Archive for novembre 2018

Il mondo sub specie Murgiae

novembre 30, 2018

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Il Sundance Film Festival 2019 ha annunciato di aver selezionato 112 lungometraggi che rappresentano 33 paesi e 45 cineasti esordienti, il 53% dei quali donne, il 41% persone di colore e il 18% che s’identifica come LGBTQIA +.

(A proposito di quel +, io proporrei di estendere l’acronimo anche alle categorie dei rosci, degli astemi e dei figli adottivi, spesso bersaglio di dileggio gratuito).

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Racchette

novembre 29, 2018

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Questa è una racchetta da pallacorda dipinta dal Tiepolo ne La morte di Giacinto (Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid). Sembra una Donnay Allwood, come quella che usava Bjorn Borg, o una Wilson, insomma quelle racchette da tennis che ora espongono i negozi chic di abbigliamento sportivo per far credere che hanno una tradizione. Roba vintage insomma, di fine anni 70 o primi Ottanta. Invece la racchetta è del XVIII secolo, e probabilmente Caravaggio ne adoperò una simile il fatidico 28 maggio 1606 (cioè circa un secolo prima) contro Ranuccio Tomassoni da Terni, poco prima di ammazzarlo.

In senza Out

novembre 28, 2018

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A me piace molto il prefisso “in” con valore negativo o privativo. Mi piace la sua furba allusività, l’ironia snob, il finto understatement, mi fa l’effetto di una piccola litote o dell’antipasto di una litote. Noto inoltre che lo usano spesso e in modo originale soprattutto autori settentrionali come Guido Morselli (inescusabile, insuscettibile, incontroverso) e Giorgio Manganelli (incongeniale, inaggettivabile), a volte addirittura preceduto da una negazione (“la parte del reprobo non mi è incongeniale” – e qui la litote ci sta tutta).

la malattia della casa

novembre 24, 2018

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In questo palazzetto giallo abitai per quasi tre anni, dal primo gennaio 2000 a fine novembre 2002. Vivevo in un appartamentino di 50 mq situato al primo piano sopra la farmacia. L’edificio non disponeva di un’entrata propria, vi si accedeva dal portoncino del palazzo grigio sulla destra. Il suo maggior pregio era l’ampio soggiorno, ideale per ricevere amici e far festa, ma il resto della casa era minuscolo: un bagnetto con vasca-tinozza in cui si stava solo rannicchiati, un cucinotto indipendente seppur ridotto ai minimi termini, e una camera da letto essenziale ma con l’affaccio verso l’interno, quindi molto silenziosa. In più c’era un balconcino che dava sulla strada principale di Monza, via Vittorio Emanuele, nei pressi dell’area pedonale e del ponte romano. Il palazzetto risaliva al Seicento, e infatti, durante i lavori di ristrutturazione delle cantine, in un’intercapedine furono trovate delle lettere di credito coeve appartenute a un usuraio. Io e Nicole – la mia fidanzata olandese, la mia prima convivenza – a volte ci scherzavamo su, riferendoci alla tirchieria del padrone di casa, come se fosse una tara genetica trasmessasi attraverso i secoli e le generazioni dei proprietari di quelle mura.

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A quel tempo io gestivo un negozio a 200 mt da casa, in via Carlo Porta, lo raggiungevo a piedi e l’auto la usavamo solo la sera o nei weekend, per vederci con gli amici di Milano. Nicole lavorava in uno studio di architettura in corso di porta Nuova, prendeva il treno diretto alla stazione Garibaldi e in pochi minuti era arrivata. I soldi per fortuna non ci mancavano, poi condividevamo tante passioni, dai libri alle mostre d’arte, e avevamo un sacco di progetti per il futuro, sembrava tutto così a portata di mano. Quando nel 2002 lasciammo quella casa in affitto per trasferirci in un trilocale di via Toti acquistato col mutuo, lo facemmo perché ci serviva una camera da letto in più, volevamo un figlio. Io ero alla mia prima convivenza e non avevo dubbi che sarebbe stata anche l’ultima, invece il nostro soggiorno nella nuova casa durò soltanto pochi mesi, e da tre che speravamo di diventare alla fine ci rimasi solo io. Ricordo che al rogito Nicole aveva detto che quello era un legame più forte del matrimonio, dato che il mutuo sarebbe durato 25 anni e noi stavamo per compierne 40, ma poi finì che s’innamorò di un altro e il nostro vincolo indissolubile si sciolse come neve al sole.

brauNon so chi abita ora in quell’appartamento di via Vittorio Emanuele, e non credo che ci rimetterò mai più piede. Il coraggio di chiedere a uno sconosciuto di farmi entrare lo trovo solo per le case degli artisti che amo, non per le mie. Però è un peccato che con le case ci si lasci sempre così, in modo brusco e definitivo: si riconsegnano le chiavi e via, ognuno per la propria strada senza neanche voltarsi, come con un’ex diventata insopportabile. Le case sono contenitori di storie, la nostra memoria più duratura e preziosa, forse anche per questo si chiamano “stabili” gli edifici che le ospitano. Di recente, leggendo Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel, ho scoperto una bella consuetudine cinese che non conoscevo. Pare che fosse ancora viva ai tempi in cui lo storico francese scrisse quel saggio (gli anni 70), e in sostanza consentiva all’ex proprietario di una casa di poter tornare a visitarla in qualunque momento volesse. Scommetto che in cinese è come per l’inglese e il tedesco, cioè che la parola “nostalgia” ha a che fare con la casa, come in “homesickness” (la malattia della casa) o in “heimweh” (il dolore per la casa).

Coincidenze?

novembre 23, 2018

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Il pentecatto

novembre 16, 2018

++ Dl Genova: è legge, Senato approva con 167 sì, 49 no ++

Gli arrivi

novembre 15, 2018

Trova le differenze

novembre 14, 2018

diff

diff2

leggere una storia

novembre 6, 2018

garboli

«I romanzi sono già scritti; per farli esistere, per dare loro la forma, il corpo, bisogna “strumentarli”; fare uscire la musica dall’aria (la forma dal blocco), e sottrarre, sottrarre, non finire mai … Il romanzo è frutto di privazione: non si tratta di scriverlo, di raccontare una storia, ma di “leggerla”»

(Cesare Garboli, Scritti servili)

happy birthday Tilda

novembre 5, 2018

tilda

La più androgina e trasformista delle attrici in attività, qui in uno scambio d’identità con David Bowie.