Archive for agosto 2018

L’ultima casa di Giorgio Manganelli

agosto 11, 2018

20180602_184010

Ho visto l’ultima casa di Giorgio Manganelli, in via Chinotto 8. Era da tempo che volevo farlo, ma mi imbarazzava un po’ presentarmi a degli sconosciuti come un testimone di Geova. Non so cosa mi attrae tanto di questi posti. In genere, gli appassionati di letteratura preferiscono i pellegrinaggi alle tombe dei loro beniamini, dove depongono fiori e poesie, ma a me le tombe non dicono niente. Lì quegli scrittori ci sono stati portati quando erano solo un mucchio di ossa, mentre nelle case che hanno abitato non possono non  aleggiare ancora i segni della loro presenza. Forse è la convinzione che quelle mura siano parte integrante dell’opera di chi ci ha vissuto, una specie di appendice alle Soglie di Gerard Genette. Paratesto anche la soglia di casa insomma, come una  prefazione, un esergo, una quarta di copertina, perché fra quelle mura domestiche l’opera fu concepita, nacque, prese forma. O forse è l’idea che i grandi spiriti conferiscano un’aura sacrale ai luoghi che hanno abitato, e che spetti a noi il compito di cercare “il mistero ansioso di rivelarsi che abita in ogni parete”, come diceva Julio Cortázar, che condivideva  la stessa passione. Quel che è certo è che col tempo per me quei toponimi sono diventati delle metonimie, un po’ come le poesie di Peter Altenberg, che evocavano le donne amate con le semplici coordinate postali delle loro abitazioni.20180602_190941

Via Chinotto si trova a Roma, ed è una bella strada alberata del quartiere Prati. Manganelli ci scherzava molto su  quell’indirizzo, via Chinotto 8 interno 8, come se quel triplo otto fosse una filastrocca bislacca, un simpatico gioco di allitterazioni, e proprio quello scherzo mi ha permesso di identificare l’appartamento  preciso dentro lo stabile, dato che il numero dell’interno è specificato anche sul citofono.20180602_184043

In tutte le altre case romane in cui abitò, da via Gran Sasso 38, dove prese in affitto una stanza presso la famiglia Magnoni, a via Germanico 96, via Monte del Gallo 26, via Senafè 19 e piazza Coppelle 48 – in cui subentrò un imberbe Giorgio Agamben – è impossibile risalire all’interno che occupava, e per la verità neppure è segnalata la sua presenza con una placca commemorativa. Così, una domenica pomeriggio ho vinto gli indugi e ho citofonato agli inquilini di via Chinotto, presentandomi come un giornalista interessato a vedere  l’abitazione del grande scrittore, e questi, che sapevano del loro illustre predecessore, molto gentilmente hanno acconsentito a farmi entrare. Si son presi solo un po’ di tempo, forse per controllare su Google che fossi chi dicevo di essere, e poco dopo mi hanno  telefonato concordando un appuntamento. Così all’ora stabilita ho varcato il portone, preso un vecchio ascensore che saliva lento ed esitante come una mongolfiera e sono sceso al  terzo piano. La coppia dei proprietari era molto affabile e mi ha mostrato ogni stanza come fossi un immobiliarista venuto a fare una valutazione. Era tutto lindo e in ordine, un appartamento elegante, ampio, luminoso, con grandi vetrate e tanti libri, certo non i  diciottomila che possedeva Manganelli e che poi furono donati al Fondo Manoscritti di Pavia. I mobili di design abbinati a qualche pezzo antico su pregiati tappeti orientali ricordano più gli interni da riviste di arredamento come Architectural Digest, che non la  casa dell’autore di Hilarotragoedia. 20180602_184715Dalle foto e dalle testimonianze di amiche assidue dell’ultimo lustro come Patrizia Carrano, pare che trent’anni fa l’atmosfera fosse molto più cupa, soprattutto per via della fotofobia del malinconico tapiro, che amava stare con le serrande perennemente abbassate, come in una prigione della propria indole. In ogni caso era ed è rimasto un appartamento signorile e costoso, il segno evidente di quanto sono cambiati i tempi a proposito del prestigio sociale e del reddito di un intellettuale, che a quell’epoca erano incomparabilmente superiori ad oggi. Manganelli in vita fu un autore di  nicchia, per happy few, non vendette mai più di tremila copie dei suoi libri; ora un suo collega con le stesse tirature e le sue collaborazioni giornalistiche non potrebbe in alcun modo permettersi una casa del genere. In tutto questo tempo i proprietari non avevano fatto lavori di ristrutturazione significativi ed erano subentrati direttamente a Manganelli, che lì fu solo un affittuario. Una delle parti più belle della casa è il balcone così pieno di verde, dalle piastrelle vetrificate alle frasche dei tigli odorosi che accarezzano le finestre del soggiorno. 20180602_184854

Pare che un tempo, a fianco al palazzo, ci fossero gli uffici della casa editrice Nuova Italia, che di tanto in tanto chiamava a raccolta gli scrittori più eminenti per dei convegni, un po’ come fa oggi Laterza radunando gli Stati Generali della Cultura nella sua villa ai Parioli, ma è improbabile che
Manganelli vi partecipasse, data la sua proverbiale allergia all’ufficialità e alle maiuscole. Nello studio, le mensole che ospitavano i libri e la sua collezione di marionette di Pinocchio sono ancora lì. I traslocatori le avevano risparmiate e i nuovi proprietari se le sono tenute.20180602_184650 A parte i mobili, lo spazio del cucinotto non è cambiato, è sempre lo stesso locale angusto da single che non sa cucinare e mangia spesso fuori, come raccontò Pietro Citati in un necrologio ispirato apparso su Repubblica. Anche la camera da letto padronale, col suo stile monacale, non deve essere molto diversa da quella in cui Manganelli morì all’età di 67 anni. Lo trovò la governante Attilia la mattina di lunedì 28 maggio 1990. Non riusciva ad aprire la porta perché il suo corpaccione pingue, che lo scrittore definiva “non proprio antropomorfo“, giaceva esanime per terra ostruendola. La figlia Lietta riferisce che nell’attimo fatale si stava infilando un calzino, e il dettaglio bizzarro rimanda alla sua dichiarazione secondo cui da ragazzo decise di diventare uno scrittore perché non era capace di allacciarsi le scarpe. Il certificato di morte accertò che spirò all’alba, e lo stilò il dottor Corrado Moretti, il medico pediatra che lo aveva in cura e che era il nipote della sua compagna “ufficiale” Ebe Flamini. Manganelli non ebbe un attacco di cuore, come affermarono alcuni giornali, ma fu stroncato dalla miastenia gravis, una malattia neurologica di cui soffriva da tempo. Descrivendone i sintomi più preoccupanti, disse che “talvolta il capo mi crolla come fossi una marionetta a cui hanno improvvisamente tagliato i
fili“. Ecco la parentela con Pinocchio, un Pinocchio parallelo però senza lieto fine. Ma a fiaccare le ultime resistenze ci pensò la scomparsa due mesi prima di Fausta Chiaruttini, il suo grande amore non corrisposto, l’ex moglie che non vedeva da quarant’anni ma alla quale era rimasto molto legato. Non a caso, pochi giorni prima di quel fatidico 28 maggio, aveva confidato all’amica Giulia Niccolai: “il mio psicoanalista dice che non ho più voglia di vivere, e forse ha ragione”.

(uscito sul Foglio il primo agosto 2018)

Annunci

Weird art

agosto 10, 2018

IMG_20180807_235700

Questo quadro esposto al Kunsthistoriches museum di Vienna s’intitola Il coraggio delle donne persiane, è opera del pittore fiammingo Otto van Veen (che fu maestro di Rubens) e risale alla fine del XVI secolo. Si riferisce a un episodio narrato da Plutarco: nella battaglia con i Medi i persiani battono in ritirata, ma le loro donne bloccano l’ingresso della città rimandando gli uomini a combattere e chiamandoli codardi. Il tutto accompagnato dall’esibizione delle pudenda, come a dire “o combatti, o questa non la vedi più manco dipinta” (al limite i posteri, grazie a Van Veen).

Senza parole

agosto 9, 2018

Libri letti coi piedi

agosto 8, 2018

ruecambodge

Quando passeggio per Parigi mi accorgo che il mio inscape, la mia mappa mentale, somiglia un po’ a quella di Tokyo, in cui le vie non hanno nome, ma l’indirizzo viene costruito basandosi su alcuni punti di riferimento molto personali, nel mio caso artistici e letterari. In un certo senso, la fabbricazione dell’indirizzo diventa più importante dell’indirizzo stesso, è a tutti gli effetti l’indirizzo e insieme un mio indirizzo, che ho fatto io ma che resta valido per tutti. Allora i tempi e le generazioni si sovrappongono e rue de Saints-Peres diventa la strada dell’ospedale dove morì Modigliani e dell’editore di manualistica da cui la madre di Rimbaud comprava i libri che spediva a suo figlio in Africa, sebbene entrambi quei punti di riferimento oggi non esistano più. In rue Lepic invece incontro Vincent Van Gogh appena uscito dalla casa del fratello, che si offre di ritrarre per pochi franchi la fidanzata americana di Céline, mentre qualche metro più avanti Dalida scrive la sua lettera di addio senza ripensamenti. E a Milano, in un piccolo giardino nascosto di largo Rio de Janeiro, Lucio Battisti e Gadda  provano una canzone d’amore. In sintesi, io vivo la città, che sia Parigi, Roma o Milano, come un reticolo di storie e citazioni, un libro da leggere con i piedi, fatto di architettura e memoria che nel loro intrecciarsi e svolgersi vogliono assicurare la circolazione e l’osmosi di questi significanti.

stronzi in erba

agosto 7, 2018

temp

Una vicina in tram, rivolta al suo bambino, mentre il cielo si rannuvola e si sentono i primi tuoni: “Vedi? Dobbiamo rientrare, il cielo si sta arrabbiando.”
Lui, puntuto: “Ma il cielo non si arrabbia, non è una persona!”

Controllo porte

agosto 6, 2018

sarc

Sono in una sala d’attesa della Regione Lazio assieme a C. Ho un appuntamento con l’ufficio stampa del Governatore. Bussa un uomo anziano, piccolo, educato. Entra e ci dice, con in mano una bomboletta spray: “Controllo porte”. Con grande calma spruzza un liquido lungo gli infissi e nelle giunture della porta. Poi la apre e chiude un paio di volte per verificare se cigola e, sempre con educazione, ci ringrazia e silenziosamente se ne va. Rimango colpito. Esco con la scusa di andare in bagno, anche se in realtà voglio osservarlo, mentre C. mi dice di sbrigarmi che ci riceveranno a momenti. Lo vedo allontanarsi di spalle. Spinge un carretto stipato di attrezzi e riprende il suo cammino nei corridoi concitati del grande palazzo. Fa tutto con lentezza e precisione. Sembra un vecchio saggio venuto ad ammonirci sulla vanità della nostra frenesia.

collegamenti

agosto 4, 2018

cool

L’innesco è sempre lo stesso. Col passare del tempo ho capito che la mia scrittura nasce da un’analogia, un’associazione improvvisa, un collegamento inaspettato, la scoperta dell’intima corrispondenza fra due cose, due eventi o due persone che fino ad allora consideravo separatamente, come fossero lontane ed estranee. E il fremito e l’eccitazione che provo in quei momenti sono come una scarica elettrica che mi attraversa da capo a piedi, per questo l’eureka! è simboleggiato da una lampadina che si accende, perché è un’illuminazione e insieme riflette l’impulso nervoso delle sinapsi che connettono la rete di dendriti. Poi si mette in moto tutto, la curiosità che diventa ricerca sistematica, il desiderio di condivisione, l’approfondimento maniacale e infine l’ossessione, che per sua natura è inquieta, preme, chiede di essere messa in atto, anche se nel mio caso la persistenza dell’idea spesso si accompagna all’incompiutezza dei progetti, forse perché il parlarne a qualcuno o accennarne in un post per me è già un modo di rendergli giustizia e sgravarmi la coscienza.

posti dove voglio andare

agosto 3, 2018

Gmund

Gmünd, dove Kafka incontrò Milena Jesenska e voleva portare Gretel Bloch, la cittadina al confine fra Austria e Cecoslovacchia, la capitale dei falliti, il posto che rappresenta tutti i progetti mancati, tutti gli amori impossibili.

chissà

agosto 2, 2018

pisc

Quando avevo circa dieci anni ebbi qualcosa che secondo me fu un arresto cardiaco, un piccolo infarto di pochi istanti. Sentii distintamente il cuore fermarsi, i battiti cessare, e persi contatto con la realtà, vedevo le persone intorno ma come attraverso uno specchio. Non so quanto sia durata la cosa, non più di un paio di secondi credo, visto che non caddi nemmeno per terra. Però avevo degli amici intorno e loro mi dissero che ero diventato bianco come un cencio. Ecco, di quei momenti ricordo tutto, ma proprio tutto. E a volte mi chiedo: chissà come sarebbe stata la mia vita se fossi morto allora

il più probabile che diventi famoso

agosto 1, 2018

Spulciando la biografia di Post Malone su Wikipedia, dopo aver scoperto questo bel pezzo in auto grazie a Shazam, ho saputo che, mentre frequentava la Grapevine High School in Texas, Post fu votato dai suoi compagni di classe “il più probabile che diventi famoso“. E pare che questo sondaggio sia un classico nelle scuole superiori americane, una specie di rito di iniziazione all’età adulta, un po’ come il ballo di fine anno.