Archive for the ‘polemiche’ Category

la mia legge elettorale

aprile 14, 2017

vota-antonio

Il Garufellum è molto semplice. Funziona ribaltando la logica elettorale tradizionale, un po’ sul modello dei referendum abrogativi o delle nominations ai reality show come Il grande fratello o l’Isola dei famosi. Parte dalla constatazione che gli haters sono i veri interpreti dello spirito del tempo, e quindi il mondo sub specie inimicarum non può che essere un mondo oppositivo, fatto di contrasti e di avversioni, in cui il gusto si esprime innanzitutto attraverso il disgusto. Per cui non si vota per un partito, come d’abitudine, ma si vota contro, ossia segnalando ciò che è più distante da noiD’altronde, come si vota oggi? Apponendo una X sopra il logo di un partito. E l’espressione “metterci una croce sopra”, che significa? Fa pensare a una pietra con la quale si chiude un sepolcro, alla volontà di farla finita con quella persona o quel gruppo, non certo a una forma di sostegno o di adesione. Dunque un gesto contro qualcuno o qualcosa. E allora rispettiamo la filologia, siamo coerenti. Votare un partito o un candidato vuol dire esprimere la propria contrarietà verso quel qualcuno, e più voti prende un partito, meno rappresentanti avrà in parlamento (e viceversa), fino a una soglia di sbarramento in alto, magari per chi supera il 30%, che lo esclude totalmente dall’arco costituzionale, e a un premio di minoranza che garantisca la governabilità per chi sarà meno votato. Così facendo sono sicuro che voterebbero pure molti indecisi che di solito se ne astengono, e si sa che le elezioni le decidono gli indecisi. Questo è l’unico modo per unire il voto utile a quello dilettevole, perché in questo modo ti diverti anche a far fuori qualcuno, e ci si chiarisce bene le idee sulle proprie priorità in fatto di avversione. Votare non il più simile, ma il più estraneo, quello che non c’entra niente con le nostre idee e i nostri valori. Chi sarebbe per me? Bella domanda. C’è la fila. Diciamo che in pole position metterei il fascismo di Casa Pound, ma subito dietro ci sarebbe l’ignoranza crassa di molti cinquestelle, la disonestà congenita dei forzitalioti, il razzismo di Salvini e la spocchia di D’Alema, insomma, praticamente tutti. Va beh, ci penserò su, e comunque anche col Garufellum il voto è segreto.

il sale, non la pietanza

aprile 5, 2017

perego

Non mi piace l’attualità, i temi di “scottante attualità”, il battere il ferro finché è caldo, la rincorsa affannosa sui social network, nei palinsesti televisivi e sulle pagine culturali, non mi piace fin da quando cominciai a scrivere sui giornali, preferendo parlare più del libro fuori commercio che di quello del giorno; e non mi piace la frenesia delle breaking news, il tempo reale, periscope, il live twitting, la diretta facebook, il nuovo degradato a novità, il presente che incalza, appiattisce tutto, cancella ogni prospettiva, istiga a dire la propria opinione su qualsiasi cosa, a schierarsi tra favorevoli e contrari sui trending topics: petaloso, le donne dell’est, Magalli, la giornata della memoria, l’anniversario della morte di Pasolini, l’agenda dei pensieri di un popolo di tuttologi convinto di cavalcare una tigre che in realtà l’ha già mangiato, digerito ed espulso, dei battutisti compulsivi che fanno a gara a chi è più spiritoso e provocatorio, come se l’arguzia non fosse il sale ma la pietanza.

sono solo parole

marzo 6, 2017

beck

La citazione preferita degli scrittori di successo.

integrità

dicembre 7, 2016

papar

io non scendo mai a compromessi, se mai salgono loro (II piano interno 5).

piccoli sabotaggi

novembre 30, 2016

lombr

Se avessi molti lettori, li inviterei a sabotare il comitato NO Lombroso. Costoro hanno lanciato una petizione per la chiusura del Museo di Antropologia Criminale dedicato appunto a Cesare Lombroso, inaugurato cinque anni fa nel Palazzo degli Studi Anatomici dell’Università di Torino, raccogliendo in pochi giorni diecimila firme. Le motivazioni addotte sono risibili. Secondo loro il museo celebrerebbe Lombroso, invece di documentare storicamente delle teorie scientifiche definitivamente superate, e inoltre queste ultime avrebbero ispirato addirittura la tragedia dell’Olocausto, a cui l’ebreo Lombroso scampò giusto per non commettere un evidente anacronismo. Da un lato confesso che inviterei al sabotaggio nella speranza di essere incriminato e di passare per martire della libertà d’espressione, così da rimediarci almeno qualche cinguettio tipo #iostocongarra, e dall’altro lo farei perché considero la spaventosa reputazione postuma di Lombroso, simbolo eterno di idiozia e oscurantismo, un equivoco marchiano. La verità è che lui non era uno scienziato, ma un artista. Come, che so, il neurofisiologo Charles Brown-Séquard, inventore di un ardito elisir orchitico a base di palle di sorcio e di cane ben macinate, che s’iniettò dissenatamente nell’incrollabile certezza di ringiovanire. Oppure il suo seguace Serge Voronoff, che pretese di ringalluzzire certi suoi pazienti decrepiti trapiantando loro i testicoli di una scimmia. Se non è arte questa.

è la scienza, bellezza!

novembre 17, 2016

lott

Tempo fa vidi questa mostra a Castel Sant’Angelo. Mi interessava un piccolo quadro di Lorenzo Lotto che era stato scoperto per caso da Massimo Pulini. Acquistai il catalogo e vi si diceva che la santa casa di Loreto non fu smontata mattone per mattone a Betlemme e poi rimontata a Loreto, ma che c’erano prove scientifiche del fatto che fosse stata trasportata nelle Marche dagli angeli.

i libri necessari

ottobre 24, 2016

dipaolo

L’incipit di questo articolo, uscito sul Messaggero qualche domenica fa, è il luogo comune per eccellenza del recensese. A questo punto forse bisognerebbe citare un aforisma di Wilde.

polemiche

settembre 29, 2012

Una postilla polemica a margine di un libro sulle polemiche. Gilda Policastro, in questo saggio pubblicato di recente da Carocci, mi cita in una nota. Il brano in questione (a pag.52), che rinvia alla nota n°88, lamenta gli “eccessi di autoconsacrazione narcisistica nel panorama ultracontemporaneo” da parte di alcuni autori, di contro alla “prassi decisamente autoironica” degli scrittori delle generazioni precedenti (come L’Anonimo lombardo di Arbasinonelle cui pagine introduttive “erano radunati i migliori giudizi critici sull’opera”). Per comprovare questo scadimento epocale, nella nota si fanno due esempi. Il primo è Paolo Sortino, reo di aver inserito nel sito dove si pubblicizza il suo libro (Elizabeth) gli sms elogiativi ricevuti da giornalisti e scrittori suoi amici, oltre alle recensioni ufficiali. Il secondo è il mio romanzo, sul quale è stata apposta “una fascetta recante un giudizio entusiastico da parte dello scrittore Tommaso Pincio, giudizio che si dovrà, evidentemente, attribuire a una comunicazione privata”. Il nesso  fra i due casi l’autrice lo individua nella tendenza degli editori ad “affidarsi, per la promozione del libro, a scrittori, piuttosto che a critici, ritenuti, i secondi, sempre più marginali, quando non dannosi.”

Bon, partendo dalla fine. Non so gli altri, ma non mi risulta che Ponte alle Grazie abbia delle idiosincrasie verso i critici (e forse invece dovrebbe). La prova è che l’ultimo libro di Laura Pugno (La caccia), appena uscito, ospita in bella evidenza sulla quarta di copertina giudizi di “critici puri” come Andrea Cortellessa e Angelo Guglielmi. Riguardo a Pincio, non so bene cosa sia, se solo narratore o anche critico. So che recensisce  spesso libri su Rolling Stone, ma ho visto parecchi suoi interventi pure su La Lettura del Corriere, su Alias del Manifesto e su altri giornali. E Hotel a zero stelle, la sua penultima prova narrativa edita da Laterza, presenta dei corposi inserti di critica letteraria. Indubbiamente passerà alla storia della letteratura più come narratore che altro, ma di certo non è stato solo quello, e la critica la sa esercitare molto bene. Quel “giudizio entusiastico” lo comunicò per mail a me e al mio editor, ben sapendo che sarebbe stato stampato sulla fascetta (trasformandosi così da privato in pubblico), tant’è che ne discusse una versione ridotta, più adatta allo spazio dove sarebbe stata ospitata. La stessa Policastro non è un critico puro, nel senso che ha pubblicato anche poesie e che col Farmaco ora è pure narratrice. Ed io, che ho scritto un centinaio di recensioni in dieci anni prima del romanzo, cosa sono, un critico o un narratore (e Trevi, e Piperno…)?

Quanto al giudizio di Pincio, fu una decisione del marketing di Ponte alle Grazie, quella di accompagnare il mio esordio con un consiglio autorevole. Non volevano per forza uno scrittore invece di un critico, volevano uno noto, tant’è che mi hanno anticipato che col mio prossimo libro utilizzeranno per la quarta di copertina un giudizio di Guglielmi apparso su l’Unità.

Oltre a quello di Pincio, esisteva anche un altro complimento pubblico e autorevole che sarebbe piaciuto al mio editore segnalare in fascetta. Si trattava di una frase di Tiziano Scarpa (altra figura ibrida di poeta-drammaturgo-narratore-critico, si pensi a un libro come Cos’è questo fracasso?, oppure alla sua rubrica fissa su Saturno, il defunto inserto letterario del Fatto Quotidiano), pronunciata in un’intervista rilasciata a l’Unità pochi mesi dopo aver vinto lo Strega. C’era un però, ossia che Scarpa compariva come personaggio nel mio libro, e questo rendeva inopportuna la citazione.

Così, giusto per chiarezza.

dalla parte del torto

settembre 20, 2012

Ci vorrebbe Manganelli. Lo pensavo leggendo l’articolo di Francesco Piccolo sul supplemento letterario del “Corriere” a proposito dell’incapacità italiana di accettare la sconfitta. Allora ho chiesto il permesso al giornale di replicare, e la risposta è stata: “cosa non ti torna di quel pezzo?” Già, suona strano obiettare qualcosa a Piccolo. La verità è che ha ragione, in ciò che scrive tutto torna. Qualsiasi tema affronti il suo argomentare è pacato, equilibrato, saggio, ispirato al buon senso, sembra Napolitano quando auspica l’abbassamento dei toni. Leggendolo non si può non concordare, e ci si sente a posto con la coscienza, si sta dalla parte giusta. Per sostenere la tesi secondo cui noi italiani saremmo incapaci di perdere (e di vincere, esultando in modo sguaiato), Piccolo fa alcuni esempi. Uno sportivo: la gara degli 800 metri vinta dal keniano Rudisha alle olimpiadi. Piccolo ha rischiato di non vederla in diretta perché contemporaneamente c’era una semifinale di taekwondo con un italiano, e la tv stava dando priorità a quest’ultima dato che gli italiani sono “interessati solo al medagliere”. Non sono sicuro che le scelte del palinsesto olimpico interpretassero alla lettera la volontà degli italiani, e dubito che sia un vizio tipicamente nostro quello di esultare o recriminare in modo eccessivo. Guardando un’altra sfida epica delle olimpiadi, i 100 metri vinti da Bolt, ho avuto un’impressione completamente diversa. A Pechino Bolt era stato l’unico prima dello start a ostentare sicurezza esibendosi in smorfie e balletti, invece quest’anno a Londra tutti gli sprinter finalisti lo imitavano, provando a distinguersi con delle mosse particolari. Le figure che rimangono più impresse nella memoria hanno tutte a che fare con un modo di esultare originale, dal lanciatore del disco che si strappa la maglia come Hulk (e nel calcio da noi togliersela vale un’ammonizione), alla saltatrice in alto croata (Blanka Vlašić) che improvvisa balletti ammiccanti dopo aver superato l’asticella. Questo per dire che è il sistema a istigare atteggiamenti eccentrici, rendendoli appetibili per contratti pubblicitari. Ma è soprattutto l’inclinazione al piagnisteo, il nostro peggior vizio per Piccolo. E dato che il senso del suo ragionamento ricalca certe sentenze di If di Kipling, laddove invita a trattare la vittoria e la sconfitta come due impostori, mi son ricordato che a Wimbledon quel motto è inciso all’entrata come benvenuto. Lì ad esempio era McEnroe, non un italiano, chi dava spesso in escandescenze, ma il suo talento era così limpido che i tifosi americani gli accordavano senza sforzo una franchigia morale. In Open, l’autobiografia di Agassi, si dice che: “una vittoria non è così piacevole com’è dolorosa una sconfitta”. I media a quello puntano cercando le emozioni forti, ecco perché a Marco Bellocchio, dopo Venezia, i giornalisti chiedono con insistenza che si prova a restare a bocca asciutta. Il motto di de Coubertin è la foglia di fico della cattiva coscienza. Manganelli lo sapeva, tanto da sottolineare la volgarità e l’assurdità logica dell’equazione secondo cui chi vince (la guerra, le elezioni, il campionato, lo Strega) ha ragione, e da ricordarci innanzitutto che “vivere significa avere torto”. La maggioranza, per intenderci, tra Gesù e Barabba scelse Barabba. Ora, in tempi di antielitismo e aristofobia, all’intellettuale si chiede di darle voce, d’incarnare la vox populi, e i corsivi riflettono ciò che sentiresti al bar sotto casa, solo espresso e argomentato meglio; mentre anni fa gli interventi degli intellettuali provocavano, facevano discutere, non sembravano aver ragione perché ci davano ragione. Basta pensare alle posizioni di Pasolini sul referendum per l’aborto e sul tema delle manifestazioni studentesche, o a Manganelli, entrambi vere coscienze critiche del paese. Manganelli stava volentieri “dalla parte del torto”, come nel titolo del bel libro dell’altro Bellocchio, Piergiorgio. Il quotidiano “La Stampa” gli chiedeva di commentare la notizia dell’albergatore ligure che aveva cacciato un gruppo di spastici e lui faceva proprie le istanze dell’albergatore, fingeva di aderirvi, diceva “ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici”. Noi oggi manco questa parola sapremmo pronunciare, figuriamoci adoperare un registro antifrastico così urtante ed efficace nel mostrarci il ribrezzo di quel modo di pensare.

(pubblicato su l’Unità, 20/9/2012)

Beghe letterarie: BEE vs. DFW

settembre 6, 2012

forse c’entra questa intervista