Archive for the ‘citazioni’ Category

L’altra faccia della persecuzione

aprile 21, 2010

diafàna

marzo 24, 2010

Paola Calvetti, giornalista, ha lavorato alla redazione milanese del quotidiano la Repubblica, occupandosi prevalentemente di spettacolo; ha collaborato anche con diverse altre testate e alla realizzazione di saggi sulla musica e sul balletto per il Teatro alla Scala, dove dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa. Ha scritto soggetti , sceneggiature e realizzato servizi televisivi per la trasmissione Mixer di Giovanni Minoli (Rai Due); con il lungometraggio La luna incantata, prodotto da Rai Due, ha vinto il Primo Premio al Fipa di Cannes. È Direttore della Comunicazione del Touring Club Italiano. Finalista al Premio Bancarella con il romanzo d’esordio, L’amore segreto (1999, Baldini&Castoldi), acquistato da Rai Cinema e da Urania Film e tradotto in dodici Paesi, nel 2000 ha pubblicato L’Addio (Rizzoli, ora nei Tascabili Bompiani), tradotto in diverse lingue e nel 2004, Né con te né senza di te (Bompiani). Perchè tu mi hai sorriso è il suo ultimo romanzo.

[info tratte dal sito di Bompiani]

Il Frecciarossa della poesia erotica dialettale

febbraio 24, 2010

Sura Caterinin (C. Porta)

Sura Caterinin, tra i bej cossett
che la gh’ha intorna e che ghe fan onor,
gh’è quell para de ciapp e quij dò tett
ch’hin degn de guarnì on lett de imperator.

Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!
collogaa a voeuna a voeuna de per lor,
sald al post senza zent, senza farsett,
comor, che paren faa da on tornidor.

Per mì sont chì a giugagh el mè salari
che la moeuv pussee usij lee col vardà
che i olter donn cont el voltalla in ari.

Basta dì che mì istess di voeult arrivi
a cercall di mezz’or s’hoo de pissà,
e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi.

A Nnina (G.G. Belli)

Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano
Ce se farebbe scribba e ffariseo,
Tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,
Propio da guarní er letto ar Gran Zurtano.

A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo
Sc’è rrobba che tte pò arrubbà la mano;
Ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano,
Sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.

Io sce vorrebbe franca ‘na scinquina
Che nn’addrizzi ppiù ttu ccor fà l’occhietto,
Che ll’antre cor mostrà la passerina.

Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,
S’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:
E lo vedessi mó, ppare un pistello!

Il mercato dell’arte e quello del libro

febbraio 5, 2010

 

di Carla Benedetti
 
 
 
 
 
Il mercato dell’arte e il mercato del libro. Due circuiti paralleli, che di rado vengono osservati assieme. Proviamo a farlo – e chissà che il confronto non riservi qualche sorpresa.

Come  privatizzare l’acqua?

 In comune hanno la cosa più importante: mettono entrambi in circolazione dei “beni culturali” che si suppone rivestano un grande valore per la collettività. Perciò da entrambe le parti c’è chi teme che la valenza economica, che è tipicamente quantitativa, possa avere la meglio sulle “qualità” che da sempre sono associate all’arte e alla letteratura: bellezza, vigore, esemplarità, complessità, capacità di prefigurare l’ignoto, radicalità conoscitiva e inventiva. E’ una preoccupazione fondata? Certo non è meno legittima di quella che si nutre per la privatizzazione dell’acqua.
Eppure è stata spesso liquidata come moralistica. (more…)

Nori me tangere

febbraio 1, 2010
di Emanuele Trevi
Raramente, devo confessare, un pubblico dibattito mi ha interessato e turbato quanto quello che, moderato da Maria Teresa Carbone, ha visto protagonisti una decina di giorni fa, in un’affollatissima libreria romana, Andrea Cortellessa e Paolo Nori. Tutto meno che un processo, come è stato sostenuto con grande, imperdonabile malafede. Il confronto di idee, tra l’altro, era stato sollecitato dallo stesso presunto imputato – cosa molto rara se non unica negli annali di quell’Inquisizione evocata dal Corriere della Sera. Insomma, per merito del grande livello dei due leali duellanti, è stata proprio una bella serata, di quelle che si ricordano, e nelle quali impariamo qualcosa. Tale miracolo si realizza quando, dalle macerie del caso politico o del caso morale traluce, nudo e puro, fragile e tenace, il caso umano. La brutale e irrimediabile circostanza dell’esistere, cioè, fatta di istinto e curiosità, paura e desiderio, che precede ogni categoria morale, ogni imperativo politico. (more…)

Il fazzoletto di Herta

dicembre 10, 2009

di Herta Müller

Hai un fazzoletto?, chiedeva la madre ogni mattina sul portone di casa, prima che io uscissi in strada. Non ne avevo. E poiché non ne avevo, tornavo di nuovo in camera e mi prendevo un fazzoletto. Ogni mattina non ne avevo, perché ogni mattina attendevo la domanda. Il fazzoletto era la prova che mia madre di mattina mi proteggeva. Nelle successive ore e faccende del giorno ero affidata a me stessa. La domanda hai un fazzoletto era una tenerezza indiretta. Una diretta sarebbe stata imbarazzante, una cosa simile era insolita presso i contadini. L’amore si è travestito da domanda. Solo così si lasciava dire in modo, con un tono perentorio come le fatiche del lavoro. Il fatto che la voce fosse brusca, enfatizzava ancor di più la tenerezza. Ogni mattina mi trovavo davanti al portone senza un fazzoletto e una seconda volta con un fazzoletto. Solo allora uscivo in strada, come se col fazzoletto ci fosse anche la madre. (more…)

L’imbecille disarmonico

settembre 11, 2009

berlusca di Karl Jaspers

Gli imbecilli disarmonici hanno di sé una incorreggibile sopravvalutazione e una completa mancanza di autocritica. Per questo impulso a farsi valere, per il bisogno di fare impressione, per queste idiozie da salotto, parlando dànno libero corso a tutte le associazioni che sorgono in loro. Sembra di essere di fronte ad una fuga di idee; ma non è una vera fuga di idee, è solo una ricca catena di trovate comprensibili, che procedono secondo il filo conduttore del linguaggio e di una memoria meccanica. Invece di sviluppare delle idee, espongono il loro sapere in modo caotico, invece di manifestare una opinione e di prendere posizione, mostrano una magniloquenza spiritosa. Le parole e non il pensiero, hanno la direzione del discorso.  Ad un pensiero cosciente del fine, si sostituisce una specie di voluttà per lo spirito che suppongono di possedere, e che però riproduce soltanto, in modo testuale, ciò che hanno letto.

(Psicopatologia generale, pag. 237)

L’eroe dello zitto e mosca

luglio 30, 2009

céline

“La superiorità pratica delle grandi religioni cristiane è che non indoravano la pillola, loro. Non cercavano di stordire, non andavano a caccia dell’elettore, non sentivano bisogno di piacere, non stavano a sculare. Tiravano su l’Uomo dalla culla e gli dicevano d’autorità come stavano le cose. Gliele cantavano nude e crude: “Tu, microscopica putrescenza informe, non sarai mai altro che fango… Merda e basta, fin dalla nascita… capito? E’ l’evidenza in sé, il principio di ogni cosa! Eppure, forse… forse… guardando proprio da vicino… hai ancora una piccola possibilità di farti un po’ perdonare d’essere così incredibilmente immondo, così escrementizio… Bisogna fare buon viso a tutte le pene, prove, miserie e torture della tua breve o lunga esistenza. In perfetta umiltà… La vita, maledizione, non è che un’aspra prova! Non sprecare il fiato! Non complicarti le cose! Sàlvati l’anima, è già un bel fatto! Può darsi che alla fine del calvario, se sarai stato estremamente regolare, un eroe dello “zitto e mosca!”, schiatterai secondo i principi!… ma non è sicuro… un pelo meno putrido al momento di crepare che a quello di nascere… e quando giacerai nella notte più respirabile che all’alba… Ma non montarti la capa! E’ tutto qui!… Sta’ in guardia! Non speculare su cose grandi! Per uno stronzo è il massimo!…”

(da Mea Culpa)

La storia più bella

luglio 26, 2009

eco

di Umberto Eco

Riflettere sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà, può costituire una forma di terapia contro ogni sonno della ragione, che genera mostri. In ogni caso non rinunceremo a leggere opere di finzione, perché nei casi migliori è in esse che cerchiamo una formula che dia senso alla nostra vita. In fondo noi cerchiamo, nel corso della nostra esistenza, una storia originaria, che ci dica perché siamo nati e abbiamo vissuto. Talora cerchiamo una storia cosmica, la storia dell’universo, talora la nostra storia personale (che raccontiamo al confessore, allo psicanalista, che scriviamo sulle pagine di un diario). Talora speriamo di far coincidere la nostra storia personale con quella dell’universo. A me è accaduto, e permettetemi di finire con questo pezzo di narrativa naturale.
Qualche mese fa sono stato invitato a visitare il Museo della Scienza e della Tecnica di La Coruña, in Galizia, e alla fine della mia visita il direttore mi ha annunciato una sorpresa e mi ha condotto nel planetario. I planetari sono sempre luoghi suggestivi, perché quando si spegne la luce si ha davvero l’impressione di sedere in un deserto, sotto un cielo stellato. Ma quella sera mi era stato riservato qualcosa di più.
A un certo momento, sceso il buio più completo, si è diffusa una bellissima ninna-nanna di De Falla e lentamente (anche se un po’ più in fretta della realtà, perché tutto si è svolto in un quarto d’ora) sopra il mio capo ha iniziato a ruotare il cielo che appariva nella notte tra il 5 e 6 gennaio del 1932 sulla città di Alessandria. Ho vissuto, con una evidenza quasi iperrealistica, la mia prima notte di vita.
L’ho vissuta per la prima volta, dato che io quella prima notte non l’ho vista. Forse non l’ha vista neppure mia madre, spossata dalle fatiche del parto, ma magari l’ha vista mio padre, uscito zitto zitto sul balcone, un poco agitato e insonne per l’evento mirabile (almeno per lui) di cui era stato testimone e remota concausa.
Sto parlando di un artificio meccanico realizzabile in molti luoghi, e magari l’esperienza è già accaduta ad altri, ma mi perdonerete se per quei quindici minuti ho avuto l’impressione di essere il solo uomo sulla faccia della terra (dall’inizio dei tempi) che si stesse ricongiungendo col proprio Inizio. Ero così felice che ho provato la sensazione (quasi il desiderio) che potevo, che avrei dovuto morire in quel momento – e in ogni caso altri momenti saranno ben più casuali e inopportuni. Avrei potuto morire perché ormai avevo vissuto la più bella delle storie che avessi letto in vita mia, avevo trovato forse la storia che tutti cercano tra pagine e pagine di centinaia di libri, o sullo schermo di molte sale cinematografiche, ed era un racconto i cui protagonisti eravamo io e le stelle. Era finzione, perché la storia era stata reinventata dal direttore del planetario, era Storia, perché raccontava che cosa fosse avvenuto nel cosmo in un momento del passato, era vita reale perché io ero vero e non il personaggio di un romanzo. Ero, per un momento, il Lettore Modello del Libro dei Libri.

I sei minuti più belli della storia del cinema

giugno 4, 2009

don chisciottedi Giorgio Agamben

Sancho Panza entra in un cinema di una città di provincia. Sta cercando Don Chisciotte e lo trova che sta seduto in disparte e fissa lo schermo. La sala è quasi piena, la galleria – che è una specie di loggione – è interamente occupata da bambini chiassosi. Dopo qualche inutile tentativo di raggiungere Don Chisciotte, Sancho si siede di malavoglia in platea, accanto a una bambina (Dulcinea?), che gli offre un lecca lecca. La proiezione è cominciata, è un film in costume, sullo schermo corrono dei cavalieri armati, a un tratto appare una donna in pericolo. Di colpo Don Chisciotte si alza in piedi, sguaina la sua spada, si precipita contro lo schermo e i suoi fendenti cominciano a lacerare la tela. Sullo schermo compaiono ancora la donna e i cavalieri, ma lo squarcio nero aperto dalla spada di Don Chisciotte si allarga sempre piú, divora implacabilmente le immagini. Alla fine dello schermo non resta quasi piú nulla, si vede soltanto la struttura di legno che lo sosteneva. Il pubblico indignato abbandona la sala, ma nel loggione i bambini non smettono di incoraggiare fanaticamente Don Chisciotte. Solo la bambina in platea lo fissa con riprovazione.

Che cosa dobbiamo fare con le nostre immaginazioni? Amarle, crederci a tal punto da doverle distruggere, falsificare (questo è, forse, il senso del cinema di Orson Welles). Ma quando, alla fine, esse si rivelano vuote, inesaudite, quando mostrano il nulla di cui sono fatte, soltanto allora scontare il prezzo della loro verità, capire che Dulcinea — che abbiamo salvato — non può amarci.


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