separazioni

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Alle stazioni dei treni mi piace guardare le separazioni. Tra chi parte e chi resta, tra amici, fidanzati, o genitori e figli e viceversa. Non ascoltare le parole che accompagnano le separazioni, e neppure spiare le lacrime, i baci o gli abbracci, ma cogliere l’attimo in cui torniamo ad essere soli, l’attimo in cui ci ritiriamo, scivoliamo mestamente indietro, come una specie di moonwalk dell’anima. È la frazione di secondo che precede l’allontanamento, quando lo sguardo si distoglie dalla persona cara e comincia la prima rotazione del corpo in senso opposto, appena il treno è partito e l’altro esce dal nostro campo visivo. Una sorta di stallo in cui forse, per me, si racchiude il mistero e il fascino dei rapporti umani, come uno iato tra l’essere e il non essere insieme.

Ora lo faccio di rado, anche in prima persona e per strada, però rivivo sempre la stessa sensazione. Come ieri mattina, che passavo in macchina da viale Regina Margherita per andare in ufficio e, fermo in coda a un semaforo, mi sono ritrovato davanti una ragazza che aspettava l’autobus guardando il cellulare. Era appoggiata a una ringhiera e aveva un casco in mano, come se fosse arrivata lì in motorino, o come se stesse andando a prenderlo. Era molto bella, lo si capiva subito anche se mi dava le spalle, ma ad attrarmi c’era pure la consapevolezza che di lì a poco l’avrei perduta per sempre. Io me ne stavo andando per la mia strada e lei restava sulla sua, ignara di quel bivio, del mio passaggio, del mio interesse per lei, della mia esistenza al mondo. È scattato il verde e sono partito, ma mi son voltato e ho voluto fotografarla una seconda volta, mentre già si stava trasformando in ricordo. E poi ho proseguito incontro agli altri infiniti e inconsapevoli addii di cui è composta ogni giornata, come in quei versi del mio poeta preferito che cantano la fugacità di tutte le cose e i limiti delle nostre vite.

 

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