collegamenti (di New York)

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Tanti anni fa i collegamenti da New York, nel telegiornale serale della Rai, erano fatti da un ufficio su un piano alto di un grattacielo. L’inquadratura fissa dall’alto in basso riprendeva il mezzobusto che parlava e sullo sfondo, alle sue spalle, grazie al fuso orario si scorgeva un incrocio di Manhattan in pieno giorno molto trafficato. Io guardavo sempre con attenzione quei collegamenti. Non sognavo di vivere nella Grande Mela, m’incuriosivano solo quelle vite parallele, quel presente negletto e differito composto da tante figurine che si agitavano per strada: la calca dei pedoni sui marciapiedi, gli autobus e le macchie gialle dei taxi che attraversavano l’incrocio, quelli ignorati dal giornalista in primo piano e sbirciati distrattamente dagli spettatori in diretta. Avrei voluto saperne di più, prenderne una a caso, magari la cabriolet che svoltava l’angolo in quell’istante ed entrava nel cono d’ombra, per seguirla, scoprire chi la guidava, come si chiamava, dove stava andando. Pensavo fosse ingiusto che la stragrande maggioranza dell’umanità esistesse solo ai margini del campo visivo generale, considerata giusto in termini statistici di numero, di specie, come formiche e non come singoli individui ciascuno con le sue irriducibili peculiarità e la propria storia. La mia era un’attenzione interessata perché sapevo di appartenere a quella massa anonima, ma in qualche modo sentivo che se avessi prestato attenzione a una di quelle storie, quell’attenzione mi sarebbe stata restituita, e oltre alle sorprese che ogni storia porta con sé, forse avrei anche scoperto che quella persona apparentemente estranea e lontana da me migliaia di chilometri in realtà mi riguardava. Come nel film I tre giorni del condor, che vidi con mio padre una domenica pomeriggio del 1976. Nel buio della sala mi ero identificato con Robert Redford, avevo desiderato di diventare come lui, idealista ma anche scaltro, tanto da sfuggire a un sicario esperto che aveva ammazzato tutti i suoi colleghi, facendo una cosa rischiosa che però poteva salvarlo: salire sull’auto di una sconosciuta incontrata per caso in un negozio ed entrare nella sua vita.

 

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Una Risposta to “collegamenti (di New York)”

  1. Silvano Calzini Says:

    Dieci giorni fa ho rivisto “I tre giorni del condor” per l’ennesima volta. I sevizi segreti mi hanno sempre affascinato, ma non essendo portato per le pistolettate il mio sogno è sempre stato quello di fare un lavoro come quello di Redford e cioè essere pagato per leggere.

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