come nel mezzo di una conversazione

Cristina Campo Im

Di mio padre continuo a ripetermi: “È morto con tale amabilità, come nel mezzo di una conversazione…” Tutta la sua grazia, tutto il suo ritmo era riaffiorato nelle ultime settimane: tratti deliziosi, di altri tempi, e nel mezzo del martirio una nonchalance mondana. Come baciava la mano della sua infermiera – una vecchia signora – dopo ogni crisi, scusandosi. Come lodava il mio viso quando lo vedeva vicino  (e i suoi occhi di un incredibile azzurro si restringevano in un’estrema, in una severa attenzione). Come anche il suo amore per mia Madre aveva ripreso le forme della giovinezza, di quel tempo elegante, ardito. Ricordava di continuo la sua bellezza, la sua innocenza – e certi motivi musicali che li avevano legati…Amore di morente cavaliere, che mi faceva rabbrividire. Mi scusi. A nessuno scrivo queste cose. Mi sento assai male ed è difficile anche, con il cuore a pezzi, resistere tutto il giorno per non contagiare chi già tanto ha sopportato. Vorrei scrivere: versi, credo… Ma debbo cambiare casa, cercare casa, al più presto. Ho girato tutto l’Aventino per il meraviglioso silenzio che vi regna e soprattutto per essere più vicina a quel punto – nell’Abbazia di Sant’Anselmo – dove i miei l’ultima volta si riposarono circondati di una bellezza e di un amore perfetti.Guido_Guerrini

[Ciò che amo e insieme ciò che a volte mi indispone nella scrittura di Cristina Campo sta tutto in questa breve lettera ad Alessandro Spina (edita da Scheiwiller), scritta una domenica del 1965. A tratti è irritante la sua eleganza rarefatta, da tarocchi, parlando di un’agonia col mignolo alzato, la morte con nonchalance del padre, “come nel mezzo di una conversazione”. Sarà che io l’ho vissuta in modi molto diversi, tutto tranne che eleganti. Poi però arriva la confessione, secca, dispiaciuta, che tradisce l’imbarazzo, il timore di aver ecceduto nella confidenza e di aver importunato il suo interlocutore con un’intimità eccessiva: “mi scusi. A nessuno scrivo queste cose”. Un’altalena di sentimenti, ammirazione ed estraneità, riconoscimento e sorpresa, quel pudore estremo che commuove come l’ammissione di una debolezza congenita, di un’incapacità umana, il rifugiarsi nella bellezza per proteggersi dalla violenza e dall’orrore del mondo; e poi il ricordo della giovinezza come di un tempo elegante e ardito, io che da ragazzo fui timidissimo e goffo come molti miei coetanei, e ancora il desiderio di stare vicino ai suoi, là dove furono felici, come un omaggio postumo e un voto, che è un po’ anche il mio assillo…]

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