la casa del padre

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Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.

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5 Risposte to “la casa del padre”

  1. Daniela Says:

    trovo sia molto più saggio e amorevole ripercorrere la vita piuttosto che la morte di una persona speciale. Non è da tutti

  2. Cesare Says:

    anche mio padre e’ morto 28 anni fa. Neanche io vado al cimitero. Ma mi capita spesso di chiedermi che cosa penserebbe di me e del mondo, dal 1990 ad oggi. Spesso non eravamo d’accordo, ad esempio sulla politica. Ma penso sarebbe stato molto contento di mia moglie e dei miei figli. Io ogni tanto scrivo quel che mi ricordo di quel che mi diceva mia nonna, o mia mamma, della nostra famiglia. Lo scrivo non tanto per me, ma per i miei figli, che altrimenti non sapranno nulla di quelle storie. Magari un giorno ne leggeranno. Un saluto, Sergio.

  3. Silvano Calzini Says:

    Quando passo in piazza Cinque giornate mando sempre un saluto a mio padre. Lì dove adesso c’è il palazzo del Coin negli anni ’50 c’era un vecchio palazzo dove lui quando venne a Milano andò ad abitare in una stanza ammobiliata preso un’anziana vedova come si usava allora.

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