Archive for the ‘ricordi’ Category

Game di una volta

ottobre 15, 2018

FB_IMG_1539428135682Da piccolo ogni tanto facevo un gioco da solo. A un certo punto mi fermavo a fissare attentamente un oggetto, un angolo di strada, un dettaglio qualsiasi, meglio se banale e scontato come una piccola crepa nel muro, la fuga di una mattonella del marciapiede, il riflesso di una casa in una pozzanghera, oppure mi mettevo ad ascoltare con attenzione una musica, ad annusare qualcosa, e mi concentravo, chiudevo gli occhi e pensavo: chissà se da grande mi ricorderò di questo momento. Era una specie di scommessa, o forse uno scongiuro. Una sera in autostrada, seduto nell’Alfa di mio padre, guardavo il paesaggio padano che fuggiva rapido alle mie spalle. Eravamo sull’A1 all’altezza di Parma, di ritorno dalle vacanze al mare, e d’un tratto notai una lunga striscia nera che culminava con la scritta “SCIC”. 
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Trattenni il fiato e contai i secondi che impiegammo a percorrere tutto quel nastro nero in parallelo alla strada, e quel giorno mi diedi un termine preciso. Pensai: chissà se a cinquant’anni – come se cinquant’anni fosse l’età più lontana e improbabile del mondo, qualcosa ai limite dell’immaginabile, quando mi vedevo vecchio e ormai prossimo alla fine – dicevo, chissà se a cinquant’anni mi ricorderò di questo momento. Beh, ad agosto, con pochi anni di ritardo, sono ripassato da lì e mi sono ricordato di quella lontana scommessa, ho rivisto il nastro nero e ho smesso di respirare fino alla comparsa della scritta. Ebbene, con sollievo e con amarezza ho scoperto che quell’istante interminabile non era cambiato in niente, come se mi avesse aspettato per tutti questi anni.

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La mia passione per Leopardi

ottobre 12, 2018

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Il curioso

ottobre 10, 2018

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Avevo sette anni quando cominciai a scrivere un giornalino che s’intitolava “Il Curioso”. Era un semplice foglio a quadretti di quattro facciate strappato dalle graffette al centro di un quaderno. Ci scrivevo sopra a biro, all’inizio notizie della scuola, della mia attività, i giochi, le gare di atletica con gli amici, i voti. Il font del titolo era quello del settimanale “Il Monello”, con le lettere grosse e gonfie e un po’ sghembe. Lo portai avanti fino alle medie assieme a un amico, che ne corserva ancora gelosamente i primi numeri. A quel tempo era scritto a macchina e avevo pure qualche collaboratore saltuario (free lance) come mio cugino, che scriveva di musica e di cui m’è rimasto impresso chissà perché un articolo su Crocodile rock di Elton John, mentre io azzardavo addirittura analisi politiche sul terrorismo, recensioni, pezzi di costume, tutti con toni da vecchio saggio ed equilibrato, oggi si direbbe moderato. “Il Curioso” lo spedivo in abbonamento a quattro zii rassegnati che all’inizio pagavano in francobolli a Natale, poi addirittura con soldi. A volte penso che non son cambiato molto da quei giorni lontani. La curiosità resta ancora oggi la qualità che cerco di più nelle persone, e pure il mio tratto distintivo. Gli inciampi della vita mi hanno spento tanti ardori, ma non il desiderio di saperne di più sulle cose e sulle persone che incontro.

Il primo giorno di scuola

ottobre 1, 2018

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Quando ero piccolo io, la scuola iniziava oggi ed era sempre un giorno magico che odorava di pastelli e libri nuovi. Io ero quello biondo, con la cartella azzurra e i pensieri altrove, seduto all’ultimo banco vicino al planisfero.

le cicale di Castelldefels

settembre 27, 2018

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A Castelldefels le cicale si svegliavano verso le otto. La sera non andavano a dormire tutte insieme, smettevano poco per volta di frinire e qualcuna era insonne come me e la sentivo a intermittenza fino a tardi. Poi si riaddormentava. O forse mi ero addormentato io, sotto quella pineta fitta, profumata di mirto, che si affaccia sul mare.

Non solo Pozzetto

settembre 24, 2018

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Quando papà mi portava a Greco a guardare il passaggio del Settebello.

fare il filo

settembre 23, 2018

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Un giorno, uno di quei giorni in cui accadono le cose, ero appena uscito da scuola e mi si avvicinò una compagna di classe con lo sguardo basso. Voleva dirmi qualcosa ma era imbarazzata. Aprì bocca un paio di volte ma subito la richiuse pentita, finchè dopo un interminabile silenzio prese coraggio, fece un bel respiro e mi chiese: “posso annodarti questo filo?”, indicando il mio polso. Io acconsentii senza capire il senso della domanda, e confermandomi ancora una volta nell’idea che le femmine erano un mondo altro, un universo incomprensibile per noi maschi. Porsi così il braccio e lei mi annodò il filo intorno al polso, mentre le sue amiche ci guardavano ridendo a distanza. Appena finito di stringermelo corse via dalle sue amichette voltandosi una volta a guardare la mia reazione, mentre io restavo interdetto a fissare quel coso. Ricordo che sentii un coretto di scherno nei miei confronti che cantilenava: “ti ha fatto il filo, ti ha fatto il filo!”, e temetti di aver fatto la figura dello stupido che non aveva colto qualche strana presa in giro. Rincasando col mio migliore amico seppi la verità: quel gesto significava che le piacevo, era un modo per dichiararsi. La bambina che mi aveva fatto il filo non era la più bella della classe e neppure il mio sogno proibito, però rammento distintamente che in quell’istante mi sentii per la prima volta speciale, provai l’ebbrezza di essere scelto da un’estranea, come se fossi improvvisamente uscito dall’ombra, come quando in spiaggia raccogli una conchiglia e ce n’erano un milione nella sabbia, però tu hai preso proprio quella, quella che tutti gli altri hanno ignorato passandoci accanto, non vedendola o considerandola indistinguibile da tutte le altre, ma tu l’hai voluta con te e l’hai conservata, e quella piccola conchiglia quel giorno ero io.


 

la casa del padre

agosto 22, 2018

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Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.

chissà

agosto 2, 2018

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Quando avevo circa dieci anni ebbi qualcosa che secondo me fu un arresto cardiaco, un piccolo infarto di pochi istanti. Sentii distintamente il cuore fermarsi, i battiti cessare, e persi contatto con la realtà, vedevo le persone intorno ma come attraverso uno specchio. Non so quanto sia durata la cosa, non più di un paio di secondi credo, visto che non caddi nemmeno per terra. Però avevo degli amici intorno e loro mi dissero che ero diventato bianco come un cencio. Ecco, di quei momenti ricordo tutto, ma proprio tutto. E a volte mi chiedo: chissà come sarebbe stata la mia vita se fossi morto allora

segui il capo

luglio 19, 2018

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Della mia infanzia ricordo poco, non più di una decina di episodi sparsi che stanno lì tipo paletti catarifrangenti in un mare di nebbia. Un paio di questi riguardano le estati che passammo a Castelldefels, una località balneare vicina a Barcellona. Rivivo l’inconfondibile odore di resina riarsa della pineta. Mia mamma con l’abito azzurro a girasoli, che esce di casa sentendomi arrivare e ride agitando le braccia. E un gioco che facevamo sempre in giardino con papà. Si chiamava “segui il capo”, ed era una cosa un po’ stupida che consisteva nel comporre una fila indiana e nel seguire fedelmente i passi del capofila, che però faceva di tutto per indurci in errore muovendosi con passi difficili e assurdi. Quanto mi faceva ridere. Non avrei più smesso di farlo.