Archive for the ‘obituario’ Category

Ecce Gerstl

novembre 4, 2018

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Centodieci anni fa, oggi, questa persona decideva di farla finita. Si chiamava Richard Gerstl, viveva a Vienna ed era un pittore giovanissimo con tutta la vita davanti. A quel tempo e a quelle latitudini il suicidio non era infrequente, soprattutto fra gli artisti, gli intellettuali e le personalità eminenti, non a caso in tedesco suicidio si dice freitod, cioè libera morte, come se fosse la più alta e nobile espressione del libero arbitrio, appannaggio degli spiriti eletti. Vi ricorsero, per citare solo i casi più illustri, Otto Weininger, Georg Trakl, Max Steiner, tre dei quattro fratelli Wittgenstein, oltre a Maria Vetsera e l’arciduca Rodolfo. Gerstl aveva un grande talento ma era ancora poco conosciuto nell’ambiente. La sua arte era insieme vecchia e modernissima, quella di un fauves che s’ispirava a Vincent Van Gogh e anticipava certi stilemi dell’Espressionismo tedesco, in opposizione alla raffinatezza trasognata dei secessionisti come Gustav Klimt, che nell’augusta Cacania andavano per la maggiore e dettavano legge in fatto di gusto. Basta guardare il lampo dell’occhio azzurro in questo autoritratto disperato e beffardo, eseguito poco prima della fine, per capire lo scarto, anzi l’abisso che li separava, ma non fu per questo che si uccise. Più banalmente, Gerstl s’ammazzò per un amore non corrisposto. Lei era Mathilde Schonberg, la moglie di un suo caro amico oltre che vicino di casa, passato alla storia della musica come il padre della dodecafonia. Agli Schonberg Richard stava impartendo delle lezioni di disegno quando tra lui e Mathilde divampò una passione bruciante. Cominciarono allora una relazione clandestina che presto fu scoperta dal compositore nel peggiore dei modi, spingendola così ad abbandonare il tetto coniugale, anche se pochi mesi dopo lei si pentì e ritornò sui propri passi. Gerstl la prese malissimo, e dopo ripetute minacce e suppliche di ripensarci si arrese all’evidenza e si convinse che non avesse più senso andare avanti senza di lei. Così, la notte del 4 novembre scelse d’impiccarsi davanti a un grande specchio nel suo studio in Lichtensteinstrasse 20, non prima però di aver cancellato ogni traccia della sua arte presente in quelle stanze. B1900802T9967103

Forse anche per questa ragione il riconoscimento arrivò tardi, grazie alla determinazione e all’insistenza del fratello Alois che, persuaso del genio di Richard, nei primi anni 30 convinse il mitico gallerista viennese Otto (Nierestein) Kallir ad organizzare nella Neue Gallery la sua prima mostra postuma che lo impose all’attenzione della critica. Infine, con l’esposizione alla XXVIII Biennale di Venezia del ’56, giunse la consacrazione internazionale come uno dei protagonisti dell’arte del suo tempo, tanto che oggi i suoi autoritratti sono considerati tra gli ecce homo più potenti e originali del Novecento.

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Quanto azzurro

ottobre 29, 2018

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L’ultima volta che vidi mio padre era un giorno ventoso come questo, ma più freddo, molto più freddo, perché mancava poco al Natale e mi trovavo a Garbagnate Milanese, nell’ospedale Salvini, un cronicario per comatosi immerso in un parco secolare. L’edificio liberty era talmente nascosto nel verde da non essere quasi visibile dalla strada che scorreva a fianco, come per una scelta deliberata, per non turbare i vivi e i loro traffici col muto gravame di tutto quel dolore. Io stesso ero passato davanti a quel parco tante volte ignorando cosa si celasse al suo interno. Quell’ospedale dal nome oggi impronunciabile nacque come sanatorio per tubercolotici e fu inaugurato dal re Vittorio Emanuele III con la posa della prima pietra il 3 giugno 1924, la stessa data in cui Kafka morì proprio per una tubercolosi alla laringe in un tisicomio simile nei pressi di Vienna. Allora la tubercolosi era più una piaga sociale che una malattia, e quello di Garbagnate fu uno dei primi tisicomi di pianura sorto in Italia.

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Il 20 dicembre 1991, quando vidi mio padre per l’ultima volta, lui era ricoverato in un’ala dell’edificio che ospitava esclusivamente degenti in coma. Ci stava da quasi un anno e mezzo lì, immobile, dopo che fu dimesso senza grandi speranze dalla terapia intensiva del Fatebenefratelli di Milano. Era un reparto strano, silenziosissimo, quello dell’ospedale di Garbagnate. Le uniche voci, i soli segnali di vita erano quelli dei parenti dei malati. Una guarigione era considerata miracolosa, e per tutto il periodo in cui lo bazzicai non se ne verificò nessuna. A volte gli mettevamo delle cuffie e gli facevamo ascoltare la nostra voce registrata nella speranza che questo lo ridestasse. Altre volte gli leggevo articoli di giornale su argomenti che lo interessavano, o lo aggiornavo su questioni familiari, ma sempre senza riscontro. Ricordo l’imbarazzo con i sacerdoti o i volontari che entravano in camera per scambiare due chiacchiere e invariabilmente chiedevano il motivo di quello stato. Mentivo ogni volta, non volevo turbarli e dicevo che era stato un colpo, come se stessi alludendo a un ictus. Con quella formula ambigua mi sembrava di essere meno disonesto, perché si era effettivamente trattato di un colpo, anche se di un colpo di pistola alla tempia. Un giorno, a un prete che insisteva per conoscere i dettagli del “colpo”, mi stancai di ripetere la solita manfrina e dissi tutta la verità, nuda e cruda. Rimase impietrito, ammutolì all’istante, e allora mi sentii in dovere di rassicurarlo che erano cose che capitano, come se il vero afflitto fosse lui, e io l’avessi già superata. Di solito ci alternavamo, un giorno a testa io e i miei fratelli e mia madre. Quel 20 dicembre ero di turno io, gli feci compagnia tutto il pomeriggio. Niente lasciava presagire che non avrebbe visto l’alba, le sue condizioni di salute sembravano perfino leggermente migliorate, come dicevano i medici. Così, prima di cena mi alzai per andarmene. Fuori era già buio pesto. Raccolsi il libro che mi ero portato e di cui non ricordo il titolo e mi fermai un istante a guardare il silenzio che avvolgeva quel posto. Pareva che dormissero tutti, coccolati dal suono ritmico dei respiratori come una nenia. Sbirciai fra le tendine azzurre che separavano i pazienti e notai una donna con lo smalto alle unghie. Tracce di vite precedenti, o del desiderio dei familiari di restituire una parvenza di vita a un corpo inanimato. Sull’uscio incrociai un’infermiera con la coda di cavallo e gli occhiali azzurri che doveva nutrirlo. Quanto azzurro c’era in quella stanza.

Nessun incidente

ottobre 16, 2018

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il toro bianco fuggito dal mattatoio

luglio 21, 2018

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Due anni fa circa lessi su Repubblica.it un trafiletto con foto che mi colpì. Parlava di un toro bianco scappato da un mattatoio mentre veniva condotto al macello. L’animale era ritratto in un apparente momento di pace, immobile in un giardino incolto, come se si stesse riposando; un’immagine bucolica, che non faceva sospettare il dramma imminente. Il fatto era avvenuto a Lecce, e inutili erano stati i tentativi di bloccarlo effettuati dal personale dell’azienda e poi dalla polizia nel giardino dell’emittente televisiva Telerama in cui si era rifugiato, tanto che alla fine gli agenti avevano dovuto abbatterlo con le pistole d’ordinanza.

L’animale era fuggito dal mattatoio intorno alle 11 dopo aver divelto i camminamenti in ferro che delimitano il percorso obbligato verso la macellazione. Aveva poi varcato il cancello dell’azienda cominciando a correre terrorizzato sul vialone dell’area industriale fra gli automobilisti increduli e impauriti. I poliziotti avevano delimitato l’area e chiesto l’intervento del Servizio veterinario dell’Asl nella speranza di sedare l’animale, ma il personale specializzato non era intervenuto in quanto “privo della strumentazione necessaria”, così, dopo averlo ferito in modo lieve, avevano deciso di abbatterlo.

Lo so che con tutte le tragedie che succedono in giro per il mondo queste storie di animali sono quisquilie, ma lo sguardo di quel toro sotto l’ulivo poco prima di essere ucciso non l’ho più dimenticato. Forse ora che ne ho scritto riuscirà a passarmi di mente. Forse quando non mangerò più carne smetterò di sentirmi in colpa.

chiarimenti su un post

giugno 28, 2018

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Qualche precisazione riguardo al post su Chichita Calvino, da alcuni considerato irriguardoso tenuto conto che era appena deceduta e che io l’ho usata come pretesto per parlare di Elsa De Giorgi, la sua “rivale”. Il mio post non era dedicato a Chichita, anche perché chi voleva leggere un coccodrillo sulla vedova di Calvino l’altro giorno ne poteva trovare a bizzeffe dappertutto, in tv, in rete o sui giornali (qui uno molto bello). Con quell’accostamento volevo solo mostrare come una strenua volontà di damnatio memoriae avesse infine sortito l’effetto opposto, generando un menage a trois che non c’era mai stato in vita. Ma il primato di Chichita non si discute, lei era la first lady. Calvino sposò lei, con lei fece una figlia, lei era la vedova e l’erede di tutti i diritti, compresi quelli sulle lettere che lui, prima di conoscere Chichita, spedì a Elsa De Giorgi (perché ricordiamo che i due rapporti non si sovrapposero mai). Il suo diritto di veto non si esaurì con la mancata pubblicazione dell’epistolario, ma si esercitò anche ponendo il vincolo su metà delle lettere che oggi non si possono neppure consultare al Fondo Manoscritti di Pavia dove sono custodite (non diversamente dalla sua gestione dell’archivio calviniano ufficiale, tuttora precluso agli studiosi). Nell’aspra contesa legale fra le due donne di Calvino non nascondo che trovai di cattivo gusto certe esternazioni di Chichita, supportate anche da un bullistico articolo di Citati che ironizzava sulle false contesse che circuirono il grande scrittore sentimentalmente immaturo. Mi riferisco alle insinuazioni sullo scarso valore letterario dell’epistolario dettato solo “dalla fisiologia” della coppia (e spero che non ci sia bisogno di spiegare); o quando disse che era scritto con uno stile senza valore per adeguarsi allo stile di lei, evidentemente terra terra. Erano battute gratuitamente offensive e false, non degne della vestale di un autore di culto. La De Giorgi non era una bellezza vuota come una conchiglia, ma oltre che attrice fu scrittrice (conobbe Calvino mentre pubblicava con Einaudi, non prima) e amica intima di molti grandi intellettuali che la stimavano. Il fittissimo carteggio dimostra non solo che lui ne era innamorato, ma che con lei Calvino parlava e discuteva di tutto, politica, arte, cultura, senza cedimenti o “abbassamenti” di sorta (si vedano gli stralci che uscirono su Epoca e sul Corriere). E poi basta il giudizio entusiastico di Maria Corti per farci rimpiangere la mancata pubblicazione di quelle lettere. Se non se ne intendeva lei.

compleanni mancati

giugno 27, 2018

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What I remember the most, was his blue eyes, their intensity. As well as his smile, a very gentle and human smile. I miss him tremendously. He’s part of my life now.

Juliette Binoche che ricorda il regista del mio film preferito, Film rosso, nel giorno in cui avrebbe compiuto 77 anni.

Piccoli Rubiconi crescono

maggio 24, 2018

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Per me mio padre è morto il 2 settembre 1990. Sulla lapide in marmo nero al cimitero Maggiore c’è scritto 21 dicembre 1991, ma quella è solo burocrazia, dati da censimento, termini utili per stabilire da quando decorre la pensione di reversibilità. In verità lui decise di farla finita il 2 settembre 1990, quando aveva 55 anni, la mia stessa età adesso, e per me fa fede quella data, per me lui cessò di vivere quel giorno. L’anno e mezzo in più che rimase in coma in ospedale a Garbagnate non lo visse veramente, ma sopravvisse, contro la sua stessa volontà e contro ogni logica, per cui io non lo conto.

Ho sempre più bisogno delle foto. Passa il tempo e i ricordi di lui mi si annebbiano, si scontornano, e per raffigurarmelo ancora ricorro alle poche foto superstiti. Non ce ne sono tante che ci ritraggono assieme, forse quattro o cinque. Qui siamo in barca a Lipari, dove trascorremmo tante vacanze estive. Ricordo quel giorno. York, il nostro dobermann era terrorizzato dalla velocità del motoscafo di un cliente facoltoso di mio padre, e infatti poco dopo se la fece sotto spruzzando di merda quei cuscini candidi. Arrivati in porto non aspettò che ci assicurassimo al molo, e sfuggito alla mia presa spiccò un balzo verso terra fallendo però l’attracco. Finì sotto la chiglia e scomparve alla nostra vista creando il panico, allora m’immersi subito e lo riportai a galla assieme a un bel po’ di graffi provocati dalle sue unghie. Occhio e croce eravamo intorno al 1980, e questa foto mi ha fatto ricordare pure che io ero arrabbiato con mio padre per non aver lasciato a casa il cane, dove poteva starsene bello comodo e in pace. Comunque, anche mio padre gli voleva bene. Magari si scocciava a portarlo giù la notte, ma mentre guardava la tv la sera non smetteva mai di accarezzarlo, era il suo scacciapensieri. Quante cose, senza neanche accorgermene, sto via via perdendo di lui.

Forse è una mera questione aritmetica. Se lui è morto nel 1990, quanďo io avevo 27 anni, vuol dire che oggi, che ne ho 55, ho attraversato un piccolo Rubicone del nostro rapporto, e cioè il fatto che ora è più il tempo che ho passato senza di lui che quello che ho passato con lui, e come un’auto che attraversa un ponte, ogni esperienza fatta, ogni persona incontrata, ogni minuto trascorso mi allontanano sempre più da lui, me lo fanno vedere sempre più piccolo e sfocato negli specchietti della memoria, fino a che sarà solo un puntino all’orizzonte alle mie spalle.

Le ultime parole di PVT

maggio 22, 2018

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“La letteratura non salva, mai.
Tantomeno l’innocente.
L’unica cosa che salva è l’amore fedele e la ricaduta (che è come il temporale) della grazia”
(Le ultime parole di Pier Vittorio Tondelli)

Buon tutto David

maggio 11, 2018

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David Goodall era uno scienziato angloaustraliano, un botanico che ha avuto una vita piena e soddisfacente. Aveva 104 anni, non era un malato terminale ed era ancora perfettamente lucido, ma non aveva più voglia di vivere. È morto in una clinica svizzera col suicidio assistito ascoltando l’Inno alla gioia di Beethoven.

 

Un tal Julio

febbraio 12, 2018

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“I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. Invece i cronopios, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono ancora al loro posto.”

(Un ricordo di Julio Cortázar, che moriva il 12 febbraio di 34 anni fa)