Archive for the ‘obituario’ Category

Obiit

maggio 13, 2017

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Oggi, 29 anni fa, moriva il James Dean del jazz.

il mio epitaffio

aprile 19, 2017

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amò il nulla e ne fu ricambiato

Caraco

marzo 28, 2017

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Scriveva in modo così duro e intransigente Albert Caraco, contro le donne, il piacere, la felicità, ma nel fondo il suo animo era gentile, e infatti ebbe la delicatezza di aspettare che fossero morti entrambi i genitori prima di togliersi la vita. Che nome Caraco, per un madrelingua spagnolo suona come un’imprecazione, quasi un rutto tridimensionale. Voleva tanto assomigliare a Cioran, il suo modello di stile, con la sua scrittura senza sconti e senza orpelli, voleva essergli amico e gli spediva tutti i suoi libri con dediche affettuose sperando che lo considerasse un suo pari, e invece il rumeno lo teneva a distanza come uno scocciatore qualsiasi, solo perché non aveva un grande talento. Insomma, mi sa che ho un’altra casa da andare a vedere a Parigi, questa volta in una zona non mia, vicino all’Arco di Trionfo, anche se a giudicare da google street view (34, rue Jean-Giraudoux) sembra una costruzione molto recente, troppo se si considera che Caraco ci abitava da subito dopo la guerra (forse per questo manca la placca commemorativa).

Fu Felice

marzo 28, 2017

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Nel cimiterino di un paese scucchiaiato sulla montagna, una volta vidi la lapide di una signora che si chiamava Maria Corvi fu Felice.

omaggi

gennaio 9, 2017

eduardolabarca

 

 

Buona fine e buon inizio

dicembre 31, 2016

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Fra poche ore finirà il 2016. In teoria dovrei essere contento di archiviare quest’anno di merda, il più brutto della mia vita, l’anno in cui è morta mia madre, eppure un po’ mi spiace di lasciarlo andare. Il 2016 è stato sì l’anno in cui è morta, ma anche l’ultimo anno della sua vita, e domani, nel 2017, dovrò dire “l’anno scorso è morta mia madre“, come di un evento remoto, sbiadito dal passare del tempo. Invece quest’anno è morta ma è stato anche l’anno in cui l’ho vista spesso, proprio perché sentivo che la sua fine era imminente, e per sette mesi lei c’è stata, lo ha vissuto, commentato, detestato per il suo aspetto terminale, e in alcuni momenti ci si è pure aggrappata con le forze residue sperando in qualche miracolo impossibile. A volte questo la rendeva triste e malinconica, pensierosa come in quella foto rubata che le feci sul dondolo, in cui dava l’idea di una solitudine inscalfibile, a volte invece ci scherzava su, e io ho cercato di starle vicino, nella sua casa, per parlare, farle compagnia, mentre lei mi diceva ma esci un po’, ti annoierai, e invece restavo per guardarla e imprimermi nella memoria i tratti del suo viso, il suono della sua voce, i suoi gesti quotidiani, perché temevo di scordarmela presto com’è successo con mio padre, che ogni tanto guardo nelle foto e stento a riconoscerlo come fosse un estraneo; e le chiedevo della sua giovinezza, di prima che si sposasse, di quando non era mia madre, cercavo d’immaginarla come una ragazza qualsiasi, una bella mora piena di sogni e paure che partì da una baracca sulla spiaggia di Barcellona e che lì è tornata ottantatrè anni dopo, con le sue ceneri.

Buona fine e buon inizio!”, auguravano oggi le cassiere del Carrefour. Ma non tutto ricomincia subito dopo essere finito. Non la morte di una madre, per esempio. Però bisogna tirare avanti lo stesso, far buon viso a cattivo gioco, perché il mondo non aspetta nessuno, e dopo le parole di circostanza ti volta le spalle e prosegue il suo corso. Morto un anno se ne fa un altro, sì, e domani anche il 2016 finirà nei libri di storia, con le sue piccole e grandi tragedie, le sorprese i progetti le illusioni i lutti, tutto tranne i nostri sensi di colpa, che ci seguono fin nella tomba.

il sangue non è acqua

novembre 26, 2016

papa

Mio padre si chiamava Roberto e faceva l’avvocato. Nel suo campo era considerato uno dei migliori, scrupoloso e preparato. Un giorno gli chiesero di coordinare un pool di legali, commercialisti e fiscalisti per lo sbarco di McDonald’s in Italia. Era un affare enorme, molti suoi colleghi avrebbero fatto carte false per essere al suo posto, in ballo c’erano un sacco di soldi, l’apertura di tanti negozi in tutto il paese. Lui si prese un po’ di tempo per pensarci e alla fine sparò una parcella esagerata, fuori mercato, perché in realtà non voleva farlo, così quei manager si rivolsero a un altro studio legale. Ricordo che poco dopo, commentando la cosa con un amico a cena, pronosticò con tono di sufficienza un fallimento sicuro. “Figurati se possono piacere quei panini di plastica, col palato raffinato che abbiamo noi italiani“. Ecco, io non ho la sua stessa fiducia nel gusto superiore dei connazionali e non sono neppure bravo come lui nel mio campo, però ho ereditato il suo fiuto infallibile per gli affari.

scoprire gli altarini

novembre 25, 2016

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Questo altarino della memoria si trova a Roma, appeso a una rete metallica che avvolge un pilone del cavalcavia di corso Francia, di fronte all’Auditorium Parco della Musica. L’hanno fatto per lei, Anna Maria Ziroli, che in quel punto morì un giorno d’estate del 2009, poco prima di compiere 67 anni. Chissà che cosa la uccise. Se fu un incidente, oppure venne investita da una macchina o da un autobus mentre attraversava distrattamente la strada. Io ci passo davanti quasi tutte le notti portando a spasso il cane. Non so perché lo faccio. Forse mi piace il fatto che sia la testimonianza di una morte violenta non reclusa in quei lager che sono i cimiteri, ma disseminata nella quotidianità, dove camminiamo tutti i giorni, e poi mi piace la sua discrezione, l’assenza di enfasi, e che mi lascia libero d’immaginare che storia c’è dietro, chi era quella persona, cosa faceva, come è morta. Non è vicinissimo a casa mia e a quell’ora c’è un’aria losca, sembra il tipico angolo buio e malfamato dove battono i trans o vivono i barboni. È curioso. Non vado mai a trovare i miei al cimitero e poi visito spesso la lapide di una sconosciuta sotto un cavalcavia. Questa di Anna Maria è un po’ trascurata, sporca, però i fiori sono sempre freschi, come se una mano pietosa si premurasse di cambiarli prima che lo smog li impolveri e rinsecchisca. Per saperne di più ho cercato in rete, ma non ho trovato nulla sul suo conto. Sono riuscito solo a sapere che quel cognome non è molto diffuso ed è presente soprattutto nel Lazio. Dalla faccia sembrava una persona semplice, forse una pensionata con la minima. Probabilmente, tranne i suoi parenti, “sono l’unico che sa ancora che visse“, per dirla con Ungaretti. Ieri ho visto che qualcuno le ha accostato la foto di un uomo, che presumo fosse il marito. Uno accanto all’altra fanno uno strano effetto: lei sorride anche con gli occhi, come fosse molto felice di rivederlo, lui invece è triste, quasi seccato.

che tempo fa

settembre 16, 2016

dondolo

Stamattina sono sceso a portare il cane e faceva freddo, il cielo era scuro e sembrava già autunno, allora ho pensato oggi chiamo mamma e le chiedo che tempo fa lì. Negli ultimi mesi parlavamo di queste cose al telefono. Le chiedevo come stava, che tempo faceva, cosa aveva mangiato, se era andata di corpo, i libri che stava leggendo, cosa combinava la gatta… La sua vita era poco altro, e le mie telefonate quotidiane cercavano di alleviarle il senso di solitudine, il fatto che non avesse nessuno con cui parlare. A volte mi rispondeva col cordless dal dondolo, dove nel pomeriggio amava riposarsi in compagnia della Culumeta, la gatta cui aveva dato il nome della protagonista del suo romanzo preferito, La plaça del Diamant. La veranda fiorita era la zona più fresca della casa, il suo orgoglio di pollice verde in quell’appartamento modesto, e ogni tanto me la immaginavo sdraiata lì, cullata da ricordi lontani all’ombra del cannucciato, come in questa foto che le scattai a fine giugno l’ultima volta che la vidi, un mese prima che morisse. I sogni a occhi aperti, quelli impossibili e miracolosi che faccio spesso io, in cui ogni torto viene riparato e tutto si aggiusta, non riuscivo ad attribuirglieli, come se a ottant’anni e in quelle condizioni di salute subentrasse per forza un disincanto che non ammette più illusioni, e quello che è fatto è fatto. (more…)

l’ultima uscita

settembre 5, 2016

expo venti maggio duemilaquindici

Era la sera del venti maggio dell’anno scorso. All’Expo ci mangiammo una paella sciapa al padiglione spagnolo, uno strudel a quello trentino, poi vedemmo l’albero della vita e tornammo subito a casa di mia sorella. Mamma era stanca ma contenta. Vivendo da sola in un paesino della Catalogna, in cui la festa più importante dell’anno è la sagra della ciliegia, la grandeur di questo evento e la compagnia di due figli e tre nipoti non potevano che metterla di buon umore, e il sorriso che sfodera in questa foto, nonostante il vento e i nuvoloni gonfi e scuri, lo testimonia in pieno. Tornata a casa, la sua salute peggiorò in fretta. Sapevamo che le restava poco tempo. I medici ci avevano detto che si sarebbe spenta a poco a poco, senza soffrire e senza consapevolezza dell’avvicinarsi della fine, ma le cose andarono diversamente. Non uscì più dalla Spagna.