Archive for the ‘ricordi’ Category

L’astronave

luglio 6, 2020

IMG_20200630_142149

Conservavo da tempo questa foto di me a due anni, tenuto per mano da mia zia Felipa assieme a mio fratello Davide. A occhio e croce siamo intorno al ’65, forse nell’unica volta in cui la sorella di mia madre lasciò la Spagna e venne a trovarci, in un posto che pensavo fosse una torre di controllo di aeroporto. IMG_20200630_142108Ora invece scopro, nel momento in cui lo stanno per demolire (l’autogrill sotto i tre archi) e i giornali ne parlano con nostalgia, che quella ardita struttura sullo sfondo appartiene a una famosa area di servizio, la Villoresi Ovest sull’autostrada Milano-Varese all’altezza di Lainate. È un luogo simbolo, costruito nel ’58 dall’architetto Angelo Bianchetti con una forma futuristica – non a caso il bar fu chiamato l’astronave – che finì in copertina sulla rivista americana Time perché voleva rappresentare la fiducia nell’avvenire, l’annuncio del boom economico che avrebbe modernizzato il paese e reso tutti noi ricchi e felici.

Quando camminammo sull’acqua

giugno 4, 2020

IMG_20200601_013703

Specializzazione: Borges

maggio 1, 2020

IMG_20200501_223248(dal bollettino dell’Associazione Ispanisti Italiani, 1988)

Dreams come true

gennaio 23, 2020

facebook_1579862675940

Il mio babbo faceva l’avvocato. Soprattutto penale societario. Uno dei suoi clienti più facoltosi era un bancarottiere. Una volta lo difese perché gli trovarono un miliardo e mezzo di lire in contanti nascosti nell’auto alla frontiera con la Svizzera. Ricordo che i miei si lamentavano che tardava sempre a pagare le parcelle, nonostante facesse una vita da nababbo: la villa con piscina, l’autista, lo yacht, tutto grazie alle società che riempiva di debiti e poi faceva fallire. Restai così colpito da questi racconti, che quando a scuola la maestra ci chiese cosa volevamo fare da grandi risposi senza esitazioni: “il fallito”.

Di sogni, di vacanze e di altre vie di fuga

dicembre 24, 2019

lipari

A volte penso così forte che temo si senta, come se i pensieri facessero l’autoscontro nella mia testa. Scrivo per cercare di far emergere le cose dal fondo del loro silenzio.

Ho molti progetti per il passato, ci penso spesso, come quando viaggio controsenso in treno e guardo dal finestrino quello che sto lasciando, non quello a cui vado incontro.

Nell’agosto del 1990 a Lipari conobbi una ragazza inglese di origine ucraina. Stava facendo l’autostop e le diedi un passaggio. Si chiamava Yvonne, ma il suo vero nome era Ivanka. Aveva un aspetto mediterraneo, mora e procace, ero cotto di lei. Appena restavamo soli cercavo di scucirle un bacio ma lei tentennava, e io non so resistere a chi mi resiste. Tutto fra noi, anche la più piccola cosa, l’increspatura del labbro, uno sfioramento di mani, i nostri sguardi che s’incrociavano, ardeva ed era carica d’infinito. Siccome il mio inglese era pessimo e lei aveva vissuto a Siviglia, tra noi parlavamo in castigliano, e io amavo il suo morbido e dolce accento spanglish, steso come zucchero a velo su tutto ciò che diceva.

Ci sono incontri con i luoghi che non hanno nulla da invidiare a quelli con le persone. Lipari la conobbi a tredici anni e me ne innamorai subito. Negli ultimi trent’anni ci sono tornato solo una volta, eppure sento di appartenere più a lei che a Milano, la mia città natale. Diceva Rilke: “Nasciamo provvisoriamente da qualche parte, e soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente“. Forse il luogo dell’origine e il regno dei padri non appartengono alla storia o alla geografia, ma al mito.

A Lipari i miei comprarono un terreno di due ettari di rocce rosse, pomici, rovi, fichi d’india ed euforbia, una specie di corallo di terra. Lo presero perché nel bel mezzo di un pianoro ospitava un rudere con una vista incantata sui faraglioni e l’isola di Vulcano, e sopra quello fecero costruire la nostra casa, il cui vero centro era l’esterno, le grandi terrazze piastrellate d’azzurro che dall’alto sembravano una piscina e dove tutti passavamo la maggior parte del tempo. In pratica, era un’architettura finalizzata al godimento di un panorama. Si trovava a valle Muria, all’opposto della rocca antica, una parte dell’isola col vincolo assoluto a non costruire se non su strutture già preesistenti, come appunto i ruderi. Sopra di noi villeggiava Sergiu Celibidache, il famoso direttore d’orchestra rumeno. Ogni tanto suonava il pianoforte a coda che gli aveva regalato la cittadinanza e nella vallata improvvisamente il tempo si misurava in secoli. Il  nome Muria le derivava dal fatto che i saraceni vi attraccavano per prendere di sorpresa la cittadella fortificata, e a noi piaceva perché somigliava al nome spagnolo di mia madre e mia sorella, Nuria.

L’ultima volta che ci andai con Chiara cercavo invano tra la folla dello struscio i volti famigliari della mia generazione, ma nei rari casi in cui li incrociavo scoprivo che erano i figli dei miei amici, non i miei amici. Pian piano tutte quelle facce sconosciute avrebbero sostituito le nostre.

Portai Chiara a conoscere la mia vecchia casa. Camminammo sulla strada che avevano fatto costruire i miei. Nel giardino c’erano ancora le grandi giare e i massi vulcanici della valle dei mostri. La palma davanti al terrazzo era cresciuta tanto, in parte ostruiva la vista dei faraglioni, invece le bouganville e i rododendri sembravano secchi e trascurati, e un muro esterno era stato tinteggiato di un rosa confetto che suonava come uno schiaffo. Alla fine preferii non fotografarla. E pensare che per tanto tempo avevo sognato di ricomprarla. I luoghi cari che amiamo sono dentro di noi, fanno parte della nostra vita, e ci fanno  soffrire quando li troviamo diversi, cambiati, come se ci avessero tradito.

Si crede che soltanto il futuro sia aperto e ancora tutto da farsi. Il passato è passato, indietro non si torna, ma il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per sempre. Lo riscopriamo ogni giorno, rileggendolo alla luce delle nuove esperienze.

Llobregat

novembre 6, 2019

el prat

Quando andavo a Barcellona negli ultimi anni per vedere mia madre malata, la mia vita scorreva parallela al fiume Llobregat, come se l’annuncio del volo si traducesse letteralmente, e destinazione significasse proprio come si dice in spagnolo: destino. Arrivavo all’aeroporto, che si chiama El Prat perché sta nel comune di El Prat de Llobregat, vicino al punto in cui il fiume sfocia in mare, e da lì risalivo il suo corso verso casa di mia madre, a Torrelles de Llobregat, e poi in direzione dell’ospedale dov’era ricoverata, L’Istituto Catalano di Oncologia, a L’Hospitalet de Llobregat.

L’ultimo grande mostro sacro

settembre 20, 2019

IMG_20190914_122907

se c’è una cosa che mi è rimasta impressa, del momento in cui sentii per la prima volta il nome di borges, è il motivo per cui volli assolutamente leggere un suo libro. fu un giudizio di pietro citati, uscito sul corriere della sera. parlando dello scrittore argentino lo definì “l’ultimo grande mostro sacro della letteratura mondiale.” ecco, leggendo quella sentenza pensai che dovevo per forza conoscerlo, che era come se fossi un giovane cittadino di firenze del 1300 che non sapeva chi fosse dante alighieri. ora ho scoperto che quel tipo di parallelo appartiene anche a mario vargas llosa.

Credi in te steso

gennaio 20, 2019

Mia madre era spagnola. Per la precisione di Barcellona, quindi catalana, ma non secessionista o indipendentista, e infatti con tutti si presentava così, come una spagnola e basta. Nonostante l’italiano e il castigliano si somiglino molto e sebbene lei vivesse a Milano da tempo, quando parlava o scriveva nella sua lingua di adozione commetteva parecchi errori, come per esempio certe voci del verbo avere con l’acca davanti, il “que” al posto del “che”, o “ll” invece di “gl”. Ma gli sbagli più frequenti riguardavano le doppie, che non riusciva a distinguere bene finendo per toglierle o, più raramente, per metterle a casaccio. Così ogni tanto capitava che mi vergognassi di lei, come quando a scuola dovevo presentare alla maestra una giustificazione per un’assenza scritta di suo pugno. Ricordo che sul mio diario scriveva cose tipo che il giorno prima ero rimasto a casa perché avevo avuto “la febre”, e in quei frangenti temevo che la mia insegnante la considerasse un’analfabeta, ma ero così timido che tacevo il fatto che fosse spagnola. Mia madre mi spronò per tutta la vita a osare di più, a buttarmi nelle cose, ad aver maggior fiducia nelle mie capacità. Di fronte alle mie titubanze mi ripeteva spesso un proverbio spagnolo che dice “El no ya lo tienes”, che significa “il no già ce l’hai”, nel senso provaci, buttati, tanto cos’hai da perdere? Ma siccome ero cocciuto e fifone, e una dimostrazione logica non ha mai convinto nessuno a cambiare carattere, continuavo a non darle retta. Un giorno tornai da scuola in lacrime a causa di un brutto voto, e mi chiusi nella mia cameretta rifiutando ogni contatto con l’esterno. Mamma insistette a lungo perché la facessi entrare, ma io non volli sentire ragione. Dopo un po’, mentre stavo sdraiato sul letto a piangermi addosso con la faccia affondata nel cuscino, avvertii uno strano fruscio provenire dal corridoio. Sollevai il capo e vidi sbucare un biglietto da sotto la porta. L’aveva scritto lei. Diceva che non dovevo prendermela, che quelle cose capitavano a tutti, che mi voleva bene e che dovevo solo imparare a credere di più in me “steso”.

Le immagini di ieri e di oggi

dicembre 3, 2018

lalla romano

Una sera fredda come questa, proprio qui in via Ciovassino – sono passati tanti anni, ero un ragazzo – m’incantai a osservare Lalla Romano che usciva da un ristorante a piccoli passi incerti sulla rizzada, tenuta sottobraccio da un’amica. Sempre più spesso, ovunque mi trovi, le immagini del passato si mangiano all’improvviso quelle del presente, e mi lasciano smarrito e con lo sguardo perso, come chi non appartiene più al suo tempo, o non sa più nemmeno quale sia.

la malattia della casa

novembre 24, 2018

IMG_20181125_051157

In questo palazzetto giallo abitai per quasi tre anni, dal primo gennaio 2000 a fine novembre 2002. Vivevo in un appartamentino di 50 mq situato al primo piano sopra la farmacia. L’edificio non disponeva di un’entrata propria, vi si accedeva dal portoncino del palazzo grigio sulla destra. Il suo maggior pregio era l’ampio soggiorno, ideale per ricevere amici e far festa, ma il resto della casa era minuscolo: un bagnetto con vasca-tinozza in cui si stava solo rannicchiati, un cucinotto indipendente seppur ridotto ai minimi termini, e una camera da letto essenziale ma con l’affaccio verso l’interno, quindi molto silenziosa. In più c’era un balconcino che dava sulla strada principale di Monza, via Vittorio Emanuele, nei pressi dell’area pedonale e del ponte romano. Il palazzetto risaliva al Seicento, e infatti, durante i lavori di ristrutturazione delle cantine, in un’intercapedine furono trovate delle lettere di credito coeve appartenute a un usuraio. Io e Nicole – la mia fidanzata olandese, la mia prima convivenza – a volte ci scherzavamo su, riferendoci alla tirchieria del padrone di casa, come se fosse una tara genetica trasmessasi attraverso i secoli e le generazioni dei proprietari di quelle mura.

IMG_20181125_013458

A quel tempo io gestivo un negozio a 200 mt da casa, in via Carlo Porta, lo raggiungevo a piedi e l’auto la usavamo solo la sera o nei weekend, per vederci con gli amici di Milano. Nicole lavorava in uno studio di architettura in corso di porta Nuova, prendeva il treno diretto alla stazione Garibaldi e in pochi minuti era arrivata. I soldi per fortuna non ci mancavano, poi condividevamo tante passioni, dai libri alle mostre d’arte, e avevamo un sacco di progetti per il futuro, sembrava tutto così a portata di mano. Quando nel 2002 lasciammo quella casa in affitto per trasferirci in un trilocale di via Toti acquistato col mutuo, lo facemmo perché ci serviva una camera da letto in più, volevamo un figlio. Io ero alla mia prima convivenza e non avevo dubbi che sarebbe stata anche l’ultima, invece il nostro soggiorno nella nuova casa durò soltanto pochi mesi, e da tre che speravamo di diventare alla fine ci rimasi solo io. Ricordo che al rogito Nicole aveva detto che quello era un legame più forte del matrimonio, dato che il mutuo sarebbe durato 25 anni e noi stavamo per compierne 40, ma poi finì che s’innamorò di un altro e il nostro vincolo indissolubile si sciolse come neve al sole.

brauNon so chi abita ora in quell’appartamento di via Vittorio Emanuele, e non credo che ci rimetterò mai più piede. Il coraggio di chiedere a uno sconosciuto di farmi entrare lo trovo solo per le case degli artisti che amo, non per le mie. Però è un peccato che con le case ci si lasci sempre così, in modo brusco e definitivo: si riconsegnano le chiavi e via, ognuno per la propria strada senza neanche voltarsi, come con un’ex diventata insopportabile. Le case sono contenitori di storie, la nostra memoria più duratura e preziosa, forse anche per questo si chiamano “stabili” gli edifici che le ospitano. Di recente, leggendo Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel, ho scoperto una bella consuetudine cinese che non conoscevo. Pare che questa usanza fosse ancora viva ai tempi in cui lo storico francese scrisse quel saggio (gli anni 70), e in sostanza consentiva all’ex proprietario di una casa di poter tornare a visitarla in qualunque momento volesse. Scommetto che in cinese è come per l’inglese e il tedesco, cioè che la parola “nostalgia” ha a che fare con la casa, come in “homesickness” (la malattia della casa) o in “heimweh” (il dolore per la casa).