trascendenze nel sottopasso

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L’altra sera nel sottopassaggio della Tiburtina echeggiavano i lamenti di una ragazza stesa a terra. Aveva le gambe tatuate, su cui scorrevano due rivoli di sangue. Si muoveva poco, ondeggiando su un fianco, mentre due paramedici cercavano di calmarla e bendarle la fronte. Attorno, come evocato dai suoi pianti, un capannello di due poliziotti e un militare col mitra puntato a terra, qualche curioso, un ambulante e un ragazzo col cappellino da baseball che ripeteva piano “Mi dispiace”, forse rivolto a lei, forse ai paramedici oppure a tutti noi. Non so. Sono passato oltre perché non volevo essere l’ennesimo guardone, eppure mi ha attraversato la solita paralisi di quando vedo uno sconosciuto piangere o soffrire, come se quei momenti racchiudessero qualcosa di superiore, di assoluto, di trascendente.

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