Archive for the ‘ricordi’ Category

Il primo giorno di scuola

ottobre 1, 2018

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Quando ero piccolo io, la scuola iniziava oggi ed era sempre un giorno magico che odorava di pastelli e libri nuovi. Io ero quello biondo, con la cartella azzurra e i pensieri altrove, seduto all’ultimo banco vicino al planisfero.

le cicale di Castelldefels

settembre 27, 2018

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A Castelldefels le cicale si svegliavano verso le otto. La sera non andavano a dormire tutte insieme, smettevano poco per volta di frinire e qualcuna era insonne come me e la sentivo a intermittenza fino a tardi. Poi si riaddormentava. O forse mi ero addormentato io, sotto quella pineta fitta, profumata di mirto, che si affaccia sul mare.

Non solo Pozzetto

settembre 24, 2018

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Quando papà mi portava a Greco a guardare il passaggio del Settebello.

fare il filo

settembre 23, 2018

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Un giorno, uno di quei giorni in cui accadono le cose, ero appena uscito da scuola e mi si avvicinò una compagna di classe con lo sguardo basso. Voleva dirmi qualcosa ma era imbarazzata. Aprì bocca un paio di volte ma subito la richiuse pentita, finchè dopo un interminabile silenzio prese coraggio, fece un bel respiro e mi chiese: “posso annodarti questo filo?”, indicando il mio polso. Io acconsentii senza capire il senso della domanda, e confermandomi ancora una volta nell’idea che le femmine erano un mondo altro, un universo incomprensibile per noi maschi. Porsi così il braccio e lei mi annodò il filo intorno al polso, mentre le sue amiche ci guardavano ridendo a distanza. Appena finito di stringermelo corse via dalle sue amichette voltandosi una volta a guardare la mia reazione, mentre io restavo interdetto a fissare quel coso. Ricordo che sentii un coretto di scherno nei miei confronti che cantilenava: “ti ha fatto il filo, ti ha fatto il filo!”, e temetti di aver fatto la figura dello stupido che non aveva colto qualche strana presa in giro. Rincasando col mio migliore amico seppi la verità: quel gesto significava che le piacevo, era un modo per dichiararsi. La bambina che mi aveva fatto il filo non era la più bella della classe e neppure il mio sogno proibito, però rammento distintamente che in quell’istante mi sentii per la prima volta speciale, provai l’ebbrezza di essere scelto da un’estranea, come se fossi improvvisamente uscito dall’ombra, come quando in spiaggia raccogli una conchiglia e ce n’erano un milione nella sabbia, però tu hai preso proprio quella, quella che tutti gli altri hanno ignorato passandoci accanto, non vedendola o considerandola indistinguibile da tutte le altre, ma tu l’hai voluta con te e l’hai conservata, e quella piccola conchiglia quel giorno ero io.


 

la casa del padre

agosto 22, 2018

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Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.

chissà

agosto 2, 2018

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Quando avevo circa dieci anni ebbi qualcosa che secondo me fu un arresto cardiaco, un piccolo infarto di pochi istanti. Sentii distintamente il cuore fermarsi, i battiti cessare, e persi contatto con la realtà, vedevo le persone intorno ma come attraverso uno specchio. Non so quanto sia durata la cosa, non più di un paio di secondi credo, visto che non caddi nemmeno per terra. Però avevo degli amici intorno e loro mi dissero che ero diventato bianco come un cencio. Ecco, di quei momenti ricordo tutto, ma proprio tutto. E a volte mi chiedo: chissà come sarebbe stata la mia vita se fossi morto allora

segui il capo

luglio 19, 2018

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Della mia infanzia ricordo poco, non più di una decina di episodi sparsi che stanno lì tipo paletti catarifrangenti in un mare di nebbia. Un paio di questi riguardano le estati che passammo a Castelldefels, una località balneare vicina a Barcellona. Rivivo l’inconfondibile odore di resina riarsa della pineta. Mia mamma con l’abito azzurro a girasoli, che esce di casa sentendomi arrivare e ride agitando le braccia. E un gioco che facevamo sempre in giardino con papà. Si chiamava “segui il capo”, ed era una cosa un po’ stupida che consisteva nel comporre una fila indiana e nel seguire fedelmente i passi del capofila, che però faceva di tutto per indurci in errore muovendosi con passi difficili e assurdi. Quanto mi faceva ridere. Non avrei più smesso di farlo.

gli occhiali di Babbo Natale e la realtà aumentata

giugno 17, 2018

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L’altro giorno, ravanando in un cassetto di cose dimenticate, ho trovato i vecchi occhiali di mio padre ancora nella loro custodia. La montatura si era stortata un po’ ma li ho provati lo stesso e leggevo meglio, o forse volevo solo provare a vedere il mondo come lo vedeva lui. Aveva la faccia meno grande della mia, o forse solo gli occhi più vicini, non so, però avrei detto il contrario.

Quando io e miei fratelli eravamo piccoli capitava spesso che, il 25 dicembre, papà si travestisse da Babbo Natale per consegnarci i regali. Un Natale, con un guizzo di intuito tipo detective che risolve i casi i casi più intricati, notai che Babbo Natale portava gli stessi occhiali di papà, precisi, la stessa montatura, le lenti a goccia, dal che dedussi senza ombra di dubbio che Babbo Natale e mio padre compravano gli occhiali nello stesso negozio.

il mio rapporto con Roma

gennaio 25, 2018

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La prima volta che vidi Roma avevo sette o otto anni. Venni con tutta la mia famiglia, a pasqua, e mio padre fece le cose in grande, prenotò al Grand Hotel di via Veneto. Tutto mi sembrava così grandioso e imponente, non sapevo da che parte girarmi. Ricordo che visitammo l’Ara Pacis, che allora stava nella c.d. teca di Morpurgo, dal  nome dell’architetto che negli anni 30 la inscatolò dentro una specie di tempio greco rettangolare a vetrate, e io rimasi incantato dalla grazia e dall’innocenza di quel candore, dalle sue geometrie rigorose. Pensai che non esisteva nulla sulla faccia della terra di più puro, l’ara per me era il simbolo stesso della purezza, fino a che la guida ci rivelò che in origine era tutta colorata, con colori molto accesi e brillanti, e che la sua funzione era quella di un altare per i sacrifici di animali, e a questo proposito ci indicò i buchi all’altezza del pavimento, spiegando che si trattava delle canaline di scolo per il sangue delle bestie che scorreva a fiumi.

La sera andammo con una coppia di amici dei miei al ristorante. Non sapevamo che locale avessero scelto, e d’altronde noi fratelli eravamo troppo piccoli per interessarci a quelle cose. Sta di fatto che arrivati sulla soglia entrarono per prime mia madre e la sua amica romana, seguite dappresso da me e mio fratello minore. In quel momento i camerieri si voltarono all’unisono, compreso uno che stornellava con la chitarra, e guardando mia madre e la sua amica cantarono in coro: “So’ arrivati i du troioni”, sulle note sconce di osteria numero zero. Io e mio fratello restammo impietriti, certi che di lì a poco avremmo assistito a una scena da far west, con lancio di sedie e tavoli spaccati in testa. E’ che mio padre era un armadio di più di un quintale, campione di lotta greco-romana e col carattere di uno zolfanello, per la gelosia verso sua moglie, tant’è che per molto meno gli avevo visto prendere per la collottola qualche malcapitato che aveva osato guardarla troppo a lungo. Eppure non successe nulla. Incredibilmente, papà non era furioso, anzi, rideva, rideva di gusto. E continuò a ridere anche dopo, quando per apparecchiare i camerieri sbattevano i piatti sul tavolo e alle ordinazioni ci mandavano affanculo. Io non capivo quell’ilarità ma non chiesi o ebbi spiegazioni. Notavo solo la stranezza che al Grand Hotel ci trattavano come dei principi, e lì invece come dei pezzenti.

Oggi penso che quel primo incontro mi segnò molto più di quanto non creda. Fu una specie di imprinting, di quelli che ti marchiano, e infatti io Roma continuo a non capirla, a guardarla con quegli occhi sgranati da bambino spaesato e incredulo. Ma Cencio la parolaccia, così si chiamava quel locale che poi divenne famoso perché comparve in film di successo come Fracchia la belva umana, non era una eccentricità folcloristica per turisti masochisti. Ora so che Roma vive e si nutre anche di quelle contraddizioni, di quei ribaltimenti della logica ordinaria. Come quando dovevo andare in moto da piazza Consalvi a Piazza del Popolo, ed essendo in via Flaminia dissi a Chiara: “è facile, vado tutto dritto, giusto?”, perché vedevo alla fine l’obelisco del traguardo, e invece lei mi rispose che dovevo attraversare il fiume e poi riattraversarlo ancora, perché a Roma spesso il modo più veloce per andare da A a B non è la linea retta, ma l’arabesco.

E ricordo pure un articolo di Antonio Pascale sul Corriere, in cui raccontava come fu assunto al Ministero dell’Agricoltura. Disse che il primo giorno gli chiesero un parere su com’era scritta una circolare esplicativa. Lui la lesse e rilesse senza capirci nulla, per la selva di subordinate, rimandi e una serie di punti numerati A) a) A1 aa1 e via dicendo. Così, con mille cautele lo disse timidamente al suo direttore, ma questi sorrise ed esclamò soddisfatto: ” Bene, allora è perfetta!”, perché un comunicato ministeriale giusto deve essere incomprensibile o quasi, in modo da lasciare all’Ente pubblico il potere discrezionale dell’interpretazione autentica.

La casa di Malaparte

gennaio 3, 2018

con Flaminia e Febo

Curzio Malaparte visse in diverse case, com’è naturale, eppure per tutti la sua vera casa è quella di Capri, la celebre aragosta, che progettò personalmente e fece costruire nel 1936. Io spero di poterla visitare presto, compresi gli interni, ma nel frattempo mi consolo pensando di aver conosciuto una delle sue case meno note, quella che lo ospitò durante il confino a Lipari, nei sette mesi che vi rimase dal novembre ’33 al giugno ’34. Già il fatto che un fascista fosse mandato al confino da Mussolini suona curioso, ma poi a Lipari, dove era finita gente come Carlo Rosselli (lo zio di Amelia), Ferruccio Parri, Emilio Lussu, si fa fatica a crederlo. E infatti oggi non vi è alcuna traccia di quel soggiorno illustre, intendo una placca commemorativa sul muro, o un cartello che lo indichi ai turisti. Fortuna che sono rimasti i suoi resoconti e le foto, come questa sopra che lo ritrae insieme alla compagna Flaminia e al cane Febo, da cui non si separava mai. Il posto non è casuale. I tre si trovano sulla salita San Giuseppe, vicino alla chiesa omonima che affaccia sul porticciolo di Marina Corta. Malaparte abitava lì, in un appartamento al secondo piano sopra la falegnameria Iacona. Quello è un angolo di Lipari che conosco bene, e dove tornavo ogni estate, di solito verso la fine della vacanza, perché il 24 agosto mio padre riuniva tutta la famiglia a cena nel ristorante Il Pirata, da cui si godeva un’ottima vista per i fuochi d’artificio della festa di San Bartolomeo, il patrono dell’isola. Il ristorante era sul mare, e vi si accedeva da una scaletta ripida che partiva dalla salita san Giuseppe, proprio di fronte alla casa di Malaparte (in questa foto attuale segnalata dalla freccia). 007

Ogni evento della vita possiede due coordinate fondamentali per rintracciarlo, come se si trovasse su un grafico cartesiano. Le ascisse indicano il tempo, il momento preciso, quando avvenne, e le ordinate sono lo spazio, il luogo in cui si verificò. Una di queste coordinate non si può più recuperare, è andata perduta irreparabilmente, ma ci resta sempre il dove. Quando un grande scrittore muore è compito di noi lettori dargli un futuro, leggendo i suoi libri ma anche ripercorrendo i suoi passi nei luoghi in cui fu felice come nelle stazioni del suo calvario.