Archive for the ‘narrazioni’ Category

Rinuncio

ottobre 11, 2009

celest

C’è un aspetto del mio carattere che mi viene rimproverato spesso, e di cui invece vado fiero. L’atteggiamento rinunciatario. Per certi versi è vero: se si analizzano freddamente i dati della mia fallimentare condizione attuale, tutto è riconducibile a quello, quello è la spiegazione di tutto. Io rinuncio, e forse non esiste nient’altro che mi qualifichi e descriva meglio della mia vocazione astensiva. Ma è sempre per viltade che si rifiuta, come vuole il sentire comune? Cosa si cela dietro la mia ammirazione per figure quali Celestino V, Ercole De Maria o Bartleby? Non lo so. So che le rare volte che sono stato contento di me hanno coinciso con delle rinunce sofferte. La rinuncia al sesso con una donna che mi desiderava e non m’interessava. La rinuncia a svergognare qualcuno che pontificava a sproposito su un argomento che conoscevo a fondo. La rinuncia a scrivere per una rivista prestigiosa che aveva sollecitato la mia partecipazione e solleticato la mia vanità.  Rinuncia per me è sinonimo di assoluto. Da ab solutus, qualcosa che ti scioglie, ti libera da vincoli e limitazioni. E la madre di tutte le rinunce è la rinuncia alla vita.

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La sindrome di Pausania

ottobre 6, 2009

erased de kooning

Con fedeltà etimologica, quest’estate a Fuerteventura ho cercato l’esperienza del vuoto. Cullato da un dondolo, certi pomeriggi oziosi sprofondavo in uno stato di catatonia ilare osservando a lungo la piscina vuota. Grazie al vento costante, sull’acqua c’erano due materassini gonfiabili vagamente antropomorfi, uno con la riga rosa e l’altro con la riga azzurra, che si spostavano di continuo. A volte mi ricordavano le sculture di Henry Moore, a metà strada tra il figurativo e l’astratto; altre gli sposi etruschi del sarcofago di Cerveteri, piatti dalla vita in giù e poi in rilievo con i braccioli, lo schienale più su e il poggiatesta in alto. Le folate di vento li separavano, li muovevano in tondo e li ricongiungevano in una cerimoniosa e struggente danza di corteggiamento. Li ho pure filmati, rammentando la celebre scena del sacchetto di plastica svolazzante in American beauty. Però qui era diverso, c’era il rapporto, per me fondamentale. In quei momenti pensavo che la sindrome di Pausania tipica di ogni platonico -ossia l’attitudine a fare l’esploratore del noto – in realtà si può manifestare anche all’estero, in posti mai visti prima. Non è appannaggio esclusivo dei sedentari. Ha a che fare piuttosto con l’accanimento maniacale per i dettagli, le sfumature, il quotidiano, il desiderio di approfondire e dare un senso all’insignificante, di individuare il punto di congiunzione fra il particolare e l’universale, come nell’epica domestica delle scene matrimoniali di Memmo di Filippuccio, i coniugi che si coricano a letto un lunedì notte qualsiasi. La sindrome di Pausania spiega la mia passione per le cover dei grandi classici, tipo le 25 versioni che ho raccolto di Night and day, fra cui pure un’eretica interpretazione sirtakizzata che dell’originale conserva poco o niente; ricerca che interruppi qualche anno fa, quando con internet il gioco diventò troppo facile. La tradizione è un grande palinsesto che non si può ignorare, ma si può variare all’infinito fino al punto di omaggiarlo cancellandolo, come fece Rauschenberg in Erased de Kooning Drawing. Il platonico è così, ama l’inclusività, mette in relazione, cerca istintivamente le similitudini, senza istituire gerarchie. E si emoziona soprattutto per un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, al pari delle cover, che parlano una lingua nota e tuttavia adoperano un lessico nuovo ed evocativo. Non è vero che il dolore nasce dalla mutilazione, la famosa mela divisa a metà. E’ la coscienza che fa soffrire, quella che spinge a cercare ristoro nel silenzio, nella contemplazione della grazia e dell’innocenza dell’inorganico.

Con destino

agosto 12, 2009

mondo

Dovendo partire per Fuerteventura, e avendo pochi soldi a disposizione, l’unica soluzione possibile era con Iberia passando per Madrid. La cosa non mi dispiace. Il bello di fare scalo in Spagna è quando l’altoparlante chiama i passeggeri all’imbarco, e annuncia il volo “con destino..”. All’improvviso il mio viaggio non è più casuale, acquista uno spessore e un senso diverso. Era fatale che io andassi lì, la destinazione è un appuntamento col destino. L’unico problema è il ritorno.

I concetti e gli affetti

luglio 18, 2009

renard

Ho un caro amico sardo che fa l’avvocato, ci conosciamo da molti anni, abbiamo trascorso diverse vacanze insieme. E’ un ottimo amico, sempre disponibile e generoso nei miei confronti. Uno di quelli, per intenderci, su cui si può contare, pronto a darti una mano per un trasloco faticoso o a prestarti dei soldi se sei in bolletta. Nel ’97, quando passai un anno negli Stati Uniti, sapendo poco la lingua e avendo due lire in croce, lui era lì e fu un sostegno prezioso. Insomma, un amico non solo a parole.

Ecco, il problema forse sta qui. Nelle parole. Lui si lamenta spesso, quasi ogni volta che ci incontriamo, del fatto che non lo chiamo, che se ci vediamo è solo per la sua insistenza. Non sa, e io non ho il coraggio di dirgli, che non lo chiamo mai per la sua conversazione, perché la trovo poco stimolante. Detto in modo brutale: lo considero un’intelligenza modesta, dalla quale ho poco da imparare. E’ che parla quasi sempre per proverbi, mai un minimo guizzo, ed è un po’ logorroico, e le due cose insieme mi respingono. Eppure questa persona ai miei occhi così banale ha una vita molto più soddisfacente della mia: una brava moglie che gli vuole bene, un figlio sveglio, un lavoro gratificante che gli permette un discreto benessere. Gli amici che vedo più volentieri sono quelli più brillanti, che parlandoci assieme mi danno l’impressione di arricchirmi spiritualmente, di farmi capire qualcosa di più sulla vita. Ma so che da questi non potrò aspettarmi lo stesso sostegno incondizionato che mi darebbe lui, alcuni di loro anzi mi giudicherebbero male se avessi delle difficoltà. Insomma, a volte mi chiedo se faccio bene a privilegiare l’intelligenza a scapito della bontà, e pur avendo molti dubbi su questo so che istintivamente sono portato a cercare la prima e non la seconda.

Così come rifuggo i ciarlieri, allo stesso modo adoro la sintesi. Basta leggere i nomi degli scrittori che cito più spesso. Borges, che non scrisse mai più di 10 pagine, o Cioran, il Cioran dei Quaderni, il testo che apro la notte come un messale, poche righe alla volta, densissime. Fra i sintetici, il principe per me è Jules Renard, che in pratica si tacque per iscritto. Nel Journal, il suo meraviglioso diario, il 25/11/1889 scrisse: “Amo gli uomini più o meno a seconda della quantità di annotazioni che ne posso tirar fuori”. E’ precisamente il tipo di atteggiamento che ho io. Poi un giorno ho letto sul giornale il necrologio di Norberto Bobbio. Riferiva le sue ultime parole sul letto d’ospedale. Disse: “Per tutta la vita ho dato più importanza ai concetti che agli affetti, e solo ora mi accorgo di aver sbagliato”.

Col tempo

luglio 16, 2009

col tempo

Su facebook mesi fa sono stato contattato da alcuni amici che non vedevo da molti anni. Era una compagnia che frequentavo prima ancora di essere maggiorenne, e che persi di vista quando i miei genitori decisero di trasferirsi a vivere in un altro paese. Dopo lo scambio di convenevoli e le reciproche domande su ciò che ci era successo nel frattempo, è arrivato anche l’invito a una cena. So che molti detestano queste rimpatriate, forse preferendo coltivare il ricordo dei bei tempi andati, ma io ero curioso di vedere questa galleria di ex: ex amici, ex rivali, ex fidanzatine, ex amori non corrisposti… (more…)

Bibliografia di un amore

giugno 19, 2009

urgaruf1

La prima e ultima volta che vidi Stefanie fu su un treno. Che non fosse un caso lo capii tardi, da un catalogo d’immagini di Luigi Ghirri che lei stessa mi regalò tempo dopo, in cui l’unico autoritratto immortalava il grande fotografo seduto su una panchina di una piccola stazione ferroviaria emiliana, con alle spalle appeso a muro l’orario delle partenze e degli arrivi. Stefanie fu il mio treno, la mia grande occasione. Un treno che persi, come tutti gli appuntamenti importanti della mia vita. Forse era giusto così. Stefanie è un luogo di transito, ha bisogno di essere sempre in movimento, da questo dinamismo trae l’energia necessaria per andare avanti.

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Sono un uomo di mondo

maggio 29, 2009

noio

Parto per Cuneo. La manifestazione è Scrittori in città, un festival letterario giunto alla nona edizione. Il primo dei tre incontri cui sono stato invitato è un dibattito sulla critica. Vi partecipano Andrea Cortellessa, Stefano Salis e il sottoscritto (come a dire: Churchill, Roosevelt e Pecoraro Scanio). Piero Sorrentino modera il tutto. La sala è piena, l’età media è 70 anni. (more…)

Le età dell’uomo

maggio 22, 2009

giorgione

Circa tre anni fa mi rivolsi a un’agenzia immobiliare di soli affitti per cercare una nuova casa. La volevo vicina al centro, per poter andare a lavorare a piedi, e con due camere da letto. La prima che mi mostrarono fu quella che scelsi, e dove sono ora che sto scrivendo. Era un appartamento molto più bello di quanto pensassi di potermi permettere. E’ una casa indipendente, con la sua entrata autonoma dalla strada, una scala interna che conduce a un terrazzo circondato per tre lati dall’appartamento (il bagno, la lunga sala e la cucina), e sull’ultimo lato la vista sul grande giardino di una scuola. Feci un’offerta leggermente inferiore che venne subito accettata e la presi senza esitazioni.

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La pace finale

maggio 9, 2009

sergio piccolo 005

“Perche’ nessuno canta l’aurora? Perche’ ci attrae tanto la fine delle cose?” Questo si chiedeva Borges nei suoi ultimi anni. Non so dare una risposta precisa. Forse è perché lo consideriamo il mistero più grande e insondabile, crediamo che la morte sia un suggello, il principio romantizzante della vita, ciò che le attribuisce un senso; e la morte volontaria allora potrebbe essere il tentativo di trovarlo e riconoscerlo mentre ancora si è coscienti.

Quando mio padre spirò non c’era nessuno con lui. Era in coma da un anno e mezzo ed io, mia madre e i miei fratelli ci alternavamo al suo capezzale, stavamo con lui dalla mattina alla sera per poi tornarcene ognuno a casa propria. Nell’ultimo “turno” era presente mia sorella. Alle 7, quando uscì dall’ospedale, mi riferì che i medici avevano detto che le condizioni di salute di mio padre erano migliorate. Aggiunse che quel giorno aveva un bel sorriso e lo sguardo luminoso, come di un uomo felice. Non diedi grande importanza alla cosa, i pazienti in coma vigile da molto tempo spesso assumono delle espressioni che non corrispondono esattamente al loro stato d’animo. Poi, alle 3 di notte, fummo tutti avvisati al telefono del suo decesso. Ci ritrovammo all’ospedale e lui aveva ancora quel sorriso beato. In seguito un amico dottore mi disse che capitava spesso, in gergo lo chiamano “miglioria pre-mortis”. Pare che succeda qualcosa di simile anche a chi sta per affogare. E’ definita “ilarità degli abissi”, uno stato di euforia che ti prende negli ultimi istanti di vita, come se ciò che ci uccide ci offrisse insieme un anestetico misericordioso. Pensavo a Kleist, alle sue ultime parole prima di ammazzarsi, quando scrisse “un vortice di beatitudine mai presentita mi ha afferrato”; oppure a Drieu La Rochelle, che parla de “l’ebbrezza dell’allontanamento”. Forse è quello il senso che cerchiamo, e che raggiungiamo solo nel momento fatale, subito prima del distacco. La pace finale, l’assoluzione per i nostri peccati, la liberazione da tutti i rimorsi, le viltà, i fallimenti, i sensi di colpa…

Salud

maggio 8, 2009

ma

Mia zia Salud viveva al Poligono Canyelles, un ampio blocco di edifici popolari alla periferia nord-est di Barcellona. Erano case dignitose e pulite, molto diverse dalle nostre. La vita di quartiere era piacevole. Il bar sotto casa, il campo da bocce, il circolo per gli anziani. Ricordo il concerto degli uccellini in gabbia, presenti in quasi ogni balcone, una cosa a cui non ero abituato, sembrava di stare alla Rambla de los pajaros la domenica mattina. Col marito Gines ebbe due figli e condusse un’esistenza simbiotica, erano sempre assieme rimbrottandosi di continuo. Dopo la vedovanza usciva solo per la spesa e per portare a spasso il cane. Era la sorella di mia madre. Non sapevo che fosse analfabeta. Da bambina non l’avevano mandata a scuola perché doveva badare alle sorelle minori, e in seguito iniziò a lavorare al banco del pesce col padre. Solo le sorelle più piccole come mia madre godettero del relativo benessere raggiunto dopo la guerra civile e poterono studiare. Amava chiosare spesso un discorso con un proverbio. I più gettonati erano il consolatorio “No hay mal que por bien no venga” e il freudiano “Dime de que presumes y te diré de que careces”. Al funerale mia cugina Encarna mi disse che aveva lasciato qualcosa per me: i suoi libri. Erano una ventina di classici del Novecento, tipo La colmena di Camilo José Cela. Le ho chiesto che se ne faceva dei libri, se non sapeva leggere, e sua figlia mi ha risposto che se li faceva raccontare dalla libraia, con la scusa di un consiglio. C’è un personaggio, un ebreo analfabeta di nome Baruch, in Ogni cosa è illuminata, che prendeva i libri a prestito in biblioteca non per leggerli ma “per pensarli”. Forse faceva così anche lei. Encarna mi ha detto che pure all’ufficio postale si vergognava di ammettere la sua condizione, e così fingeva di essersi dimenticata gli occhiali per farsi compilare il bollettino di pagamento. L’impiegata lo sapeva benissimo e stava al gioco. Salud Tejedor – così si chiamava – fece una vita che non si era scelta, per il bene della famiglia e perché le toccarono in sorte anni difficili. Fu una crisalide che non diventò mai farfalla. Mia madre ebbe maggior fortuna. Studiò, viaggiò molto, andò a vivere all’estero e realizzò il suo destino nominalistico, lavorando con i tessuti (tejedor significa tessitore).