Archive for the ‘polemiche’ Category

piccoli sabotaggi

novembre 30, 2016

lombr

Se avessi molti lettori, li inviterei a sabotare il comitato NO Lombroso. Costoro hanno lanciato una petizione per la chiusura del Museo di Antropologia Criminale dedicato appunto a Cesare Lombroso, inaugurato cinque anni fa nel Palazzo degli Studi Anatomici dell’Università di Torino, raccogliendo in pochi giorni diecimila firme. Le motivazioni addotte sono risibili. Secondo loro il museo celebrerebbe Lombroso, invece di documentare storicamente delle teorie scientifiche definitivamente superate, e inoltre queste ultime avrebbero ispirato addirittura la tragedia dell’Olocausto, a cui l’ebreo Lombroso scampò giusto per non commettere un evidente anacronismo. Da un lato confesso che inviterei al sabotaggio nella speranza di essere incriminato e di passare per martire della libertà d’espressione, così da rimediarci almeno qualche cinguettio tipo #iostocongarra, e dall’altro lo farei perché considero la spaventosa reputazione postuma di Lombroso, simbolo eterno di idiozia e oscurantismo, un equivoco marchiano. La verità è che lui non era uno scienziato, ma un artista. Come, che so, il neurofisiologo Charles Brown-Séquard, inventore di un ardito elisir orchitico a base di palle di sorcio e di cane ben macinate, che s’iniettò dissenatamente nell’incrollabile certezza di ringiovanire. Oppure il suo seguace Serge Voronoff, che pretese di ringalluzzire certi suoi pazienti decrepiti trapiantando loro i testicoli di una scimmia. Se non è arte questa.

è la scienza, bellezza!

novembre 17, 2016

lott

Tempo fa vidi questa mostra a Castel Sant’Angelo. Mi interessava un piccolo quadro di Lorenzo Lotto che era stato scoperto per caso da Massimo Pulini. Acquistai il catalogo e vi si diceva che la santa casa di Loreto non fu smontata mattone per mattone a Betlemme e poi rimontata a Loreto, ma che c’erano prove scientifiche del fatto che fosse stata trasportata nelle Marche dagli angeli.

i libri necessari

ottobre 24, 2016

dipaolo

L’incipit di questo articolo, uscito sul Messaggero qualche domenica fa, è il luogo comune per eccellenza del recensese. A questo punto forse bisognerebbe citare un aforisma di Wilde.

polemiche

settembre 29, 2012

Una postilla polemica a margine di un libro sulle polemiche. Gilda Policastro, in questo saggio pubblicato di recente da Carocci, mi cita in una nota. Il brano in questione (a pag.52), che rinvia alla nota n°88, lamenta gli “eccessi di autoconsacrazione narcisistica nel panorama ultracontemporaneo” da parte di alcuni autori, di contro alla “prassi decisamente autoironica” degli scrittori delle generazioni precedenti (come L’Anonimo lombardo di Arbasinonelle cui pagine introduttive “erano radunati i migliori giudizi critici sull’opera”). Per comprovare questo scadimento epocale, nella nota si fanno due esempi. Il primo è Paolo Sortino, reo di aver inserito nel sito dove si pubblicizza il suo libro (Elizabeth) gli sms elogiativi ricevuti da giornalisti e scrittori suoi amici, oltre alle recensioni ufficiali. Il secondo è il mio romanzo, sul quale è stata apposta “una fascetta recante un giudizio entusiastico da parte dello scrittore Tommaso Pincio, giudizio che si dovrà, evidentemente, attribuire a una comunicazione privata”. Il nesso  fra i due casi l’autrice lo individua nella tendenza degli editori ad “affidarsi, per la promozione del libro, a scrittori, piuttosto che a critici, ritenuti, i secondi, sempre più marginali, quando non dannosi.”

Bon, partendo dalla fine. Non so gli altri, ma non mi risulta che Ponte alle Grazie abbia delle idiosincrasie verso i critici (e forse invece dovrebbe). La prova è che l’ultimo libro di Laura Pugno (La caccia), appena uscito, ospita in bella evidenza sulla quarta di copertina giudizi di “critici puri” come Andrea Cortellessa e Angelo Guglielmi. Riguardo a Pincio, non so bene cosa sia, se solo narratore o anche critico. So che recensisce  spesso libri su Rolling Stone, ma ho visto parecchi suoi interventi pure su La Lettura del Corriere, su Alias del Manifesto e su altri giornali. E Hotel a zero stelle, la sua penultima prova narrativa edita da Laterza, presenta dei corposi inserti di critica letteraria. Indubbiamente passerà alla storia della letteratura più come narratore che altro, ma di certo non è stato solo quello, e la critica la sa esercitare molto bene. Quel “giudizio entusiastico” lo comunicò per mail a me e al mio editor, ben sapendo che sarebbe stato stampato sulla fascetta (trasformandosi così da privato in pubblico), tant’è che ne discusse una versione ridotta, più adatta allo spazio dove sarebbe stata ospitata. La stessa Policastro non è un critico puro, nel senso che ha pubblicato anche poesie e che col Farmaco ora è pure narratrice. Ed io, che ho scritto un centinaio di recensioni in dieci anni prima del romanzo, cosa sono, un critico o un narratore (e Trevi, e Piperno…)?

Quanto al giudizio di Pincio, fu una decisione del marketing di Ponte alle Grazie, quella di accompagnare il mio esordio con un consiglio autorevole. Non volevano per forza uno scrittore invece di un critico, volevano uno noto, tant’è che mi hanno anticipato che col mio prossimo libro utilizzeranno per la quarta di copertina un giudizio di Guglielmi apparso su l’Unità.

Oltre a quello di Pincio, esisteva anche un altro complimento pubblico e autorevole che sarebbe piaciuto al mio editore segnalare in fascetta. Si trattava di una frase di Tiziano Scarpa (altra figura ibrida di poeta-drammaturgo-narratore-critico, si pensi a un libro come Cos’è questo fracasso?, oppure alla sua rubrica fissa su Saturno, il defunto inserto letterario del Fatto Quotidiano), pronunciata in un’intervista rilasciata a l’Unità pochi mesi dopo aver vinto lo Strega. C’era un però, ossia che Scarpa compariva come personaggio nel mio libro, e questo rendeva inopportuna la citazione.

Così, giusto per chiarezza.

dalla parte del torto

settembre 20, 2012

Ci vorrebbe Manganelli. Lo pensavo leggendo l’articolo di Francesco Piccolo sul supplemento letterario del “Corriere” a proposito dell’incapacità italiana di accettare la sconfitta. Allora ho chiesto il permesso al giornale di replicare, e la risposta è stata: “cosa non ti torna di quel pezzo?” Già, suona strano obiettare qualcosa a Piccolo. La verità è che ha ragione, in ciò che scrive tutto torna. Qualsiasi tema affronti il suo argomentare è pacato, equilibrato, saggio, ispirato al buon senso, sembra Napolitano quando auspica l’abbassamento dei toni. Leggendolo non si può non concordare, e ci si sente a posto con la coscienza, si sta dalla parte giusta. Per sostenere la tesi secondo cui noi italiani saremmo incapaci di perdere (e di vincere, esultando in modo sguaiato), Piccolo fa alcuni esempi. Uno sportivo: la gara degli 800 metri vinta dal keniano Rudisha alle olimpiadi. Piccolo ha rischiato di non vederla in diretta perché contemporaneamente c’era una semifinale di taekwondo con un italiano, e la tv stava dando priorità a quest’ultima dato che gli italiani sono “interessati solo al medagliere”. Non sono sicuro che le scelte del palinsesto olimpico interpretassero alla lettera la volontà degli italiani, e dubito che sia un vizio tipicamente nostro quello di esultare o recriminare in modo eccessivo. Guardando un’altra sfida epica delle olimpiadi, i 100 metri vinti da Bolt, ho avuto un’impressione completamente diversa. A Pechino Bolt era stato l’unico prima dello start a ostentare sicurezza esibendosi in smorfie e balletti, invece quest’anno a Londra tutti gli sprinter finalisti lo imitavano, provando a distinguersi con delle mosse particolari. Le figure che rimangono più impresse nella memoria hanno tutte a che fare con un modo di esultare originale, dal lanciatore del disco che si strappa la maglia come Hulk (e nel calcio da noi togliersela vale un’ammonizione), alla saltatrice in alto croata (Blanka Vlašić) che improvvisa balletti ammiccanti dopo aver superato l’asticella. Questo per dire che è il sistema a istigare atteggiamenti eccentrici, rendendoli appetibili per contratti pubblicitari. Ma è soprattutto l’inclinazione al piagnisteo, il nostro peggior vizio per Piccolo. E dato che il senso del suo ragionamento ricalca certe sentenze di If di Kipling, laddove invita a trattare la vittoria e la sconfitta come due impostori, mi son ricordato che a Wimbledon quel motto è inciso all’entrata come benvenuto. Lì ad esempio era McEnroe, non un italiano, chi dava spesso in escandescenze, ma il suo talento era così limpido che i tifosi americani gli accordavano senza sforzo una franchigia morale. In Open, l’autobiografia di Agassi, si dice che: “una vittoria non è così piacevole com’è dolorosa una sconfitta”. I media a quello puntano cercando le emozioni forti, ecco perché a Marco Bellocchio, dopo Venezia, i giornalisti chiedono con insistenza che si prova a restare a bocca asciutta. Il motto di de Coubertin è la foglia di fico della cattiva coscienza. Manganelli lo sapeva, tanto da sottolineare la volgarità e l’assurdità logica dell’equazione secondo cui chi vince (la guerra, le elezioni, il campionato, lo Strega) ha ragione, e da ricordarci innanzitutto che “vivere significa avere torto”. La maggioranza, per intenderci, tra Gesù e Barabba scelse Barabba. Ora, in tempi di antielitismo e aristofobia, all’intellettuale si chiede di darle voce, d’incarnare la vox populi, e i corsivi riflettono ciò che sentiresti al bar sotto casa, solo espresso e argomentato meglio; mentre anni fa gli interventi degli intellettuali provocavano, facevano discutere, non sembravano aver ragione perché ci davano ragione. Basta pensare alle posizioni di Pasolini sul referendum per l’aborto e sul tema delle manifestazioni studentesche, o a Manganelli, entrambi vere coscienze critiche del paese. Manganelli stava volentieri “dalla parte del torto”, come nel titolo del bel libro dell’altro Bellocchio, Piergiorgio. Il quotidiano “La Stampa” gli chiedeva di commentare la notizia dell’albergatore ligure che aveva cacciato un gruppo di spastici e lui faceva proprie le istanze dell’albergatore, fingeva di aderirvi, diceva “ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici”. Noi oggi manco questa parola sapremmo pronunciare, figuriamoci adoperare un registro antifrastico così urtante ed efficace nel mostrarci il ribrezzo di quel modo di pensare.

(pubblicato su l’Unità, 20/9/2012)

Beghe letterarie: BEE vs. DFW

settembre 6, 2012

forse c’entra questa intervista

Previsioni

agosto 24, 2012

Diversi giornali e siti d’informazione oggi riportano la notizia secondo cui Murakami sarebbe il favorito dai bookmakers inglesi per aggiudicarsi il prossimo Nobel per la letteratura. Leggendo questa previsione ho capito qual è il sintomo più evidente dell’autorevolezza di un premio: la sua imprevedibilità, più ancora che il fiuto nello scegliere il migliore. Il Nobel, che incorona spesso degli immeritevoli, è il più prestigioso perché le previsioni non ci azzeccano mai. Lo Strega solo in questi ultimi anni sta diventando meno scontato, con i vari testa a testa fra Scurati e Scarpa, Avallone e Pennacchi, Trevi e Piperno, sebbene alla fine se la giochi sempre una coppia di nomi ampiamente previsti.

notizie che non lo erano

marzo 5, 2012

Una nota rubrica de Il Post, la bella rivista on line diretta da Luca Sofri, s’intitola “notizie che non lo erano”. In sintesi, si tratta di pezzi che denunciano le storture deontologiche dell’informazione: il sensazionalismo gratuito, le semplificazioni interessate, la costruzione di scandali inesistenti. Una rubrica meritoria, insomma, che pesta a destra e a sinistra, sebbene a sinistra con maggior gusto, forse per la malcelata aspirazione di Sofri junior a incarnare la coscienza critica del riformismo italiano. Ad ogni modo falsità di quel tipo abbondano sulla stampa nostrana, e un periodico nuovo che si voglia distinguere deve partire proprio da lì. Meglio ancora, dovrebbe distinguersi soprattutto non facendo ciò che rimprovera agli altri.

Leggendolo ieri ho notato questo brano messo in evidenza http://www.ilpost.it/2012/03/05/unita-contro-autostrada-del-sole/. Fa riferimento al saggio di Enrico Menduni L’autostrada del sole (edito dal Mulino), e alle polemiche che accompagnarono la sua costruzione a metà degli anni 50. La sottolineatura mi sembra molto strumentale: ricordare oggi, cioè nel mezzo delle polemiche sulla TAV, che i comunisti più di mezzo secolo fa si opponevano all’A1, suggerisce implicitamente al lettore che quell’atteggiamento antistorico è in fondo lo stesso che anima il movimento NO TAV; come se gli scontri in Val di Susa fossero liquidabili alla stregua di rigurgiti di luddismo.

Sulla TAV non mi esprimo, ne so troppo poco per appoggiare convintamente una tesi o l’altra, però riguardo alla costruzione dell’A1 conosco bene quale fu la posta in gioco. La sinistra (e con lei molti intellettuali del calibro di Cesare Brandi) non si opponeva alla costruzione dell’autostrada, bensì al c.d. tracciato a fucilata, ossia la linea retta che unisce due punti senza curarsi di cosa c’è in mezzo. Le proposte che furono avanzate prevedevano piccoli aggiustamenti (Milano-Bologna era più lunga di 13,5 km), nella convinzione che l’assecondamento del paesaggio non è solo il risultato della sua tutela, ma soprattutto il riconoscimento del valore architettonico di una strada. Brandi (in un articolo del ’56 oggi incluso ne Il patrimonio insidiato, Editori Riuniti) insisteva sul fatto che “la natura più caotica riceve un ordine e una forma dal suo passaggio”, così come il fascino di certe coste (tipo le Cinque terre o la costiera Amalfitana) dipende dall’insieme dei panorami e pure dal loro coordinamento (“come perle in un filo”) operato dalla strada. Il valore architettonico dell’A1 stava dunque proprio nell’arrogarsi “la rappresentanza e l’interpretazione plastica dello spazio che attraversava”.

Vinse il partito del tracciato a fucilata, forse a ragione. Ma su una cosa sono certo, e cioè che liquidare in poche righe la complessità di quel dibattito culturale, come se la sinistra avesse sempre avuto in uggia le magnifiche sorti e progressive o sia l’alfiere di un pensiero nostalgico-reazionario, non significa fare del buon giornalismo.

Gli oneri del successo

marzo 2, 2012

Come milioni di italiani, anch’io guardavo Che tempo che fa il 5 febbraio, quando Saviano fece il nome di Wislawa Szymborska. Ricordo che Fazio introdusse la cosa come particolarmente meritevole: per una volta un ospite non faceva pubblicità a un proprio prodotto (libro, film, disco ecc.), ma a quello di un altro. In verità il sacrificio era minimo. Chiunque conosca la tv sa che si promuove soprattutto sé stessi, non un prodotto specifico. La presenza di un artista in un programma così seguito fa sì che il suo rating generale si elevi in modo tale che tutte le sue azioni ne beneficino, non solo quelle di cui si discute; e questo vale sia che si stia rispondendo a un’intervista sull’ultimo libro o che si parli di quello di un altro.

 In ogni caso era una grande occasione. Saviano gode di un consenso vastissimo e quasi fideistico, il nome fatto da lui avrebbe sicuramente avuto un grande risalto nei giorni seguenti. E la scelta di una poetessa, cioè di promuovere un’artista che utilizza la forma di espressione più negletta in assoluto, era molto azzeccata. Purtroppo ha deciso di parlare di una poetessa celeberrima morta da pochi giorni; e si sa, i premi Nobel sono una manna da quando li ricevi a quando crepi, ma hanno due momenti in particolare in cui le vendite raggiungono il picco: appunto quando si ricevono e quando si muore.

Insomma, non vedevo tutto questo bisogno di promuoverla; oltretutto con dei versi (“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”) talmente noti e citati sui social network che ne stavano per fare una suoneria da cellulare. Ciononostante la mia delusione rimase solo mia, non la comunicai a nessuno, anche perché non conviene esprimere delle critiche a Saviano, nel migliore dei casi passi per invidioso.

Poi lessi Paolo Repetti, il responsabile di Einaudi stile libero, che commentava su facebook il successo delle poesie della Szymborska, giunte in vetta alle classifiche di vendita, come il risultato di un nuovo modo di trattare i lettori “con rispetto”, e mi rammentai la pubblicità della Pepsi citata da David Foster Wallace, quella ambientata in una spiaggia gremita di bulli e pupe in costume, dove a un certo punto arriva il ragazzo delle bibite col baracchino. Lo apre, tira fuori una Pepsi, la stappa provocando il classico rumore delle bollicine che affiorano e all’istante tutti i frequentatori della spiaggia si voltano e corrono verso di lui ad acquistare la stessa bibita. Nella ressa finale attorno al baracchino compare la scritta “Pepsi, the choice of the new generation“. Per me, quella di chi aveva comprato il libro di poesie della Szymborska dopo il consiglio di Saviano era una cosa simile: un riflesso pavloviano spacciato per scelta consapevole.

Quando è morto Lucio Dalla ho ripensato all’ultima volta in cui l’ho visto, sul palco di Sanremo, col cantante che sponsorizzava, Pierdavide Carone. Ecco, mi son detto, così si fa. Il successo è un dono che va ricambiato, e quando arrivi in cima è tuo dovere promuovere un giovane sconosciuto sul cui talento scommetti. A parlar bene dei mostri sacri son buoni tutti, non si rischia niente. Su twitter oggi ho visto questo blog http://notizie.bol.it/2012/03/02/5-libri-consigliati-da-roberto-saviano/, il cui titolare vantava di aver ricevuto direttamente da Saviano degli ottimi consigli di lettura. Erano tutti autori morti. In ordine di apparizione: Omero, Varlam Salamov, Albert Camus, Primo Levi, José Saramago.

10 buoni motivi per non leggere il nome giusto

febbraio 24, 2012

 

 

 

 

 

 

1°) Perché in copertina c’è il suo editor, l’autore occulto, il che conferma la fondatezza dell’accusa circa la formattazione della letteratura italiana contemporanea sottoposta a editing omologanti.

2°) Perché di tennis aveva già scritto molto meglio David Foster Wallace.

3°) Perché è pieno di parole difficili e il lettore è costretto a consultare spesso il dizionario.

4°) Perché l’autore racconta dell’incontro con lo scrittore argentino Jorge Luis Borges solo per tirarsela.

5°) Perché nei ringraziamenti finali dice che è un arazzo patchwork composto da mille scampoli diversi rubati in giro, e allora siam buoni tutti a scrivere un romanzo.

6°) Per il chiasmo del risvolto di copertina, che dice: “non siamo noi a leggere i libri ma i libri a leggere noi”.

7°) Perché ogni tanto ci sono delle frasi sciatte tipo: “un locale pieno di belle fighe”.

8°) Perché non ci può essere “uno spicchio di cielo azzurro” (pag.12) alle h 20 di un fine settembre a Roma.

9°) Perché l’odore del pitosforo non è acre.

10°) Perché nel finale passa dalla prima alla terza persona e non si capisce il motivo.

http://libri.tempoxme.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1051:10-buoni-motivi-per-non-leggere-il-nome-giusto-di-sergio-garufi&catid=198:la-parola-agli-autori&Itemid=32