Archive for the ‘riflessioni’ Category

Il rapporto con gli immigrati

agosto 14, 2017

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9 agosto 378 di Alessandro Barbero (Laterza) è il libro più bello che abbia letto sul tema dell’immigrazione. La data è quella della battaglia di Adrianopoli, ma il saggio spiega come tutto partì dalla cattiva gestione di un eccezionale flusso migratorio di barbari che premevano ai confini est-europei, quelli del fiume Reno. A quei tempi la razza superiore era quella romana, mediterranea, capelli scuri, carnagione olivastra, mentre i capelli e gli occhi chiari, così come la statura alta, erano considerati tipici di popolazioni inferiori. È curioso come la disfatta di Adrianopoli, avvenuta nella parte orientale dell’Impero e culminata con la morte dell’imperatore Valente che regnava a Costantinopoli, fu considerata esiziale per la parte occidentale e invece fece da proemio alla caduta dell’impero d’Occidente. Costantinopoli sopravvivrà altri mille anni, per la diversa politica d’integrazione e assimilazione degli immigrati barbari.

gli aguzzini del linguaggio

agosto 8, 2017

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Una volta andai con un fratello d’inchiostro a sentire la presentazione di una nuova traduzione del Finnegans Wake, e non ci convinse molto il modo con cui i due traduttori e il presentatore avevano scelto di parlare del capolavoro di Joyce. Sembrava che si riducesse tutto a un gioco verbale di doppi sensi arguti, come fosse un’improvvisazione di Alessandro Bergonzoni. In seguito i relatori spiegarono che avevano preferito quell’approccio leggero per avvicinare il pubblico a un libro ostico, ma la sensazione fu di un tradimento, di qualcosa che ne snaturava il senso, perché era del tutto assente il dolore e la sofferenza di quella scrittura. Il mio fratello d’inchiostro poi è triestino, per cui la cosa lo infastidì abbastanza, tant’è che non si trattenne dall’esprimere qualche riserva al momento delle domande del pubblico. Io tacqui, pur condividendo la critica, dato che non sono un esperto di Joyce, ma ho sempre amato quel tipo di scrittori, come Céline Gadda, e so che il loro stile (sia l’argot del francese, che il pastiche del lombardo, o il flusso di coscienza dell’irlandese) non ha nulla di innocente e leggero. Quelli sono degli aguzzini del linguaggio, lo tormentano e torturano per farlo parlare, altro che giochi di parole simpatici e divertenti. Poi, certo, mi è capitato spesso di ridere leggendo qualche loro pagina. Penso ad alcuni brani di Morte a credito, o del Pasticciaccio o di Eros e Priapo, ma è un riso amaro, un riso a denti stretti, come dice La settimana enigmistica.

il filo rosso di Grunewald

luglio 21, 2017

IMG-20170720-WA0001In tutti gli autori di lingua tedesca che amo c’è Grunewald.

Paul Celan andò a vedersi l’altare di Colmar nella pasqua del 1970, poco prima di uccidersi, e restò commosso e impressionato dalla vista di quel Cristo che stilla resina.

Elias Canetti da giovane aveva un poster di quel dipinto nella sua cameretta, come dice ne Il frutto del fuoco (Adelphi, pag.322), e lo tenne con sé anche più tardi, mentre scriveva l’Auto da fé, come fonte di ispirazione

Walter Benjamin nel suo studio parigino al 10 di rue Dombasle aveva una riproduzione del capolavoro di Grunewald, per procurarsi la quale era andato appositamente a Colmar.

Mi mancava giusto Kafka, e ora ho trovato anche lui. Magari non nel modo canonico che mi aspettavo, cioè con una citazione esplicita o una riproduzione del dipinto appesa nel suo studio, ma con una presenza più discreta, eppure altrettanto significativa. Grunewald nella sua vita è un indirizzo, un indirizzo decisivo, il suo penultimo a Berlino, quello dove si trovava la casetta nel verde in cui visse tre mesi fra il 1923 e il ’24 con Dora Diamant e che gli fu particolarmente cara, forse perché pur malato senza speranza lì fece una vita di coppia quasi normale. Da quella casa infatti usciva ogni giorno a passeggiare nel vicino parco Steglitz, e lì incontrò la bambina che aveva perso la bambola che gli ispirò quelle bellissime e famose lettere perdute. Beh, la casa di Berlino in cui Kafka visse felicemente con Dora si trovava in Grunewaldstrasse, e pur non esistendo più possiamo ugualmente ammirarla in una foto esposta nella piccola mostra sullo scrittore praghese allestita in questi giorni al Martin-Gropius-Bau di Berlino fino al 28 agosto, o altrimenti possiamo vederla nel bell’album fotografico di Klaus Wagenbach intitolato Franz Kafka. Bilder aus seinem Leben.

Lo so, dire che Grunewald è presente nella vita dei grandi autori tedeschi non sembra molto probante, sarebbe come dire che Caravaggio era ammirato da quattro o cinque grandi scrittori italiani del Novecento. Poi l’ultimo addirittura col semplice indirizzo, figuriamoci. Eppure chi mi legge sa la mia ossessione per le case dei grandi artisti, e sa che per me c’è sempre un legame fra un artista e il suo indirizzo di casa. Esiste anche per noi comuni mortali, quel legame, semmai il problema è scoprire qual è.

La mia idea è che per ognuno di noi esiste una casa che ci rappresenta, un indirizzo che ci appartiene come una seconda pelle. Io ho vissuto in venti case diverse fino ad oggi, ho fatto il conto, ma con una sola mi identificavo totalmente, ed era la casa monzese di via Giovanni Rajberti, un nome che all’inizio non mi disse niente ma in seguito scoprii essere un medico-scrittore autore del libro Prefazione alle mie opere future.

Il tassonomista Georges Perec abitò in vari appartamenti nella sua breve vita, ma quello veramente suo stava in rue Linneo, a Parigi.

Sempre a Parigi il rumeno Cioran, gran camminatore, visse in diversi posti, compreso alcune stanze d’albergo, ma la sua vera casa fu l’ultima, in rue de l’Odeon, perché quella fu la prima strada della ville lumiere a dotarsi di marciapiedi.

il calco di un’assenza

giugno 10, 2017

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A me piacciono le delocazioni di Claudio Parmiggiani, che ricordano gli aloni lasciati dai quadri tolti dalle pareti dopo un trasloco; Lost in la Mancha, il backstage di un film inesistente (ma pare che Terry Gilliam lo stia finendo dopo diciassette anni); la Prefazione alle mie opere future del medico-scrittore Giovanni Rajberti, fors’anche perché a Monza io abitavo nella via a lui intitolata; e l’Azione Parallela de L’Uomo senza qualità di Musil; le Confessioni di un ottuagenario che non diventerà mai, dato che Ippolito Nievo morirà molto prima; e il libro di George Steiner intitolato I libri che non ho scritto; poi il verso di e.e. cummingsMy life resembles something that has not occurred“, e gli artisti come Leonardo da Vinci, quelli più interessati ai progetti che alla loro realizzazione.

il terrore delle fiamme

giugno 9, 2017

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Le edizioni Via del Vento sono una piccola casa editrice di Pistoia. C’era un tempo in cui mi mandavano spesso i loro libretti, volumi di piccolo formato e con poche pagine ma con un testo mai banale. Credo di averne ricevuti parecchi negli anni, e di conservarne almeno una ventina. Mi arrivavano in omaggio, con un foglietto all’interno che diceva semplicemente: “con preghiera di segnalazione”.

Mi piaceva il loro modo timido di invitarti a parlarne sui giornali. Allora scrivevo su un quotidiano, forse Liberazione, ma non gli proposi mai nulla perché quasi sicuramente me l’avrebbero rifiutato. Con le case editrici minuscole che non hanno una vera distribuzione nelle librerie spesso i giornali fanno così. I libri recensiti devono poter essere comprati subito, non ordinati, anche se oggi, con tanta gente che compra su Amazon, forse questo discorso non ha più molto senso.

Ad ogni modo, uno di questi libretti delle edizioni Via del Vento lo apprezzai particolarmente. Si intitolava Le onde, ed era un inedito di Céline, composto da un racconto scritto a bordo di una nave che lo riportava in Francia nel 1917, e da due lettere indirizzate all’amica di gioventù Simone Saintu, scritte quando l’autore viveva e lavorava in Africa in qualità di amministratore di una piantagione di cacao in Camerun.

In una di queste Céline racconta all’amica di un giochino fatto dagli indigeni che gli ha “fatto una profonda impressione”. In pratica dice che “si fa un cerchio con delle liane, del diametro di 50 centimetri, si poggia il cerchio a terra e si mette al centro del cerchio uno scorpione – si dà fuoco alle liane, lo scorpione si ritrova allora accerchiato, circoscritto dal fuoco, cerca immediatamente di uscire ma invano – gira e rigira, va e viene ma non può uscire allora s’immobilizza all’interno del cerchio, e pungendosi a lungo sul corsetto, si avvelena e muore quasi istantaneamente”.

Il suicidio di un animale fa sempre impressione, è quasi inconcepibile, si pensa che nulla possa vincere il suo attaccamento alla vita, il suo istinto di sopravvivenza. Eppure il mio pensiero leggendo questo brano va immediatamente ai jumpers delle torri gemelle di New York, quelli che la mattina dell’11 settembre preferirono gettarsi nel vuoto al morire bruciati; e in subordine va a una riflessione di David Foster Wallace, che si trova a pag. 927 di Infinite Jest (nell’edizione Fandango), in cui si fa un parallelo coi suicidi in generale. Parole, quelle dell’americano, che acquistano un peso e un senso diverso se lette oggi, alla luce del suo suicidio, che per la sorella fu causato da “un cancro dell’anima”, e che sono anche un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

“La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

Perdersi

giugno 1, 2017

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato. (more…)

de me fabula narratur

maggio 29, 2017

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Per un esordiente, la promozione del proprio libro è un momento inebriante, una giostra di complimenti e felicitazioni da cui non si vorrebbe mai scendere. Nel giro di poco tempo passi dall’essere l’ultimo degli everyman a firmare autografi come una star, e tra festival, recensioni e interviste hai l’impressione che tutta Italia parli di te, ti cerchi, ti desideri.

Del mio primo romanzo si parlò in una trentina di recensioni su carta e circa altrettante in rete, oltre a diverse interviste e qualche passaggio televisivo, tipo Marzullo e Unomattina sulla Rai, il TG 5 notturno e un dibattito sulla lingua a Class Tv. Lo presentai nelle maggiori città, ma l’accoglienza più calorosa la ricevetti in provincia, dove l’offerta culturale è meno ricca e la presenza di uno scrittore è vissuta come un evento. (more…)

Rileggendo Danubio

maggio 25, 2017

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La scena è la seguente. Siamo nell’estate del 1983, a Kierling, un piccolo paese vicino a Vienna. Claudio e alcuni suoi amici stanno facendo un viaggio in macchina seguendo il corso del Danubio.

Claudio è l’io narrante di tutta la storia, ha quarantasei anni e insegna letteratura tedesca all’università di Trieste. Era da un po’ che progettava questo viaggio, ma ha dovuto attendere che i figli diventassero grandi per concedersi questo lusso. Dei suoi amici invece non sappiamo granché.

Uno si chiama Gigi, ed è un saggista e un gastronomo. Poi c’è Amedeo, uno scienziato, più precisamente un sedimentologo, che sta stendendo una relazione sulle sorgenti del grande fiume mitteleuropeo, per cui nel suo caso quel viaggio riveste anche un interesse professionale. Ha la corporatura massiccia ma la sua penna non è priva di grazia, “si posa lieve e precisa sui particolari come una farfalla sui fiori”. (more…)

codici e decodifiche

maggio 18, 2017

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Riporto questo post di Gilda Policastro dato che l’ha già pubblicato Giulio Mozzi su Vibrisse, il bollettino letterario che cura da anni. Mi interessa perché trovo molto rivelatori alcuni suoi passaggi. Penso a parole come “sforzarci“, “godimento facile“, “facilitare la comprensione“, “decodificare“, “lettori impreparati“, e infine all’affermazione (contenuta in una domanda retorica) sulla lettura (di libri non commerciali) come “un’esperienza intellettuale” che necessita di “qualche spazio di riflessione, approfondimento e […] di un dizionario?

La mia impressione è che qui Gilda, parlando di godimento facile, ce l’abbia soprattutto col mito dell’intuizione, quello che Adorno attribuiva al lettore occasionale, un po’ sprovveduto, per il quale lo scopo di un’esperienza estetica non è la ricerca di un senso, ma il desiderio di evasione e di facili emozioni (“dietro il culto dell’intuibilità è in agguato la convenzione piccolo borghese del corpo che resta sul canapè mentre l’anima si slancia in alto: l’approccio all’arte deve essere rilassamento che non costa fatica“). (more…)

Tre volte Dora

aprile 30, 2017

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Se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Dora. Mi piace, è un nome semplice e pulito che ricorre spesso nella mia vita. Una volta ci provammo seriamente ad avere un figlio, io e la mia fidanzata, alla fine del 2002. Avevamo appena comprato una casa con una camera in più, stavamo insieme da tempo e presto avrei compiuto quarant’anni. Era insomma il momento giusto, ma nonostante gli sforzi non venne, e dopo un po’ scoprii che lei insisteva perché in realtà sperava che un figlio le impedisse di scappare ancora, dato che dopo tre anni con un uomo sentiva il bisogno di mollare tutto e cominciare una nuova vita altrove, cambiando compagno, nome, città. (more…)