Archive for dicembre 2019

Buon anno

dicembre 31, 2019

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Cartolina di auguri di fine anno russa, 1916. La scritta recita: «Andrà tutto bene! Buon 1917»

Ci si vede negli anni 20

dicembre 25, 2019

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Sperando che siano sempre roaring

Diglielo

dicembre 24, 2019

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Fernando Silva dirigeva l’ospedale pediatrico di Managua. Una vigilia di Natale rimase a lavorare fino a tardi.
Si sentivano già gli scoppi dei razzi, e i lampi dei fuochi d’artificio illuminavano il cielo, quando Fernando si decise ad andarsene a casa, dove lo aspettavano per la festa. Mentre stava facendo un ultimo giro attraverso le corsie per vedere se tutto era in ordine, sentì d’un tratto un lieve rumore di passi alle spalle. Passettini di bambagia. Si volse, e vide uno dei piccoli pazienti che lo seguiva. Nella penombra lo riconobbe, era un bambino che non aveva nessuno. Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o forse chiedevano permesso. Fernando gli andò vicino e il bimbo lo sfiorò con la mano: «Diglielo… » sussurrò. «Dì a qualcuno che io sono qui. »

(Notte di Natale, di Eduardo Galeano, da “Il Libro degli Abbracci”, edito da Sperling & Kupfer)

Di sogni, di vacanze e di altre vie di fuga

dicembre 24, 2019

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A volte penso così forte che temo si senta, come se i pensieri facessero l’autoscontro nella mia testa. Scrivo per cercare di far emergere le cose dal fondo del loro silenzio.

Ho molti progetti per il passato, ci penso spesso, come quando viaggio controsenso in treno e guardo dal finestrino quello che sto lasciando, non quello a cui vado incontro.

Nell’agosto del 1990 a Lipari conobbi una ragazza inglese di origine ucraina. Stava facendo l’autostop e le diedi un passaggio in spiaggia col dune buggy. Si chiamava Yvonne, ma il suo vero nome era Ivanka. Aveva un aspetto mediterraneo, mora e procace, ero cotto di lei. Appena restavamo soli cercavo di scucirle un bacio ma lei tentennava, e io non so resistere a chi mi resiste. Tutto fra noi, anche la più piccola cosa, l’increspatura del labbro, uno sfioramento di mani, i nostri sguardi che s’incrociavano, ardeva ed era carica d’infinito. Siccome il mio inglese era pessimo e lei aveva vissuto a Siviglia, tra noi parlavamo in castiglione, e io amavo il suo morbido e dolce accento spanglish, steso come zucchero a velo su tutto ciò che diceva.

Ci sono incontri con i luoghi che non hanno nulla da invidiare a quelli con le persone. Lipari la conobbi a tredici anni e me ne innamorai subito. Negli ultimi trent’anni ci sono tornato solo una volta, eppure sento di appartenere più a lei che a Milano, la mia città natale. Diceva Rilke: “Nasciamo provvisoriamente da qualche parte, e soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente“. Forse il luogo dell’origine e il regno dei padri non appartengono alla storia o alla geografia, ma al mito.

A Lipari i miei comprarono un terreno di due ettari di rocce rosse, pomici, rovi, fichi d’india ed euforbia, una specie di corallo di terra. Lo presero perché nel bel mezzo di un pianoro ospitava un rudere con una vista incantata sui faraglioni e l’isola di Vulcano, e sopra quello fecero costruire la nostra casa, il cui vero centro era l’esterno, le grandi terrazze piastrellate d’azzurro che dall’alto sembravano una piscina e dove tutti passavamo la maggior parte del tempo. In pratica, era un’architettura finalizzata al godimento di un panorama. Si trovava a valle Muria, all’opposto della rocca antica, una parte dell’isola col vincolo assoluto a non costruire se non su strutture già preesistenti, come appunto i ruderi. Sopra di noi villeggiava Sergiu Celibidache, il famoso direttore d’orchestra rumeno. Ogni tanto suonava il pianoforte a coda che gli aveva regalato la cittadinanza e nella vallata improvvisamente il tempo si misurava in secoli. Il  nome Muria le derivava dal fatto che i saraceni vi attraccavano per prendere di sorpresa la cittadella fortificata, e a noi piaceva perché somigliava al nome spagnolo di mia madre e mia sorella, Nuria.

L’ultima volta che ci andai con Chiara cercavo invano tra la folla dello struscio i volti famigliari della mia generazione, ma nei rari casi in cui li incrociavo scoprivo che erano i figli dei miei amici, non i miei amici. Pian piano tutte quelle facce sconosciute avrebbero sostituito le nostre.

Portai Chiara a conoscere la mia vecchia casa. Camminammo sulla strada che avevano fatto costruire i miei. Nel giardino c’erano ancora i grandi orci di terracotta e i massi vulcanici presi nella valle dei mostri. La palma davanti al terrazzo era cresciuta tanto, in parte ostruiva la vista dei faraglioni, invece le bouganville e i rododendri sembravano secchi e trascurati, e un muro esterno era stato tinteggiato di un rosa confetto che suonava come uno schiaffo. Alla fine preferii non fotografarla. E pensare che per tanto tempo avevo sognato di ricomprarla. I luoghi cari che amiamo sono dentro di noi, fanno parte della nostra vita, e ci fanno  soffrire quando li troviamo diversi, cambiati, come se ci avessero tradito.

Si crede che soltanto il futuro sia aperto e ancora tutto da farsi. Il passato è passato, indietro non si torna, ma il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per sempre. Lo riscopriamo ogni giorno, rileggendolo alla luce delle nuove esperienze.

Norah

dicembre 19, 2019

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L’altro ieri si è aperta una mostra su Norah, la sorella pittrice di Borges, al Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires

Donne bellissime

dicembre 18, 2019

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Silvana Mangano al MoMa di fronte a un’opera di Alexander Calder, fotografata da Eve Arnold, la prima fotografa ammessa alla Magnum.

tristi tropi

dicembre 13, 2019

deposizione

L’allegoria dell’incapacità di capire le allegorie

condannati a morte

dicembre 9, 2019

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Quando ero bambino e iniziavano a cadermi i denti da latte, pur di non farli staccare mangiavo pochissimo, quasi non parlavo e lasciavo che il dente rimanesse attaccato a penzolare sempre di più, fino a quando non si reggeva che a stento. Non m’importava nulla della promessa dei soldi del topolino. Avevo paura del dolore, ma poi il dente cominciava lo stesso a farmi male, e io mi ostinavo a tenerlo in disparte, a non utilizzarlo sperando che tutto rimanesse uguale, indefinitamente.
Ecco, sarà un retaggio della mia infanzia la difficoltà, che ho ancora oggi, a lasciar andare le cose, i ricordi, le persone, anche quando so che non funzionano, che mi fanno soffrire, anche quando mi rendo conto che non si può più fare altrimenti. È che mi porto addosso la sensazione che tutto stia sempre, continuamente, per finire, che ogni cosa o persona viva una specie di conto alla rovescia, come una corsa verso il nulla, ma il nulla dell’origine. Ho paura della fine delle cose perché ogni volta che comincio una cosa io la comincio per sempre, come fosse una cosa che durerà per tutta la vita, che mi accompagnerà come un’ombra, e invece poi io cambio, cambio idea, mi stufo, guardo altrove, mentre le cose restano lì, immobili, fredde e indifferenti, e prendono il sapore amaro dell’abbandono.

Una volta lessi che un elefante che vive 60 anni e una farfalla che campa un giorno hanno a disposizione, nell’arco della loro vita, lo stesso numero di battiti cardiaci, circa tre miliardi. Forse la data di scadenza di ognuno è iscritta nei propri geni, fin dalla loro comparsa. Basta fare attenzione. La prima volta che vidi un parto in tv mi colpì l’immagine del neonato che faticava a uscire con le spalle, che è la parte più larga del suo corpo, e notavo che lo sforzo degli ostetrici consisteva soprattutto nel favorire la dilatazione della madre per sbloccarlo da quell’incastro, quando si arresta con la testolina rivolta verso il basso, nella tipica posizione del ghigliottinato, del condannato a morte.

La sindrome di Céline

dicembre 7, 2019

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Il Paradiso a Siena nella metà del XV sec.

dicembre 6, 2019

 

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il Paradiso di Giovanni di Paolo, circa 1445, un tempo predella della pala d’altare di San Domenico a Siena e oggi al Metropolitan di New York, da cui si capisce che non c’è niente di meglio di un incontro.