Disattendere le aspettative

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Un giorno Tiziano Scarpa, con un affettuoso messaggio privato che apprezzai molto, mi invitò a scrivere il libro che avrei voluto leggere. Cercava di spronarmi, di vincere le mie titubanze, e per certi versi ci riuscì, dato che poco dopo esordii, ma la verità è che nessuno scrive mai ciò che vorrebbe leggere, si scrive solo ciò che si è capaci di scrivere. Anni fa lessi Stoner di John Williams, un libro che speravo da tanto tempo di leggere, un libro che non sarò mai capace di scrivere. Stoner vendette parecchio in tutto il mondo, anche da noi. All’inizio, quando uscì la prima volta nel ’65, non se lo filò nessuno. Poi, quando lo ristamparono nel 2012, esplose. Io so che il numero di copie vendute non indica la qualità di un libro, e neppure il suo contrario, però sono convinto che qualcosa indichi. Non so bene cosa. Si dice che i best seller diano alla gente quello che vuol sentirsi dire. In parte forse è vero, ma esiste pure il suo contraltare pseudo-positivo, il libro che piace ai critici perché gli dà quello che si aspettano: le scritture crude e disincantate, dell’autore che ti maltratta (“quanto oggi ci sia bisogno di una letteratura che dia schiaffi, alle volte anche dei calci in bocca ben assestati”), che ti spiega il mondo senza essere mai uscito dal raccordo anulare, quello che parla solo di degrado e sopraffazione, come se bastasse ritrarre un cesso abbandonato sul marciapiede per “cogliere la verità della vita”. O i romanzi dei funamboli dello stile, dei pastiche linguistici da virtuoso erudito che gioca con tutti i registri, come se il miglior basket fosse quello degli Harlem Globetrotter. E poi ci sono i libri di qualità che disattendono le aspettative del pubblico, eppure riescono a vendere bene lo stesso. Forse perché il pubblico non è questa entità monolitica e ottusa che si ingiuria a man bassa, ma è fatto da tante persone diverse, spesso pigre e bisognose di consolazione, ma a volte anche desiderose di essere contraddette, magari senza neppure sospettarlo. 

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