Archive for the ‘polemiche’ Category

Reger

febbraio 5, 2019

reger

A volte mi vien voglia di parlare dei difetti di ciò che amo. Lo so, potrei risparmiarmelo, è un’attitudine da stronzo cui non va mai bene niente, non a caso Mauro Covacich mi chiama Cattivik nel suo ultimo, bellissimo libro (Di chi è questo cuore, La Nave di Teseo). Eppure mi prende lo stesso ‘sta mania alla Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, che ogni giorno andava alla Pinacoteca di Vienna per studiare i difetti dei capolavori, e sento il bisogno di farlo con l’illusione che in qualche modo sia utile, solo perché non lo fa nessun altro. Forse così facendo ricordo l’apologo di Gadda sul critico e la bella ragazza bionda. Questi fu talmente colpito dal suo aspetto che le si avvicinò e le chiese un capello. Allora lei diventò tutta rossa, pensò che lui si era innamorato e ne fu lusingata, tanto che un po’ già ricambiava quel sentimento. Ma essendo insicura cercava conferme, desiderava sentirselo dire, così porgendogli il capello gli chiese con un soffio di voce: “Per che farne?”. E il critico rispose come fosse un’ovvietà, e senza sospettare minimamente che la fanciulla si era fatta un film: “Per spaccarlo in quattro!”

Ecco, io sono un po’ così. Ma la bellezza si può spaccare in quattro, e che senso ha quel cavillare? Con lo spirito di chi cerca tracce di forfora, oltretutto? Va beh, che Dio mi perdoni (in fondo è il suo mestiere).

Un esempio. Ho appena finito di leggere Sogni e favole di Emanuele Trevi, e mi è piaciuto parecchio. E’ un gran bel libro, uno dei migliori in circolazione, sicuramente quello suo più maturo. La cosa non mi sorprende, seguo Trevi da vent’anni, lo considero lo scrittore più talentuoso della mia generazione assieme a Scarpa, Covacich e Pincio, ho letto tutti i suoi libri e penso che sia un maestro di stile, tanto che da ragazzo cercai di carpire invano i segreti di quella sua scrittura così leggera e profonda. Inoltre pratichiamo lo stesso genere, quell’ibrido che va sotto il nome di autobiographical essay, scriviamo senza le pezze d’appoggio della trama, mischiamo arte e letteratura, amiamo la flanerie delle passeggiate fra le case dei grandi artisti; insomma abbiamo innumerevoli punti in comune. Poi basta leggere le recensioni del libro uscite finora: è impossibile trovarne una che non sia ammirata, ma in generale non credo che esista qualcuno che parli male di Trevi scrittore, lui stesso non è mai polemico o tranchant con nessuno. Come raccontava nelle Istruzioni per l’uso del lupo, lui è uno che quando insegnava all’università dava a tutti i suoi studenti 30, chi può aver voglia di criticarlo? (L’unica riserva che io ricordi riguardava I cani del nulla, il suo esordio narrativo, che un recensore definì “una casa Vianello spinellata”, mentre a me la giovane coppia col cane ricordava più gli Arnolfini).

E quindi, chi può? Io, Cattivik.

Piccoli appunti, giusto perché come ogni capolavoro ha le sue incontinenze. Qualche piccolo vezzo lessicale, che fa un po’ poetese, tipo il verbo abitare applicato a tutto ciò che non è una casa. Abitare un discrimine, abitare un’ossessione, abitare nella possibilità, come l’illustre ascendente che lui stesso dichiara a un certo punto (I Dwell in Possibility di Emily Dickinson), ma che oggi suona facile, abusato, lirico a buon mercato. E poi un vezzo compositivo, che riguarda la struttura della sua pagina, con lo schema fisso che si ripete del sapido aneddoto della memoria (vedi il bellissimo racconto dell’incontro col barbone anticastrista a pag. 46) subito accompagnato dalla “spiegazione”, cioè dalla morale della favola, che seppur sottilissima, ricercata, scritta da Dio e mai banale nell’analisi psicologica (non per niente suo padre era un grande psicanalista allievo di Ernst Bernhard) finisce per irrigidire il tutto come fosse una lezioncina. L’autobiographycal essay funziona un po’ così, si sa, il tono sentenzioso, il registro gnomico spesso sono inevitabili, ma la sfida sta nell’inventarsi delle forme nuove, nel farle somigliare più alle conclusioni di un ragionamento che a degli aforismi.

E infine l’eccesso dei corsivi, di cui le sue pagine sono piene. Corsivi intesi come sottolineature di ricercatezze psicologiche o retoriche; e quando si sottolinea si sottolinea sempre troppo. Non è questione di vanità, ma di consapevolezza. L’eccesso di consapevolezza nuoce al canto, lo soffoca, come dice lui stesso in una delle “spiegazioni” più belle di tutto il libro, quando parla di Wile E. Coyote e Gatto Silvestro, che cadono nel burrone solo nell’istante in cui “la coscienza li riafferra”, perché “il vero movimento della saggezza consiste in un improvviso precipitare nella verità” (pag. 101).

Detto questo, assolto il compito antipatico del puntiglioso scassaminchia, ribadisco che Favole e sogni è un libro meraviglioso e che la scrittura di Emanuele Trevi merita sempre tutta l’attenzione che gli si dedica, anche perché come intreccia le storie e il mondo lui, ce ne sono davvero pochi.

Annunci

Quote e sottoquote

settembre 6, 2018

davis

Nel giorno in cui viene annunciata la prima mostra #metoo sul nudo rinascimentale alla Royal Academy of Arts di Londra, composta da quadri per metà con soggetto femminile e l’altra metà maschile, l’attrice Viola Davis se ne esce con una sacrosanta rivendicazione che ridiscute tutte le ripartizioni di genere ricordando l’esistenza di una infinita serie di sottocategorie non adeguatamente rappresentate e considerate. A Variety infatti dichiara che “she wants gender parity, but knows first we must address another economic injustice: “Hispanic women, Asian women, black women, we don’t get paid what Caucasian women get paid. We just don’t“. Ricordo che tempo fa partecipai a una polemica letteraria su facebook a proposito di una antologia di racconti tacciata di maschilismo per la foto di una presentazione in libreria in cui comparivano solo autori, salvo poi scoprire che nel libro c’erano pure diversi brani di autrici, assenti alla presentazione solo in quanto lontane dalla città che la ospitava. Di quella discussione mi colpì in particolare l’intervento dello scrittore Vincenzo Latronico, che credo risieda spesso all’estero, che in quell’occasione sembrava approvare la filosofia quantitativa di gender parity, tanto da annunciare pubblicamente che non avrebbe più partecipato ad antologie che non prevedessero una quota paritaria di donne fra gli autori. Proprio in quel frangente pensai che, ad essere coerenti con quella logica, non si poteva non considerare una sottoquota per scrittrici nere come Igiaba Scego, e magari un’altra per scrittrici diversamente abili come Alessandra Sarchi, e un’altra ancora per scrittrici gay come Chiara Valerio, come una gara alla frammentazione progressiva sul modello di Achille e la tartaruga. Ma l’intervento di oggi della Davis insegna che le categorie da tener da conto probabilmente superano la nostra povera immaginazione e ancor di più la nostra velleitaria equanimità.

Come si trattano i libri

agosto 23, 2017

Sottolineare i libri - Wallace annota su Don De Lillo

Una copia di un libro di Don De Lillo (La stella di Ratner) piena di note di David Foster Wallace (qui altri esempi della sua biblioteca). Chi ama i libri li tratta male.

crimini e discrimini

giugno 21, 2017

disc

Quando facevo parte della redazione di Nazione Indiana, il blog letterario composto da una ventina di scrittori e intellettuali (Tiziano Scarpa, Roberto Saviano, Gianni Biondillo, Giorgio Vasta, Christian Raimo, Antonio Moresco, Andrea Bajani, Andrea Inglese, Andrea Raos, Franz Krauspenhaar, Helena Janeczek, Maria Luisa Venuta, Marco Rovelli, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini, Carla Benedetti, Antonio Sparzani, Benedetta Centovalli, Piero Vereni), un giorno mi fu chiesto di sottoscrivere un appello contro la discriminazione degli zingari. L’idea venne ad alcuni redattori come forma di denuncia per l’acquiescienza dell’opinione pubblica rispetto ai casi sempre più frequenti di intolleranza verso la comunità rom.

L’appello ebbe una discreta risonanza sui media, lo riportarono tv locali e parecchi giornali, ma il fatto che fosse concepito con una struttura gerarchica, che prevedeva al vertice un gruppo ristretto di “proponenti”, poi una parte più consistente di “primi firmatari” e in fondo la massa indistinta degli “aderenti”, i quali si mischiavano addirittura coi cittadini comuni, mi spinse a non aderire.

Notai però che l’appello provocò nella mailing list interna della rivista vibrate proteste e polemiche molto accese riguardo al posizionamento dei vari redattori, soprattutto da parte dei sotto-scrittori confinati nell’ultima categoria, i quali evidentemente si sentivano ghettizzati e aspiravano ad essere promossi in pole position.

la mia legge elettorale

aprile 14, 2017

vota-antonio

Il Garufellum è molto semplice. Funziona ribaltando la logica elettorale tradizionale, un po’ sul modello dei referendum abrogativi o delle nominations ai reality show come Il grande fratello o l’Isola dei famosi. Parte dalla constatazione che gli haters sono i veri interpreti dello spirito del tempo, e quindi il mondo sub specie inimicarum non può che essere un mondo oppositivo, fatto di contrasti e di avversioni, in cui il gusto si esprime innanzitutto attraverso il disgusto. Per cui non si vota per un partito, come d’abitudine, ma si vota contro, ossia segnalando ciò che è più distante da noiD’altronde, come si vota oggi? Apponendo una X sopra il logo di un partito. E l’espressione “metterci una croce sopra”, che significa? Fa pensare a una pietra con la quale si chiude un sepolcro, alla volontà di farla finita con quella persona o quel gruppo, non certo a una forma di sostegno o di adesione. Dunque un gesto contro qualcuno o qualcosa. E allora rispettiamo la filologia, siamo coerenti. Votare un partito o un candidato vuol dire esprimere la propria contrarietà verso quel qualcuno, e più voti prende un partito, meno rappresentanti avrà in parlamento (e viceversa), fino a una soglia di sbarramento in alto, magari per chi supera il 30%, che lo esclude totalmente dall’arco costituzionale, e a un premio di minoranza che garantisca la governabilità per chi sarà meno votato. Così facendo sono sicuro che voterebbero pure molti indecisi che di solito se ne astengono, e si sa che le elezioni le decidono gli indecisi. Questo è l’unico modo per unire il voto utile a quello dilettevole, perché in questo modo ti diverti anche a far fuori qualcuno, e ci si chiarisce bene le idee sulle proprie priorità in fatto di avversione. Votare non il più simile, ma il più estraneo, quello che non c’entra niente con le nostre idee e i nostri valori. Chi sarebbe per me? Bella domanda. C’è la fila. Diciamo che in pole position metterei il fascismo di Casa Pound, ma subito dietro ci sarebbe l’ignoranza crassa di molti cinquestelle, la disonestà congenita dei forzitalioti, il razzismo di Salvini e la spocchia di D’Alema, insomma, praticamente tutti. Va beh, ci penserò su, e comunque anche col Garufellum il voto è segreto.

il sale, non la pietanza

aprile 5, 2017

perego

Non mi piace l’attualità, i temi di “scottante attualità”, il battere il ferro finché è caldo, la rincorsa affannosa sui social network, nei palinsesti televisivi e sulle pagine culturali, non mi piace fin da quando cominciai a scrivere sui giornali, preferendo parlare più del libro fuori commercio che di quello del giorno; e non mi piace la frenesia delle breaking news, il tempo reale, periscope, il live twitting, la diretta facebook, il nuovo degradato a novità, il presente che incalza, appiattisce tutto, cancella ogni prospettiva, istiga a dire la propria opinione su qualsiasi cosa, a schierarsi tra favorevoli e contrari sui trending topics: petaloso, le donne dell’est, Magalli, la giornata della memoria, l’anniversario della morte di Pasolini, l’agenda dei pensieri di un popolo di tuttologi convinto di cavalcare una tigre che in realtà l’ha già mangiato, digerito ed espulso, dei battutisti compulsivi che fanno a gara a chi è più spiritoso e provocatorio, come se l’arguzia non fosse il sale ma la pietanza.

sono solo parole

marzo 6, 2017

beck

La citazione preferita degli scrittori di successo.

integrità

dicembre 7, 2016

papar

io non scendo mai a compromessi, se mai salgono loro (II piano interno 5).

piccoli sabotaggi

novembre 30, 2016

lombr

Se avessi molti lettori, li inviterei a sabotare il comitato NO Lombroso. Costoro hanno lanciato una petizione per la chiusura del Museo di Antropologia Criminale dedicato appunto a Cesare Lombroso, inaugurato cinque anni fa nel Palazzo degli Studi Anatomici dell’Università di Torino, raccogliendo in pochi giorni diecimila firme. Le motivazioni addotte sono risibili. Secondo loro il museo celebrerebbe Lombroso, invece di documentare storicamente delle teorie scientifiche definitivamente superate, e inoltre queste ultime avrebbero ispirato addirittura la tragedia dell’Olocausto, a cui l’ebreo Lombroso scampò giusto per non commettere un evidente anacronismo. Da un lato confesso che inviterei al sabotaggio nella speranza di essere incriminato e di passare per martire della libertà d’espressione, così da rimediarci almeno qualche cinguettio tipo #iostocongarra, e dall’altro lo farei perché considero la spaventosa reputazione postuma di Lombroso, simbolo eterno di idiozia e oscurantismo, un equivoco marchiano. La verità è che lui non era uno scienziato, ma un artista. Come, che so, il neurofisiologo Charles Brown-Séquard, inventore di un ardito elisir orchitico a base di palle di sorcio e di cane ben macinate, che s’iniettò dissennatamente nell’incrollabile certezza di ringiovanire. Oppure il suo seguace Serge Voronoff, che pretese di ringalluzzire certi suoi pazienti decrepiti trapiantando loro i testicoli di una scimmia. Se non è arte questa.

è la scienza, bellezza!

novembre 17, 2016

lott

Tempo fa vidi questa mostra a Castel Sant’Angelo. Mi interessava un piccolo quadro di Lorenzo Lotto che era stato scoperto per caso da Massimo Pulini. Acquistai il catalogo e vi si diceva che la santa casa di Loreto non fu smontata mattone per mattone a Betlemme e poi rimontata a Loreto, ma che c’erano prove scientifiche del fatto che fosse stata trasportata nelle Marche dagli angeli.