Archive for the ‘ricordi’ Category

segui il capo

luglio 19, 2018

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Della mia infanzia ricordo poco, non più di una decina di episodi sparsi che stanno lì tipo paletti catarifrangenti in un mare di nebbia. Un paio di questi riguardano le estati che passammo a Castelldefels, una località balneare vicina a Barcellona. Rivivo l’inconfondibile odore di resina riarsa della pineta. Mia mamma con l’abito azzurro a girasoli, che esce di casa sentendomi arrivare e ride agitando le braccia. E un gioco che facevamo sempre in giardino con papà. Si chiamava “segui il capo”, ed era una cosa un po’ stupida che consisteva nel comporre una fila indiana e nel seguire fedelmente i passi del capofila, che però faceva di tutto per indurci in errore muovendosi con passi difficili e assurdi. Quanto mi faceva ridere. Non avrei più smesso di farlo.

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gli occhiali di Babbo Natale e la realtà aumentata

giugno 17, 2018

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L’altro giorno, ravanando in un cassetto di cose dimenticate, ho trovato i vecchi occhiali di mio padre ancora nella loro custodia. La montatura si era stortata un po’ ma li ho provati lo stesso e leggevo meglio, o forse volevo solo provare a vedere il mondo come lo vedeva lui. Aveva la faccia meno grande della mia, o forse solo gli occhi più vicini, non so, però avrei detto il contrario.

Quando io e miei fratelli eravamo piccoli capitava spesso che, il 25 dicembre, papà si travestisse da Babbo Natale per consegnarci i regali. Un Natale, con un guizzo di intuito tipo detective che risolve i casi i casi più intricati, notai che Babbo Natale portava gli stessi occhiali di papà, precisi, la stessa montatura, le lenti a goccia, dal che dedussi senza ombra di dubbio che Babbo Natale e mio padre compravano gli occhiali nello stesso negozio.

il mio rapporto con Roma

gennaio 25, 2018

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La prima volta che vidi Roma avevo sette o otto anni. Venni con tutta la mia famiglia, a pasqua, e mio padre fece le cose in grande, prenotò al Grand Hotel di via Veneto. Tutto mi sembrava così grandioso e imponente, non sapevo da che parte girarmi. Ricordo che visitammo l’Ara Pacis, che allora stava nella c.d. teca di Morpurgo, dal  nome dell’architetto che negli anni 30 la inscatolò dentro una specie di tempio greco rettangolare a vetrate, e io rimasi incantato dalla grazia e dall’innocenza di quel candore, dalle sue geometrie rigorose. Pensai che non esisteva nulla sulla terra di più puro, l’ara per me era il simbolo stesso della purezza, fino a che la guida ci rivelò che in origine era tutta colorata, con colori molto accesi e brillanti, e che la sua funzione era quella di un altare per i sacrifici di animali, e a questo proposito ci indicò i buchi all’altezza del pavimento, spiegando che si trattava delle canaline di scolo per il sangue delle bestie che scorreva a fiumi.

La sera andammo con una coppia di amici dei miei al ristorante. Non sapevamo che locale avessero scelto, e d’altronde noi fratelli eravamo troppo piccoli per interessarci a quelle cose. Sta di fatto che arrivati sulla soglia entrarono per prime mia madre e la sua amica romana, seguite dappresso da me e mio fratello minore. In quel momento i camerieri si voltarono all’unisono, compreso uno che stornellava con la chitarra, e guardando mia madre e la sua amica cantarono in coro: “So’ arrivati i du troioni”, sulle note sconce di osteria numero zero. Io e mio fratello restammo impietriti, certi che di lì a poco avremmo assistito a una scena da far west, con lancio di sedie e tavoli spaccati in testa. E’ che mio padre era un armadio di più di un quintale, campione di lotta greco-romana e col carattere di uno zolfanello, per la gelosia verso sua moglie, tant’è che per molto meno gli avevo visto prendere per la collottola qualche malcapitato che aveva osato guardarla troppo a lungo. Eppure non successe nulla. Incredibilmente, papà non era furioso, anzi, rideva, rideva di gusto. E continuò a ridere anche dopo, quando per apparecchiare i camerieri sbattevano i piatti sul tavolo e alle ordinazioni ci mandavano affanculo. Io non capivo quell’ilarità ma non chiesi o ebbi spiegazioni. Notavo solo la stranezza che al Grand Hotel ci trattavano come dei principi, e lì invece come dei pezzenti.

Oggi penso che quel primo incontro mi segnò molto più di quanto non creda. Fu una specie di imprinting, di quelli che ti marchiano, e infatti io Roma continuo a non capirla, a guardarla con quegli occhi sgranati da bambino spaesato e incredulo. Ma Cencio la parolaccia, così si chiamava quel locale che poi divenne famoso perché comparve in film di successo come Fracchia la belva umana, non era una eccentricità folcloristica per turisti masochisti. Ora so che Roma vive e si nutre anche di quelle contraddizioni, di quei ribaltimenti della logica ordinaria. Come quando dovevo andare in moto da piazza Consalvi a Piazza del Popolo, ed essendo in via Flaminia dissi a Chiara: “è facile, vado tutto dritto, giusto?”, perché vedevo alla fine l’obelisco del traguardo, e invece lei mi rispose che dovevo attraversare il fiume e poi riattraversarlo ancora, perché a Roma spesso il modo più veloce per andare da A a B non è la linea retta, ma l’arabesco.

E ricordo pure un articolo di Antonio Pascale sul Corriere, in cui raccontava come fu assunto al Ministero dell’Agricoltura. Disse che il primo giorno gli chiesero un parere su com’era scritta una circolare esplicativa. Lui la lesse e rilesse senza capirci nulla, per la selva di subordinate, rimandi e una serie di punti numerati A) a) A1 aa1 e via dicendo. Così, con mille cautele lo disse timidamente al suo direttore, ma questi sorrise ed esclamò soddisfatto: ” Bene, allora è perfetta!”, perché un comunicato ministeriale giusto deve essere incomprensibile o quasi, in modo da lasciare all’Ente pubblico il potere discrezionale dell’interpretazione autentica.

La casa di Malaparte

gennaio 3, 2018

con Flaminia e Febo

Curzio Malaparte visse in diverse case, com’è naturale, eppure per tutti la sua vera casa è quella di Capri, la celebre aragosta, che progettò personalmente e fece costruire nel 1936. Io spero di poterla visitare presto, compresi gli interni, ma nel frattempo mi consolo pensando di aver conosciuto una delle sue case meno note, quella che lo ospitò durante il confino a Lipari, nei sette mesi che vi rimase dal novembre ’33 al giugno ’34. Già il fatto che un fascista fosse mandato al confino da Mussolini suona curioso, ma poi a Lipari, dove era finita gente come Carlo Rosselli (lo zio di Amelia), Ferruccio Parri, Emilio Lussu, si fa fatica a crederlo. E infatti oggi non vi è alcuna traccia di quel soggiorno illustre, intendo una placca commemorativa sul muro, o un cartello che lo indichi ai turisti. Fortuna che sono rimasti i suoi resoconti e le foto, come questa sopra che lo ritrae insieme alla compagna Flaminia e al cane Febo, da cui non si separava mai. Il posto non è casuale. I tre si trovano sulla salita San Giuseppe, vicino alla chiesa omonima che affaccia sul porticciolo di Marina Corta. Malaparte abitava lì, in un appartamento al secondo piano sopra la falegnameria Iacona. Quello è un angolo di Lipari che conosco bene, e dove tornavo ogni estate, di solito verso la fine della vacanza, perché il 24 agosto mio padre riuniva tutta la famiglia a cena nel ristorante Il Pirata, da cui si godeva un’ottima vista per i fuochi d’artificio della festa di San Bartolomeo, il patrono dell’isola. Il ristorante era sul mare, e vi si accedeva da una scaletta ripida che partiva dalla salita san Giuseppe, proprio di fronte alla casa di Malaparte (in questa foto attuale segnalata dalla freccia). 007

Ogni evento della vita possiede due coordinate fondamentali per rintracciarlo, come se si trovasse su un grafico cartesiano. Le ascisse indicano il momento preciso, il tempo, quando avvenne, e le ordinate sono lo spazio: il luogo in cui si verificò. Una di queste coordinate è andata perduta irreparabilmente, ma ci resta sempre il dove. Quando un grande scrittore muore è compito di noi lettori dargli un futuro, leggendo i suoi libri ma anche ripercorrendo i suoi passi nei luoghi in cui fu felice come nelle stazioni del suo calvario.

che fa ombra con la coda

settembre 21, 2017

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A Castelldefels, nel giardino della casa che affittavamo per la villeggiatura, ogni tanto faceva la sua comparsa qualche scoiattolo, e uno di questi un giorno mi si avvicinò timidamente, forse sperando che gli dessi qualcosa da mangiare. In quel momento con me avevo un paio di ciliegie a mo’ di orecchini e gliene porsi una, ma lo scoiattolo scappò appena si accorse che mio padre si stava avvicinando. Per consolarmi del mancato incontro, e per scusarsi di averlo causato, papà mi raccontò l’etimologia della parola scoiattolo, dal greco skiuros, “che fa ombra con la coda”, e mi sembrò una cosa così bella che quando vedo uno scoiattolo mi torna subito in mente.

nascondino

settembre 12, 2017

nascondino

Correva l’anno 1970, era estate e anch’io correvo, correvo ovunque, avevo sempre le ginocchia sbucciate. Nella pineta cicalante di Castelldefels il mio gioco preferito coi fratelli e i cugini era nascondino. Facevamo contare il più piccolo e poi scomparivamo per ore, fino a dimenticarcene. Anzi, forse sarà ancora là che conta.

pedinamenti

luglio 13, 2017

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Oggi ho saputo che Vito Acconci è morto a New York poco più di due mesi fa. Aveva 77 anni. Ricordo che nel 1997 cercai invano casa sua, o meglio venni a sapere un indirizzo sulla sesta avenue all’angolo con la nona strada, ma sui citofoni vidi solo numeri e non trovai alcuna conferma. Acconci era un artista eclettico e sperimentatore, convinto che il mondo fosse fatto di relazioni, non di cose. E proprio sulle relazioni, sui rapporti con gli altri, sono incentrate le sue opere più famose e riuscite, i c.d. Following Piece.

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Nell’epoca dei follower sedentari attaccati a uno schermo, sembra strano che un tempo qualcuno volesse uscire in strada per pedinare un estraneo in modo disinteressato, cioè senza essere un detective privato sulle orme di qualche marito infedele o un poliziotto che spia un criminale. Acconci negli anni 70 a New York faceva appunto questo, seguiva gli altri per depistare sé stesso e la propria vita. Sceglieva a caso un passante – magari attratto da un paio di scarpe strane o da una smorfia curiosa – e gli andava dietro per la città il più a lungo possibile. Il pedinamento poteva consumarsi in una manciata di minuti, se lo sconosciuto saliva all’improvviso su un’automobile o varcava un portone, oppure durare ore, perché le sue performance artistiche cessavano solo quando il pedinato entrava in un luogo privato, come la sua casa o il suo ufficio, considerati inviolabili.

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Mio padre non era un appassionato di arte contemporanea, e con ogni probabilità non sapeva neppure chi fosse Vito Acconci, ma aveva parecchie cose in comune con lui. Non lo spingeva la stessa curiosità per le vite degli altri, quando annunciava a noi figli piccoli che quel giorno saremmo andati “all’avventura”, intendendo con ciò una gita in macchina senza una meta precisa, se non quella scelta da un’altra auto sconosciuta che improvvisamente ci mettevamo a seguire, però lo spirito da esploratore e la suspence erano identici.

Andare all’avventura divenne il passatempo preferito di noi fratelli, quello che ci faceva attendere con trepidazione il weekend come una caccia al tesoro, trasformando le strade di Milano nei sentieri di un’isola esotica piena di insidie e imprevisti e con un traguardo finale avvolto in un mistero impenetrabile.

Scoprii così dei posti incantati, che da adulto sarebbero diventati i miei luoghi elettivi, la mia topografia interiore, ai quali torno spesso e dove porto i miei cari. La torre longobarda di Vezio, per esempio, con la sua vista stereoscopica sui due rami del lago di Lecco, che incontrammo una domenica invernale seguendo una 500 gialla che da Varenna s’inerpicò ansimando sui tornanti per fermarsi al cimiterino locale, e dalla quale scesero due gemelli anziani con un mazzo di fiori un po’ sorpresi nel vedere quella famigliola numerosa con la quale avevano condiviso tanta strada.

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Il giochino non durò a lungo. Troppi inciampi sul suo percorso, soprattutto per una famiglia numerosa con i figli piccoli. La nostra ultima avventura capitò a Pasqua del 1974, quando sulla scia di una due cavalli arrivammo in provincia di Siena, e non trovando posto in nessun albergo o pensione fummo costretti a dormire in macchina, tutti e sei stipati dentro una Giulia Alfa Romeo parcheggiata davanti a un mobilificio. Noi bambini eravamo entusiasti dell’imprevisto, non sentivamo neanche freddo. Passare la notte insieme sotto le stelle, restare svegli fino a tardi, ci sembrava una festa, ma mia madre, che non aveva mai amato quel gioco, la prese malissimo.

Dormimmo poco o niente. Al risveglio eravamo tutti anchilosati e Mario aveva i brividi e la fronte che scottava. Mamma s’infuriò con papà e gli diede dell’incosciente, perché con quattro figli piccoli solo un irresponsabile andava così allo sbaraglio. In verità lui di solito era attento, puntuale, non lasciava mai scadere una bolletta e faceva il pieno di benzina appena la spia scendeva sotto la metà. Quelle avventure in macchina erano le piccole insubordinazioni di un uomo fondamentalmente prevedibile e abitudinario, il suo modo di concepire il mondo come qualcosa ancora da scoprire, qualcosa a cui si va incontro con fiducia, che presuppone una distanza, uno spostamento e una disponibilità. In un certo senso i nostri inseguimenti erano il simbolo di un’esperienza assoluta, qualcosa di organicamente isolato ed estrinseco al corso normale di una vita, e che tuttavia ne costituiva il nucleo interiore, la consumava, la concentrava. Forse anche lui voleva evadere, depistare se stesso, esperire altre possibilità, ma mamma era stanca di tutti quegli inconvenienti e non volle sentir ragioni, così lui finì per prometterle di non rifarlo più.

Questa foto, che non ricordo dove fu scattata, rende l’idea della tensione provocata da quei dissapori. Somiglia un po’ alla famiglia Bellelli di Degas, Gruppo di famiglia in un inferno.degasC’è la stessa atmosfera pesante. Papà ha l’aria avvilita, come di chi sa di averla fatta grossa, mentre mamma lo evita guardando ostentamente altrove. Io e Davide sembriamo gli unici consapevoli del misfatto, Mario ha un’espressione stralunata e Nuria, ignara di tutto, civetta col fotografo.FB_IMG_1499967624131

Il ritorno in macchina fu innaturalmente silenzioso, ognuno assorto nei suoi pensieri guardando il nastro del paesaggio che scorreva fuori dal finestrino, come se quell’esperienza si potesse soltanto vivere, non dire, sebbene fosse il linguaggio stesso a custodirla come tale. Ricordo di essermi sentito terribilmente solo, come se in quel weekend fosse finita la mia infanzia, ma finita nel senso di spacciata. Oggi penso che quando la mia compagna si lamenta perché io non prenoterei mai nulla, biglietti del cinema, ristoranti e alberghi, o quando seguo le tracce dei miei fantasmi letterari a partire dalle loro abitazioni, in qualche modo sto testimoniando una passione che mi scorre nel sangue e che risale alle avventure di quei bei giorni sconsiderati.

 

Il primo giorno che ebbi la moto

maggio 19, 2017

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Ventotto anni fa comprai questa moto, una Honda Revere 650 grigio antracite. Il pomeriggio che me la consegnarono faceva un caldo orribile, l’asfalto ribolliva ma io mi sentivo al settimo cielo. La moto era bellissima, tutta lucida da specchiarsi, e appena aprivo il gas partiva a razzo. Allora chiamai un’amica che mi piaceva e facemmo un giretto insieme. Appena acceleravo lei si stringeva a me, sentivo il suo seno appoggiarsi alla mia schiena, così presi ad andare un po’ a singhiozzo apposta, finché assetati ci fermammo in un bar a bere qualcosa e chiacchierare. Dopo pochi minuti venne il cameriere a chiedermi se la moto scura parcheggiata fuori fosse per caso la mia. Annuii con un sorriso orgoglioso, sicuro che mi volesse fare i complimenti, e invece mi disse che il cavalletto aveva bucato l’asfalto e la moto era caduta.

Da allora ho cambiato casa, città, fidanzata, lavoro, sono diventato orfano, ho preso quasi venti chili, ma quella Honda Revere è ancora con me, e insieme abbiamo percorso oltre centomila chilometri, più di quanti era programmata per contarne.

colazione da Hoepli

aprile 8, 2017

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Il titolo della mia autobiografia. Quando da studente universitario andavo a mangiarmi una mela in gabbia davanti alle vetrine del paradiso, e fantasticavo una vita piena di libri.

ritornare sui passi degli altri

febbraio 27, 2017

23L’ultima volta che è uscita dalla Spagna fu nel 2015. Andò qualche giorno a Milano, ospite di mia sorella, e io le raggiunsi per il weekend. Un sabato di maggio freddo e ventoso coi nuvoloni scuri visitammo l’EXPO. Era verso il tramonto, cenammo nel padiglione spagnolo con una paella scipita dopo un po’ di coda, e poi vedemmo i giochi d’acqua e di luce dell’albero della vita. Lei era felice. Si sentiva bene e ci vedeva tutti assieme; io sempre con la faccia sofferente e scocciata, non so neanche perché. Domenica girammo per il centro, fino a San Lorenzo, e davanti alle colonne mia sorella ci scattò questa foto.

Ci sono tornato poi a Milano. A fine settembre 2016, due mesi dopo la sua morte. E fra le varie cose sono andato anche lì, in corso di porta Ticinese. Cercavo il punto esatto della foto, controllavo con l’immagine che avevo sullo smartphone, volevo posizionarmi nello stesso luogo di allora. Non era difficile, avevo i punti di riferimento del tombino, i pilastrini con le catene, le piastrelle sul marciapiede e la prospettiva delle colonne. Insomma, alla fine l’ho trovato. Ho atteso due minuti che una giovane coppia che chiacchierava e fumava se ne andasse e poi mi ci sono installato, ho occupato la stessa porzione di spazio, identica, precisa, le gambe divaricate, il piede sulla giuntura della piastrella, la mano sinistra in tasca, tutto come allora, tranne lei ovviamente. I pedoni mi guardavano strano, non capivano le ragioni di quella sosta dato che non stavo telefonando o altro, e per giunta guardavo un muro, davo le spalle al monumento importante, finché dopo un paio di minuti ho lasciato perdere e mi sono spostato. Non sentivo niente. Non so neanche cosa mi aspettassi di sentire stando lì fermo, ma in ogni caso non sentivo niente.

La verità è che non c’è traccia del passaggio delle persone nei luoghi che hanno attraversato. Lo spirito dei luoghi, il famoso genius loci, sono tutte puttanate new age. Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, e neppure si è due volte la stessa persona che si immerge, per fortuna o per disgrazia. L’oblio è un mostro vorace che non risparmia niente, o un prete compassionevole che concede l’assoluzione a chiunque. Eppure, nonostante questa consapevolezza, continuo a visitare i luoghi delle persone care. Ogni volta li cerco, siano dei miei familiari o degli scrittori che ho amato, sperando sempre di invertire la lancetta, di rivivere qualcosa del passato. A volte lo faccio pure con gli estranei, gente di cui non so nulla, ma che per qualche motivo mi ha colpito, e di solito è uno sguardo e la sua relazione con un luogo quello che mi attrae; come ad esempio questa pescivendola romana del 1895 che osserva con diffidenza il fotografo Alinari che la sta immortalando in largo Monte d’oro, vicino all’Ara pacis.

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Sia la finestra dietro l’uomo col cappello che la vetrina del panettiere sono ancora lì, quei due palazzi e quell’incrocio sono cambiati poco in più di un secolo, compresi i sanpietrini sconnessi. Il punto esatto dove stanno loro non potevo più occuparlo, perché ora ci sono delle bancarelle di un mercato fisso, ma in ogni caso il segreto di quello sguardo da gitana resta impenetrabile. Le fotografie sono così, sembrano dirti tutto e invece ti tacciono l’essenziale. A un massimo di evidenza realistica, di oggettività, di eloquenza, corrisponde un silenzio profondo, enigmatico, esplicito nel suo mutismo, un silenzio che non si lascia neppure sondare, come se quelle figure riemergessero dall’ombra soltanto a patto di restare perpetuamente inespresse. Ogni immagine chiede di essere immaginata, perché raccoglie un istante perduto nel tempo, ma di questo istante ci restituisce solo la sua carcassa inerte, il mero involucro. Tutto vi è sepolto per sempre per fare spazio a ciò che verrà, come pare che funzionino i sogni secondo le più recenti teorie scientifiche.