Archive for ottobre 2018

inclinazioni

ottobre 30, 2018

bolla

Io sarei favorevole alla realtà diminuita, altro che aumentata. Quella che c’è mi basta e avanza. Meno realtà e più immaginazione, ecco cosa vorrei, che poi mi sa che è proprio il principio della realtà aumentata.

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Quanto azzurro

ottobre 29, 2018

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L’ultima volta che vidi mio padre era un giorno ventoso come questo, ma più freddo, molto più freddo, perché mancava poco al Natale e mi trovavo a Garbagnate Milanese, nell’ospedale Salvini, un cronicario per comatosi immerso in un parco secolare. L’edificio liberty era talmente nascosto nel verde da non essere quasi visibile dalla strada che scorreva a fianco, come per una scelta deliberata, per non turbare i vivi e i loro traffici col muto gravame di tutto quel dolore. Io stesso ero passato davanti a quel parco tante volte ignorando cosa si celasse al suo interno. Quell’ospedale dal nome oggi impronunciabile nacque come sanatorio per tubercolotici e fu inaugurato dal re Vittorio Emanuele III con la posa della prima pietra il 3 giugno 1924, la stessa data in cui Kafka morì proprio per una tubercolosi alla laringe in un tisicomio simile nei pressi di Vienna. Allora la tubercolosi era più una piaga sociale che una malattia, e quello di Garbagnate fu uno dei primi tisicomi di pianura sorto in Italia.

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Il 20 dicembre 1991, quando vidi mio padre per l’ultima volta, lui era ricoverato in un’ala dell’edificio che ospitava esclusivamente degenti in coma. Ci stava da quasi un anno e mezzo lì, immobile, dopo che fu dimesso senza grandi speranze dalla terapia intensiva del Fatebenefratelli di Milano. Era un reparto strano, silenziosissimo, quello dell’ospedale di Garbagnate. Le uniche voci, i soli segnali di vita erano quelli dei parenti dei malati. Una guarigione era considerata miracolosa, e per tutto il periodo in cui lo bazzicai non se ne verificò nessuna. A volte gli mettevamo delle cuffie e gli facevamo ascoltare la nostra voce registrata nella speranza che questo lo ridestasse. Altre volte gli leggevo articoli di giornale su argomenti che lo interessavano, o lo aggiornavo su questioni familiari, ma sempre senza riscontro. Ricordo l’imbarazzo con i sacerdoti o i volontari che entravano in camera per scambiare due chiacchiere e invariabilmente chiedevano il motivo di quello stato. Mentivo ogni volta, non volevo turbarli e dicevo che era stato un colpo, come se stessi alludendo a un ictus. Con quella formula ambigua mi sembrava di essere meno disonesto, perché si era effettivamente trattato di un colpo, anche se di un colpo di pistola alla tempia. Un giorno, a un prete che insisteva per conoscere i dettagli del “colpo”, mi stancai di ripetere la solita manfrina e dissi tutta la verità, nuda e cruda. Rimase impietrito, ammutolì all’istante, e allora mi sentii in dovere di rassicurarlo che erano cose che capitano, come se il vero afflitto fosse lui, e io l’avessi già superata. Di solito ci alternavamo, un giorno a testa io e i miei fratelli e mia madre. Quel 20 dicembre ero di turno io, gli feci compagnia tutto il pomeriggio. Niente lasciava presagire che non avrebbe visto l’alba, le sue condizioni di salute sembravano perfino leggermente migliorate, come dicevano i medici. Così, prima di cena mi alzai per andarmene. Fuori era già buio pesto. Raccolsi il libro che mi ero portato e di cui non ricordo il titolo e mi fermai un istante a guardare il silenzio che avvolgeva quel posto. Pareva che dormissero tutti, coccolati dal suono ritmico dei respiratori come una nenia. Sbirciai fra le tendine azzurre che separavano i pazienti e notai una donna con lo smalto alle unghie. Tracce di vite precedenti, o del desiderio dei familiari di restituire una parvenza di vita a un corpo inanimato. Sull’uscio incrociai un’infermiera con la coda di cavallo e gli occhiali azzurri che doveva nutrirlo. Quanto azzurro c’era in quella stanza.

Suggerimenti

ottobre 23, 2018

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I pochi gradini di una scala salvata dal trascorrere inesorabile del tempo e del gusto, dalle speculazioni immobiliari e dall’oblio. Su quei gradini in legno, nel luglio 1923, salirono e scesero spesso Franz Kafka e Dora Diamant al tempo in cui si erano appena innamorati. Questa scala stava a Graal_Müritz, una località turistica sul mar Baltico, in un edificio che ospitava una colonia ebraica presso la quale lavorava Dora come volontaria e che in seguito fu demolito. Ora il pezzo di scala è custodito in un piccolo museo privato dedicato alla memoria dello scrittore praghese. Quanto mi piacciono questi cimeli, sono suggerimenti di un altrove, rinviano a qualcosa di nascosto misterioso e alto, come per i gradini moquettati che s’intravedono oltre le tende del cinema di Edward Hopper, un altrove inaccessibile e per questo irresistibile, che custodisce tutte le storie anonime che attendono di essere ascoltate e trasmesse.

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come un abbraccio

ottobre 22, 2018

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La sua eleganza mattutina

ottobre 21, 2018

Mammiferi

ottobre 17, 2018

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Le cose che amo di più fare: leggere, oziare, stare con le mie bestiole.

Nessun incidente

ottobre 16, 2018

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Game di una volta

ottobre 15, 2018

FB_IMG_1539428135682Da piccolo ogni tanto facevo un gioco da solo. A un certo punto mi fermavo a fissare attentamente un oggetto, un angolo di strada, un dettaglio qualsiasi, meglio se banale e scontato come una piccola crepa nel muro, la fuga di una mattonella del marciapiede, il riflesso di una casa in una pozzanghera, oppure mi mettevo ad ascoltare con attenzione una musica, ad annusare qualcosa, e mi concentravo, chiudevo gli occhi e pensavo: chissà se da grande mi ricorderò di questo momento. Era una specie di scommessa, o forse uno scongiuro. Una sera in autostrada, seduto nell’Alfa di mio padre, guardavo il paesaggio padano che fuggiva rapido alle mie spalle. Eravamo sull’A1 all’altezza di Parma, di ritorno dalle vacanze al mare, e d’un tratto notai una lunga striscia nera che culminava con la scritta “SCIC”. 
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Trattenni il fiato e contai i secondi che impiegammo a percorrere tutto quel nastro nero in parallelo alla strada, e quel giorno mi diedi un termine preciso. Pensai: chissà se a cinquant’anni – come se cinquant’anni fosse l’età più lontana e improbabile del mondo, qualcosa ai limite dell’immaginabile, quando mi vedevo vecchio e ormai prossimo alla fine – dicevo, chissà se a cinquant’anni mi ricorderò di questo momento. Beh, ad agosto, con pochi anni di ritardo, sono ripassato da lì e mi sono ricordato di quella lontana scommessa, ho rivisto il nastro nero e ho smesso di respirare fino alla comparsa della scritta. Ebbene, con sollievo e con amarezza ho scoperto che quell’istante interminabile non era cambiato in niente, come se mi avesse aspettato per tutti questi anni.

ordine e forma

ottobre 14, 2018

baci

“E’ nella natura umana cercare di imporre un ordine e una forma alle cose più provocatoriamente caotiche e amorfe della vita. Alcuni di noi per farlo inventano leggi, o disegnano linee sulla strada, o mettono dighe ai fiumi o isolano isotopi o migliorano la qualità dei reggiseni. Altri fanno la guerra. Altri ancora scrivono libri.”

(Asimmetria, Lisa Halliday)

la piantina in cucina

ottobre 13, 2018

IMG_20181014_210834La piantina in cucina mi ama così come sono. Sa che non ho il pollice verde e che l’unica cosa che mi riesce veramente a casa è la pasta all’amatriciana, ma lei resiste, è tosta, non fa drammi, nessuno stelo piegato, nessun petalo ingiallito. E infatti cresce, cresce da tre anni senza sosta sempre più verde e rigogliosa nonostante la mia disattenzione. In cambio però ogni tanto l’accarezzo e le dico: ”come sei bella, guardati, te l’ha mai detto nessuno che sei una meraviglia?” Lei fa finta di niente, è timida, ma continua a crescere bella e silenziosa. Poi qualche volta mi ricordo che guardarla con amore non basta, non basta la tenerezza, i complimenti, l’affetto, ci vuole anche la cura, così le prendo da bere e mentre lo faccio cerco di farmi perdonare: “scusa amore, ho un caratteraccio lo so, ti trascuro, ma senti qua che bel drink ti ho preparato”. E mentre le verso l’acqua sento proprio il gluglu della terra quando non vede l’ora e sono contento.