima dei vent’anni grazie a Borges, perché scorrendo la bibliografia critica sull’argentino un suo saggio (“La Litterature selon Borges”, in Figure III) spiccava su tutti gli altri, specialmente quelli degli ispanoamericanisti più illustri, come Emir Rodriguez Monegal e Jaime Alazraki.

Borges faceva di queste cose, era un autore centrifugo, i suoi scritti invitavano a leggerne tanti altri, a fare mille collegamenti ipertestuali, a invertire genealogie (come per I precursori di Kafka, o gli esegeti del Chisciotte), e infatti per merito suo scoprii grandi critici come Maurice Blanchot e gemme preziose come Wakefield di Nathaniel Hawthorne Bartleby di Hermann Melville. Un esempio opposto di autore centripeto invece è Céline, una meraviglioso finisterrae, come Bellagio, luogo bellissimo oltre il quale non puoi andare (in questo senso Borges somiglierebbe a Stresa, altrettanto bella ma naturalmente attraversabile).

Dopo Figure III arrivai a Soglie, e lì capii che i paraggi del testo erano il cuore delle mie ossessioni letterarie, fin da quando alle medie andai in gita scolastica a Recanati e vidi la casa di Leopardi, o più tardi, al liceo, quando sempre in gita visitai il pomposo Vittoriale di D’Annunzio. Paratesto, tutto paratesto, al pari di una prefazione, un esergo, una quarta di copertina. Anzi, forse proprio quella era la soglia principale, la soglia di casa, il punto ideale tramite il quale accedere a un’opera, perché fra quelle mura domestiche fu concepita, nacque, prese forma. E lo stesso discorso vale per La fenomenologia dei ringraziamenti letterari, che analizzava la soglia di uscita, il suo commiato definitivo, come se la spigolatura fosse il mio destino, più che il corpo a corpo col testo.