Archive for the ‘ricordi’ Category

pedinamenti

luglio 13, 2017

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Oggi ho saputo che Vito Acconci è morto a New York poco più di due mesi fa. Aveva 77 anni. Era un artista eclettico e sperimentatore, convinto che il mondo fosse fatto di relazioni, non di cose. E proprio sulle relazioni, sui rapporti con gli altri, sono incentrate le sue opere più famose e riuscite, i c.d. Following Piece.

acconci

Nell’epoca dei follower sedentari attaccati a uno schermo, sembra strano che un tempo qualcuno volesse uscire in strada per pedinare un estraneo in modo disinteressato, cioè senza essere un detective privato sulle orme di qualche marito infedele o un poliziotto che spia un criminale. Acconci negli anni 70 a New York faceva appunto questo, seguiva gli altri per depistare sé stesso e la propria vita. Sceglieva a caso un passante – magari attratto da un paio di scarpe strane o da una smorfia curiosa – e gli andava dietro per la città il più a lungo possibile. Il pedinamento poteva consumarsi in una manciata di minuti, se lo sconosciuto saliva all’improvviso su un’automobile o varcava un portone, oppure durare ore, perché le sue performance artistiche cessavano solo quando il pedinato entrava in un luogo privato, come la sua casa o il suo ufficio, considerati inviolabili.

papà

Mio padre non era un appassionato di arte contemporanea, e con ogni probabilità non sapeva neppure chi fosse Vito Acconci, ma aveva parecchie cose in comune con lui. Non lo spingeva la stessa curiosità per le vite degli altri, quando annunciava a noi figli piccoli che quel giorno saremmo andati “all’avventura”, intendendo con ciò una gita in macchina senza una meta precisa, se non quella scelta da un’altra auto sconosciuta che improvvisamente ci mettevamo a seguire, però lo spirito da esploratore e la suspence erano identici.

Andare all’avventura divenne il passatempo preferito di noi fratelli, quello che ci faceva attendere con trepidazione il weekend come una caccia al tesoro, trasformando le strade di Milano nei sentieri di un’isola esotica piena di insidie e imprevisti e con un traguardo finale avvolto in un mistero impenetrabile.

Scoprii così dei posti incantati, che da adulto sarebbero diventati i miei luoghi elettivi, la mia topografia interiore, ai quali torno spesso e dove porto i miei cari. La torre longobarda di Vezio, per esempio, con la sua vista stereoscopica sui due rami del lago di Lecco, che incontrammo una domenica invernale seguendo una 500 gialla che da Varenna s’inerpicò ansimando sui tornanti per fermarsi al cimiterino locale, e dalla quale scesero due gemelli anziani con un mazzo di fiori un po’ sorpresi nel vedere quella famigliola numerosa con la quale avevano condiviso tanta strada.

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Il giochino non durò a lungo. Troppi inciampi sul suo percorso, soprattutto per una famiglia numerosa con i figli piccoli. La nostra ultima avventura capitò a Pasqua del 1974, quando sulla scia di una due cavalli arrivammo in provincia di Siena, e non trovando posto in nessun albergo o pensione fummo costretti a dormire in macchina, tutti e sei stipati dentro una Giulia Alfa Romeo parcheggiata davanti a un mobilificio. Noi bambini eravamo entusiasti dell’imprevisto, non sentivamo neanche freddo. Passare la notte insieme sotto le stelle, restare svegli fino a tardi, ci sembrava una festa, ma mia madre, che non aveva mai amato quel gioco, la prese malissimo.

Dormimmo poco o niente. Al risveglio eravamo tutti anchilosati e Mario aveva i brividi e la fronte che scottava. Mamma s’infuriò con papà e gli disse che era un incosciente, che con quattro figli piccoli solo un irresponsabile andava così allo sbaraglio. In verità lui di solito era previdente, puntuale, non lasciava mai scadere una bolletta e faceva il pieno appena la spia scendeva sotto la metà. Quelle avventure in macchina erano le piccole insubordinazioni di un uomo fondamentalmente abitudinario, il suo modo di concepire il mondo come qualcosa ancora da scoprire, qualcosa a cui si va incontro con fiducia, che presuppone una distanza, uno spostamento e una disponibilità. Forse anche lui voleva depistare se stesso, la propria prevedibilità, ma mamma era stanca di tutti questi inconvenienti e non volle sentir ragioni, così dopo un po’ lui promise di non rifarlo più.

Questa foto, che non ricordo dove fu scattata, rende l’idea della tensione e dell’imbarazzo provocati da quei dissapori. Somiglia un po’ alla famiglia Bellelli di Degas. degasC’è la stessa atmosfera pesante. Papà ha l’aria avvilita, come di chi sa di averla fatta grossa, mentre mamma guarda ostentamente altrove. Io e Davide sembriamo gli unici consapevoli del misfatto, Mario ha un’espressione stralunata e Nuria, ignara di tutto, civetta col fotografo.FB_IMG_1499967624131

Il ritorno in macchina fu innaturalmente silenzioso, ognuno assorto nei suoi pensieri guardando il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Ricordo di essermi sentito terribilmente solo, come se in quel weekend fosse finita la mia infanzia, ma finita nel senso di spacciata. Oggi penso che quando la mia compagna si lamenta perché io non prenoterei mai nulla, biglietti del cinema, ristoranti e alberghi, o quando seguo le tracce dei miei fantasmi letterari a partire dalle loro abitazioni, in qualche modo sto testimoniando una passione che mi scorre nel sangue e che risale alle avventure di quei bei giorni sconsiderati.

 

Il primo giorno che ebbi la moto

maggio 19, 2017

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Ventotto anni fa comprai questa moto, una Honda Revere 650 grigio antracite. Il pomeriggio che me la consegnarono faceva un caldo orribile, l’asfalto ribolliva ma io mi sentivo al settimo cielo. La moto era bellissima, tutta lucida da specchiarsi, e appena aprivo il gas partiva a razzo. Allora chiamai un’amica che mi piaceva e facemmo un giretto insieme. Appena acceleravo lei si stringeva a me, sentivo il suo seno appoggiarsi alla mia schiena, così presi ad andare un po’ a singhiozzo apposta, finché assetati ci fermammo in un bar a bere qualcosa e chiacchierare. Dopo pochi minuti venne il cameriere a chiedermi se la moto scura parcheggiata fuori fosse per caso la mia. Annuii con un sorriso orgoglioso, sicuro che mi volesse fare i complimenti, e invece mi disse che il cavalletto aveva bucato l’asfalto e la moto era caduta.

Da allora ho cambiato casa, città, fidanzata, lavoro, sono diventato orfano, ho preso quasi venti chili, ma quella Honda Revere è ancora con me, e insieme abbiamo percorso oltre centomila chilometri, più di quanti era programmata per contarne.

colazione da Hoepli

aprile 8, 2017

hoepli

Il titolo della mia autobiografia. Quando da studente universitario andavo a mangiarmi una mela in gabbia davanti alle vetrine del paradiso, e fantasticavo una vita piena di libri.

ritornare sui passi degli altri

febbraio 27, 2017

23L’ultima volta che è uscita dalla Spagna fu nel 2015. Andò qualche giorno a Milano, ospite di mia sorella, e io le raggiunsi per il weekend. Un sabato di maggio freddo e ventoso coi nuvoloni scuri visitammo l’EXPO. Era verso il tramonto, cenammo nel padiglione spagnolo con una paella scipita dopo un po’ di coda, e poi vedemmo i giochi d’acqua e di luce dell’albero della vita. Lei era felice. Si sentiva bene e ci vedeva tutti assieme; io sempre con la faccia sofferente e scocciata, non so neanche perché. Domenica girammo per il centro, fino a San Lorenzo, e davanti alle colonne mia sorella ci scattò questa foto.

Ci sono tornato poi a Milano. A fine settembre 2016, due mesi dopo la sua morte. E fra le varie cose sono andato anche lì, in corso di porta Ticinese. Cercavo il punto esatto della foto, controllavo con l’immagine che avevo sullo smartphone, volevo posizionarmi nello stesso luogo di allora. Non era difficile, avevo i punti di riferimento del tombino, i pilastrini con le catene, le piastrelle sul marciapiede e la prospettiva delle colonne. Insomma, alla fine l’ho trovato. Ho atteso due minuti che una giovane coppia che chiacchierava e fumava se ne andasse e poi mi ci sono installato, ho occupato la stessa porzione di spazio, identica, precisa, le gambe divaricate, il piede sulla giuntura della piastrella, la mano sinistra in tasca, tutto come allora, tranne lei ovviamente. I pedoni mi guardavano strano, non capivano le ragioni di quella sosta dato che non stavo telefonando o altro, e per giunta guardavo un muro, davo le spalle al monumento importante, finché dopo un paio di minuti ho lasciato perdere e mi sono spostato. Non sentivo niente. Non so neanche cosa mi aspettassi di sentire stando lì fermo, ma in ogni caso non sentivo niente.

La verità è che non c’è traccia del passaggio delle persone nei luoghi che hanno attraversato. Lo spirito dei luoghi, il famoso genius loci, sono tutte puttanate new age. Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, e neppure si è due volte la stessa persona che si immerge, per fortuna o per disgrazia. L’oblio è un mostro vorace che non risparmia niente, o un prete compassionevole che concede l’assoluzione a chiunque. Eppure, nonostante questa consapevolezza, continuo a visitare i luoghi delle persone care. Ogni volta li cerco, siano dei miei familiari o degli scrittori che ho amato, sperando sempre di invertire la lancetta, di rivivere qualcosa del passato. A volte lo faccio pure con gli estranei, gente di cui non so nulla, ma che per qualche motivo mi ha colpito, e di solito è uno sguardo e la sua relazione con un luogo quello che mi attrae; come ad esempio questa pescivendola romana del 1895 che osserva con diffidenza il fotografo Alinari che la sta immortalando in largo Monte d’oro, vicino all’Ara pacis.

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Sia la finestra dietro l’uomo col cappello che la vetrina del panettiere sono ancora lì, quei due palazzi e quell’incrocio sono cambiati poco in più di un secolo, compresi i sanpietrini sconnessi. Il punto esatto dove stanno loro non potevo più occuparlo, perché ora ci sono delle bancarelle di un mercato fisso, ma in ogni caso il segreto di quello sguardo da gitana resta impenetrabile. Le fotografie sono così, sembrano dirti tutto e invece ti tacciono l’essenziale. A un massimo di evidenza realistica, di oggettività, di eloquenza, corrisponde un silenzio profondo, enigmatico, esplicito nel suo mutismo, un silenzio che non si lascia neppure sondare, come se quelle figure riemergessero dall’ombra soltanto a patto di restare perpetuamente inespresse. Ogni immagine chiede di essere immaginata, perché raccoglie un istante perduto nel tempo, ma ci restituisce solo la sua carcassa inerte, il mero involucro. Tutto vi è sepolto per sempre per fare spazio a ciò che verrà, come pare che funzionino i sogni secondo le più recenti teorie scientifiche.

il ciuf

febbraio 22, 2017

ciuf

I momenti perfetti li riconosci subito perché ti danno l’ebbrezza del ciuf, cioè di quando a basket la palla che hai tirato entra nel canestro accarezzando la rete e facendo appunto quel rumore soffice, il ciuf, come di uno sfioramento affettuoso. Nessun rimbalzo sull’anello, nessuna goffaggine, o approssimazione, o tocco o suono metallico o fastidiosa vibrazione del tabellone, solo il ciuf dell’entrata esatta, millimetrica, calibrata, non ulteriormente migliorabile, il suono della perfezione come un soffio leggero. Nella mia testa, sebbene io sia un imbranato in questo sport, quando gioco ogni mio tiro fa quella fine, segue quella traiettoria precisa e s’infila naturalmente nel canestro, mentre in realtà la palla manca spesso il bersaglio, o addirittura lo supera, o magari va direttamente in braccio al mio avversario per una ripartenza che mi castigherà impietosamente, come se la vita si burlasse delle mie aspirazioni e mi ribadisse ogni volta che un conto è ciò che vorrei, e tutt’altro è ciò che succede. Però il ciuf esiste, capita di rado ma esiste, perfino per uno come me.

Uno di questi bellissimi ed effimeri istanti di farfalla, in cui tutto va per il verso giusto e tu ti senti in pace e in armonia col mondo, magari stando nel posto più estraneo e distante da casa tua, mi capitò in Turchia, precisamente a Konya, la patria dei dervisci rotanti, un agosto di nove anni fa. Ricordo che una guida turistica un po’ allarmista sconsigliava di avventurarsi da soli per le sue strade, per la forte presenza di musulmani integralisti, e la mia compagna timorosa volle che restassimo in camera la sera. Però l’indomani mi alzai presto, mentre lei ancora dormiva, e uscii dall’hotel incamminandomi per un viale alberato deserto sotto il canto degli uccelli padroni della città, e all’improvviso tutto splendeva, la sveglia del muezzin, i minareti svettanti, lo sguardo fiero del mendicante in piazza, la crosta dorata del pane caldo appena sfornato, come un inno gioioso alla vita.

E un altro ciuf mi capitò in Puglia, a Ostuni, anche quella volta in vacanza. Eravamo due coppie di amici, due coppie affiatate nell’estate del 2001. Allora non erano ancora cadute le torri gemelle, c’erano le lire ed eravamo tutti milionari. Ricordo che a cena, nella cucina della masseria che avevamo preso in affitto, si discuteva appassionatamente del G8 di Genova, ci atteggiavamo a rivoluzionari antisistema nonostante il mutuo e i 38 anni, e poi in terrazzo ci passavamo una canna ballando seminudi sulle note dei Subsonica, mentre una brezza fresca e leggera ci accarezzava la pelle come un lungo ciuf.

delusioni

dicembre 8, 2016

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Aria di feste. Quando arriva il ponte dell’Immacolata la città si elettrizza, una coltre di luminarie e desideri riempie le strade e i marciapiedi. I negozi rigurgitano sacchetti infiocchettati, gli adulti imprecano nel traffico e i bambini guardano stupiti ed eccitati tutto quel casino. Io da piccolo facevo il countdown sotto l’albero. La sera mi ci accucciavo sotto e dicevo: “domani è un giorno in meno”, senza sospettare che è sempre così, e che non è una cosa bella. Guardavo le palle colorate e le lucine intermittenti e mi aspettavo che da un momento all’altro si sprigionasse qualche magia incredibile. Poi arrivò la doccia fredda della consapevolezza. Fu come questa foto, il ritratto di un incantesimo rotto. Ricordo ancora la delusione quando scoprii che Babbo Natale era mio padre. Si comincia così, e non si finisce più di deludersi.

la muta verità dei sensi

novembre 22, 2016

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Ricordo certi pomeriggi oziosi a Lipari, sdraiato sul letto ma sveglio, mentre fuori crepitava l’estate e dalla finestra giungeva il frusciare del canneto e il respiro della risacca. Intorno a me solo il silenzio e la banalità senza storia del mondo naturale nella sua ottusità e indifferenza, nella sua inerzia tranquilla, quella che custodisce la verità dei sensi al di qua delle parole, alle frontiere del nulla.

oblioteca

novembre 1, 2016

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Mia madre non ci ha lasciato niente di prezioso. I pochi oggetti di valore che le restavano li aveva regalati a noi figli o se li era venduti a suo tempo per integrare la modesta pensione di reversibilità di mio padre che morì a 55 anni, solo due più di quanti ne abbia io adesso. L’unica cosa sua che ora vorrei qui con me è lo spremiagrumi elettrico Scaroni. Quando le feci visita per l’ultima volta a Torrelles, a fine giugno, glielo trovai in cucina e mi venne in mente che una vita fa era stato mio. L’avevo preso nel 2000 coi punti al Gigantino di via Porta Lodi, un supermercato nel centro di Monza, vicino a dove abitavo e avevo il negozio. Andavo spesso a far compere lì con Nicole, la mia fidanzata dell’epoca. Quel supermarket era il più piccolo di una catena di enormi mall presenti in tutta la Lombardia, da cui il curioso ossimoro del nome, come se un tipo alto 1.55 lo si chiamasse “il nanone”. Ci piaceva la routine serale della spesa insieme, finita la giornata lavorativa, per scegliere cosa cucinare. A furia di andarci accumulammo parecchi punti e lo prendemmo senza pagare una lira. Ci sembrò di aver fatto un affare, uno spremiagrumi di plastica che valeva al massimo 10.000 lire, come regalo per aver speso almeno un paio di milioni nell’arco di un anno nello stesso negozio. Però lo usammo tanto, soprattutto io. In inverno quasi ogni mattina le facevo una spremuta di arance prima che andasse in ufficio, era il simbolo del nostro viver sano.

Non so come finì in Spagna. Probabilmente da lì lo portai nella casa di via Toti, e poi in quella di via Raiberti, dove venne a stare anche mia madre nel 2009 per la convalescenza dopo il primo ciclo di chemio, e da dove infine io partii per venire a Roma. A giugno, quando glielo trovai in cucina, le chiesi se le era utile, e mi disse di sì, che anche lei si faceva spesso la spremuta. Era ancora perfettamente integro. La sua misera plastica ne aveva viste tante in sedici anni e ben quattro traslochi.

Oggi non mi serve, ne ho un altro più nuovo, però mi piacerebbe tenerlo lo stesso. Non si merita la discarica, e poi è stato un testimone muto e fedele della mia vita e di quella di mia madre. Magari esiste la memoria degli oggetti, e questo spremiagrumi conserva un po’ dell’energia delle mani che lo usarono e degli sguardi che vi si posarono sopra. A me basterebbe guardarlo ogni tanto per ricordare. Ricordare significa richiamare al cuore.

verifiche

ottobre 19, 2016

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Quando con Chiara abbiamo prenotato l’albergo in Largo Augusto ero contento perché quello per me è un angolo di Milano pieno di ricordi.

La sera con gli amici spesso andavamo al cinema President, che era comodissimo e aveva una programmazione di qualità; di giorno invece, soprattutto durante i primi anni di università, cioè l’82-’83, quando mi ero iscritto a Giurisprudenza alla Statale e pensavo di far l’avvocato ed entrare in studio con mio padre, io e lui andavamo al club Conti a fare ginnastica nell’intervallo di pranzo. Papà amava cimentarsi in incontri di lotta greco-romana con Ibrahim, un gigante egiziano che era stato campione del mondo della specialità e di cui col tempo divenne molto amico, tanto che un paio di estati le passò con moglie e figlio da noi al mare. Io mi vergognavo un po’ a vederlo sudare e menarsi carponi davanti a tutti come un ragazzino, per cui di solito me ne stavo in disparte. Poi ricordo che gli piaceva il contrasto di temperature, la sauna rovente e subito dopo l’immersione nella piscina gelata, e mi invitava invano a seguirlo.

Infine mangiavamo qualcosa da Taveggia, di solito lui un piattino triste di prosciutto perché era perennemente a dieta, sebbene non si schiodasse dai 100 kg neanche a morire, ed io invece mi rimpinzavo di porcate, tipo coca-cola e dolci, con una particolare predilezione per la mela in gabbia.

Alla fine del pranzo ognuno tornava alle sue occupazioni, lui nel suo ufficio in via Manzoni ed io alla biblioteca Sormani. Era felice mio padre in quel periodo, pensava che mi sarei laureato e avrei portato avanti il suo studio. Ripercorrendo quei passi ho scoperto che il club Conti in via Cerva non c’è più, e il cinema President neppure, o meglio ce n’è un altro leggermente spostato e con un nome diverso.

Solo Taveggia è rimasto uguale ad allora: la porta d’entrata con la maniglia d’ottone scrostato, il bancone, il giornale da consultare in piedi sulla mensola in vetrina, la sala da the in fondo a sinistra, la tetra allegria delle chiacchiere delle sciure… Non è cambiato niente, perfino i camerieri sembravano gli stessi di trent’anni fa. Così appena varcata la soglia il mio sguardo è corso invano nel reparto pasticceria alla ricerca delle mele in gabbia, e non trovandole ho chiesto all’inserviente se le facevano ancora, convinto del contrario, e invece mancavano soltanto perché poco prima erano finite. Allora mi son preso un bignè e due mignon alle fragole con un bicchiere d’acqua, e ho verificato che anche il conto di Taveggia era rimasto uguale, cioè da ladri, proprio come un tempo.

il suo libro

ottobre 15, 2016

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Se c’è un libro che le somigliava, questo è Piazza del Diamante di Mercè Rodoreda. Glielo consigliai io, perché incredibilmente non lo conosceva, proprio lei che aveva letto tutto e figuriamoci i suoi conterranei. Finì per amarlo tanto da battezzare la gatta col nome della piccola e indomita protagonista, la Culumeta, sebbene in realtà fosse lei sputata. Poi si respirava la stessa aria della sua gioventù, quella della Guerra Civile, della fame nera e dell’amore furtivo, quando viveva in una baracca sulla spiaggia e la notte rimbombavano gli spari delle fucilazioni nella caserma del Camp de la Bota. Lo diceva sempre: la sua fu un’infanzia felice. Non soffrì mai la fame, perché il padre era pescatore, e poi giocò e s’innamorò come ogni altra ragazza della sua età. Il libro è così, la storia di una donna fragile e indistruttibile che ha attraversato tempi terribili, raccontata con una scrittura insieme scarna ed evocativa, piena di ombre, di pudori e di remote felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come piazze assolate fra le sagome scure delle case del Barrio Gotico; e grida di gabbiani, e presagi di altre vite che non arrivano e neppure partono ma durano come una febbre di vele nel Port Vell, là dove il dito della statua di Cristoforo Colombo indica l’America; e rapinosa poi e gravida di vertigini, crudele e balsamica, col respiro del Mediterraneo che culla e stordisce, un respiro caldo come il fermento della frutta nei pomeriggi d’estate, quella che acquista le ali cadendo, nel breve volo tra il ramo e il suolo, e poi trasmigra come un’anima lasciando sul terreno solo una poltiglia silenziosa.