Archive for agosto 2018

stocazzo

agosto 27, 2018

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Una settimana fa vado a farmi gli esami del sangue alla BIOS. L’impiegata all’accettazione mi consegna circa sette fogli, tra i quali il documento per il ritiro dei referti on-line. L’altra sera vado a controllare, esce la dicitura “accettazione con pendenza amministrativa”. Errore. Riprovo. Niente, non va. Prendo i fogli, leggo. Se esce pendenza amministrativa,  significa che hanno dovuto fare accertamenti. Dovrò pagare un’ulteriore somma e poi potrò ritirare i miei esami. Per entrare nel sistema “ritiro referti on-line” mi ci sono volute tre password. Stamattina, ore 7.30, vado al centro medico. Arriva il mio turno, porto i sette fogli (tutto, per sicurezza) e la signorina mi chiede l’unico sul quale avevo segnato la terza password: STOCAZZO. Scritto bello in grande, con la penna blu. Mi viene un attimo di sudore, magari deve solo controllare un dato. Mi guarda, male. La password? Voglio diventare suo amico, magari capisce. Inserisce la password e chiama la sua collega. Si mettono in due, con il foglio davanti. E provano. Con STOCAZZO. Le guardo rilassato, con circa ottanta anziani dietro che mi vogliono morto. In questa bella atmosfera arriva il medico, si appoggia al bancone, chiede una cosa alle due impiegate. Intanto, il foglio giace aperto sopra al mouse. STOCAZZO sta diventando immenso. La signorina stampa i miei risultati. Me li consegna. La collega torna al suo posto. “E mi raccomando, guardi che questa è la password che le servirà per ritirare tutti gli esiti dei prossimi esami”. Esco. Da lontano, le voci di tutti gli anziani, che parlano a bassa voce dell’accaduto, ripetono in coro una sola parola.

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L’imminenza di una rivelazione che non si produce

agosto 26, 2018

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collegamenti (di New York)

agosto 25, 2018

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Tanti anni fa i collegamenti da New York, nel telegiornale serale della Rai, erano fatti da un ufficio su un piano alto di un grattacielo. L’inquadratura fissa dall’alto in basso riprendeva il mezzobusto che parlava e sullo sfondo, alle sue spalle, grazie al fuso orario si scorgeva un incrocio di Manhattan in pieno giorno molto trafficato. Io guardavo sempre con attenzione quei collegamenti. Non sognavo di vivere nella Grande Mela, m’incuriosivano solo quelle vite parallele, quel presente negletto e differito composto da tante figurine che si agitavano per strada: la calca dei pedoni sui marciapiedi, gli autobus e le macchie gialle dei taxi che attraversavano l’incrocio, quelli ignorati dal giornalista in primo piano e sbirciati distrattamente dagli spettatori in diretta. Avrei voluto saperne di più, prenderne una a caso, magari la cabriolet che svoltava l’angolo in quell’istante ed entrava nel cono d’ombra, per seguirla, scoprire chi la guidava, come si chiamava, dove stava andando. Pensavo fosse ingiusto che la stragrande maggioranza dell’umanità esistesse solo ai margini del campo visivo generale, considerata giusto in termini statistici di numero, di specie, come formiche e non come singoli individui ciascuno con le sue irriducibili peculiarità e la propria storia. La mia era un’attenzione interessata perché sapevo di appartenere a quella massa anonima, ma in qualche modo sentivo che se avessi prestato attenzione a una di quelle storie, quell’attenzione mi sarebbe stata restituita, e oltre alle sorprese che ogni storia porta con sé, forse avrei anche scoperto che quella persona apparentemente estranea e lontana da me migliaia di chilometri in realtà mi riguardava. Come nel film I tre giorni del condor, che vidi con mio padre una domenica pomeriggio del 1976. Nel buio della sala mi ero identificato con Robert Redford, avevo desiderato di diventare come lui, idealista ma anche scaltro, tanto da sfuggire a un sicario esperto che aveva ammazzato tutti i suoi colleghi, facendo una cosa rischiosa che però poteva salvarlo: salire sull’auto di una sconosciuta incontrata per caso in un negozio ed entrare nella sua vita.

 

la casa del padre

agosto 22, 2018

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Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.

bracconiere di parole

agosto 21, 2018

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Andammo a una festa fuori città e lui si mise a parlare tutta la sera con una, poi le demmo un passaggio e portarono a casa prima me “perché sei di strada”

Sovrapposizioni

agosto 20, 2018

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Ieri ho poggiato la mano dove 133 anni fa Debussy poggiò il culo.

quando piove

agosto 19, 2018

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Sono tre giorni che qui a Roma piove il pomeriggio, e quando ci sono giornate così – di vacanza ma piovose, grigie, con gli alberi che si scrollano di dosso le vampe dell’estate, i tuoni e i lampi per il cielo – pare che da chissà dove zampetti su una specie di felicità che è quella della tana: il senso di protezione dalle intemperie, il sollievo dell’aria che s’ha da cagnà, il ticchettio delle gocce sul vetro e un libro che ti racconta la sua storia mentre, di tanto in tanto, gli occhi vanno alla finestra e s’incantano di fronte a tutta quell’acqua che viene giù.

Ridursi a fare il genio

agosto 18, 2018

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“Umberto Eco ha scritto un libro estremamente gradevole, divertente, lucido, un po’ manageriale, da manager giovane e aggressivo, cui piacciono le cose ben fatte. Il libro insegna come si fa una tesi di laurea; ed è talmente cattivante, da far venire gola di laurearsi da capo. A mio avviso, bisogna resistere. Eco ha un suo modo di sussurrare, raccontare, inventare le vie, le virtuose trame che consentono di scrivere una tesi che a negargli ascolto ci vuole protervia. L’avessi incontrato, un libro così fatto, nella mia giovinezza, avrei imparato a fare cose che non saprò mai fare. Ad esempio, le note a piè di pagina. Troppo tardi; incapace di frequentare metodicamente le biblioteche nostrane, di compilare schede, di catalogare argomenti, di redigere note, ho dovuto ridurmi a fare il genio. Miserabile fine, per chi era nato per gli studi. Ma, in questo modo, mi sono esentato da tutto ciò che non so fare, che è, appunto, tutto.”

Esegesi delle fonti

agosto 16, 2018

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Razzismo

agosto 14, 2018

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