Archive for the ‘riflessioni’ Category

separazioni

giugno 4, 2018

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Alle stazioni dei treni mi piace guardare le separazioni. Tra chi parte e chi resta, tra amici, fidanzati, o genitori e figli e viceversa. Non ascoltare le parole che accompagnano le separazioni, e neppure spiare le lacrime, i baci o gli abbracci, ma cogliere l’attimo in cui torniamo ad essere soli, l’attimo in cui ci ritiriamo, scivoliamo mestamente indietro, come una specie di moonwalk dell’anima. È la frazione di secondo che precede l’allontanamento, quando lo sguardo si distoglie dalla persona cara e comincia la prima rotazione del corpo in senso opposto, appena il treno è partito e l’altro esce dal nostro campo visivo. Una sorta di stallo in cui forse, per me, si racchiude il mistero e il fascino dei rapporti umani, come uno iato tra l’essere e il non essere insieme.

Ora lo faccio di rado, anche in prima persona e per strada, però rivivo sempre la stessa sensazione. Come ieri mattina, che passavo in macchina da viale Regina Margherita per andare in ufficio e, fermo in coda a un semaforo, mi sono ritrovato davanti una ragazza che aspettava l’autobus guardando il cellulare. Era appoggiata a una ringhiera e aveva un casco in mano, come se fosse arrivata lì in motorino, o come se stesse andando a prenderlo. Era molto bella, lo si capiva subito anche se mi dava le spalle, ma ad attrarmi c’era pure la consapevolezza che di lì a poco l’avrei perduta per sempre. Io me ne stavo andando per la mia strada e lei restava sulla sua, ignara di quel bivio, del mio passaggio, del mio interesse per lei, della mia esistenza al mondo. È scattato il verde e sono partito, ma mi son voltato e ho voluto fotografarla una seconda volta, mentre già si stava trasformando in ricordo. E poi ho proseguito incontro agli altri infiniti e inconsapevoli addii di cui è composta ogni giornata, come in quei versi del mio poeta preferito che cantano la fugacità di tutte le cose e i limiti delle nostre vite.

 

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Las cosas que no hay que ver

maggio 1, 2018

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Alla fine del 1949 per Cortazar comincia a concretizzarsi la possibilità del tanto sospirato viaggio in Europa. L’ha programmato da tempo e non sarà una semplice vacanza, ma il giro di ricognizione per decidere se il suo sogno di stabilirsi definitivamente nel vecchio continente è fattibile o meno. Ha bisogno di consigli pratici, in particolare dagli amici che ci vivono, come Fredi Guthmann, che sta a Parigi. Allora gli scrive chiedendogli espressamente “las cosas que no hay que ver” della ville lumiere.

La mia passione per il cronopio maximo si deve anche a queste piccole cose, non solo alla sua maestria letteraria. Anni fa, prima di leggere quella lettera avevo progettato di scrivere una guida turistica in negativo, una specie di baedeker incentrato sui luoghi di Roma da evitare. Non un must see insomma, piuttosto un must avoid. Il titolo provvisorio era un po’ forte ma di grande effetto, Posti demmerda, poi gli amici mi convinsero a desistere per l’alto rischio di denunce, sebbene la pratica di parlar male di un locale sia oggi ampiamente accettata ed esercitata, come dimostrano le tante stroncature spietate che si possono leggere su Tripadvisor.

Come Cioran, io credo nel valore didattico degli esempi negativi (e ci crede pure Claudio Giunta, autore del manuale Come non scrivere, edito da Utet), e penso che i disgusti siano meno datati dei gusti, che ciò che non ci piace ci appartenga e ci aderisca molto più fedelmente di ciò che ci piace, oltre a resistere più a lungo ai nostri cambiamenti d’umore e di opinione. Il no è diretto, immediato, non accondiscende, non indora la pillola, non vuol far bella figura, è l’opposizione ostinata di Bartleby (vedi anche l’elogio del no contro il sì nella lettera che Melville scrisse al suo vicino Hawthorne), il rifiuto del bimbo di condividere i suoi giocattoli con gli amichetti, nasce dal sangue e dalle viscere, prorompe senza filtri né calcoli fregandosene delle convenienze e delle buone maniere, e infatti, come diceva Emily Dickinson, no è la parola più selvaggia del dizionario (questo me lo ha ricordato Nel cuore della notte, il nuovo, bellissimo romanzo di Marco Rossari). O no?

memoria e oblio

aprile 17, 2018

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Ho letto una dichiarazione di George Steiner che non condivido. In realtà non è solo sua, appartiene a tutti, la sentiamo ripetere ogni giorno, ovunque, e per questo penso che sia importante esprimere e spiegare il mio dissenso. Steiner dice: “Noi siamo ciò che ricordiamo”. Così, secco, sulla scia di una serie infinita e abusatissima, a partire dal “Noi siamo quello che mangiamo”. No, manco per niente, mi viene da contestargli. Noi non siamo i nostri ricordi. Se proprio la vuol mettere su quel piano, l’ego è un mix di memoria e oblio, un arazzo la cui trama è composta dai ricordi ma con l’ordito fatto di oblio. Perché le due cose sono intrecciate insieme, non si contrappongono o escludono a vicenda, ma ciascuna detiene il senso dell’altra. I ricordi da soli sono un catalogo di ombre e fantasmi, non a caso da Omero a Dante a Freud l’esperienza del ricordo è sempre stata rappresentata come un viaggio nel regno dei morti. Memoria è, letteralmente, “morìa di me”, un piccolo obituario personale, una teoria di mancanze, però l’oblio non va inteso solo come memoria perduta, ma anche come memoria riscattata, fatta propria, metabolizzata, qualcosa di costitutivo che ci definisce e insieme testimonia l’insostituibile presenza di chi ci ha lasciato. Ma la parola che potrebbe alludere a quelle sparizioni resta comunque al di qua del dicibile, è il simulacro di un annuncio e di un’attesa perché sempre promessa e sempre differita.

Un mio pezzo allegro sul Foglio

aprile 6, 2018

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che casino

marzo 5, 2018

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Che casino, il casino Boncompagni Ludovisi. Tu ci vai per vedere Caravaggio, il Caravaggio più difficile da vedere, quello meno conosciuto, l’unico suo murale, a soffitto, e quindi mai spostatosi da lì, che per vederlo devi sorbirti una trafila di richieste e permessi che non finisce più perché sta in una casa abitata, appunto il casino Boncompagni Ludovisi, residenza dei Principi Boncompagni Ludovisi, nobili un po’ decaduti che però convivono con un Caravaggio sopra la testa, e poi ci trovi di tutto, perfino un Rembrandt, o meglio una scala elicoidale buia, scrostata, attorciagliata su se stessa e col corrimano basso20180303_114147che sembra trasportata paro paro da un quadro di Rembrandt, il filosofo in meditazione del Louvre, e infatti è dello stesso periodo.remb

Ci trovi di tutto in quel casino. Anche un ritratto a olio dei padroni di casa, rigidi e impalati come la coppia immortalata da Grant Wood nel suo Gotico americano; gli manca giusto il forcone.IMG-20180305-WA0001In uno dei saloni di rappresentanza scopro pure Agostino Tassi, che lavorò in collaborazione col Guercino, il primo occupandosi delle architetture a trompe-l’œil in mezzo alle quali volteggiano le aeree figure del secondo. Agostino l’amico e collega di Orazio Gentileschi, Agostino lo stupratore di sua figlia Artemisia, e lo fai presente alla guida, che sa tutto ma che su quel particolare aveva taciuto, e lei allora a mezza voce dice eh sì, purtroppo commise “quell’errore”, come fosse un inciampo, una gaffe spiacevole sulla quale sarebbe sbagliato soffermarsi troppo perché era un grande pittore, e quell’episodio ne oscura i tanti meriti artistici; ed era una donna la guida, certo non una #metoo.20180303_110851

Invece il Caravaggio alchemico sta nascosto in un disimpegno, una specie di breve corridoio laterale, e non sembra neppure in buone condizioni, fra ridipinture moralistiche volte a coprire “le vergogne” e restauri maldestri, però tu te lo immagini allora, nel 1597, chiuso in questo stanzino del cardinale Del Monte, il suo studiolo pieno di alambicchi e pozioni, nudo come un verme in piedi su uno specchio in cima a un piccolo ponteggio, perché il soffitto è basso, e probabilmente ci stette almeno qualche mese lì sopra, a volte col suo cane Cornacchia che posò come Cerbero, per smentire le malelingue che lo accusavano di non saper fare il sotto in su, gli scorci arditi e gli affreschi, anche se questo non è un affresco ma un olio su muro.casi

E’ lui? Non è lui? Si è autoritratto tre volte nei panni di Nettuno, Giove e Plutone? Non si sa con sicurezza, però le somiglianze ci sono, tenendo conto della descrizione coeva fatta da un garzone di barbiere nel luglio del 1597. Ecco l’immagine molto dark di Caravaggio (vestito) pochi mesi prima, al tempo in cui lavorava nella bottega del siciliano Lorenzo Carli in via della Scrofa: “Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…

Di affreschi veri, cioè dipinti sull’intonaco ancora fresco, ne è pieno il casino, come quelli anamorfici posti all’entrataIMG-20180305-WA0000 eseguiti dalla malalingua per eccellenza, lo stroncatore velenoso, Federico Zuccari, il vecchio barbogio dell’Accademia di San Luca, che quando Caravaggio ultimò le storie di san Matteo fu trascinato a forza nella cappella Contarelli dai suoi allievi entusiasti e, una volta entrato, esclamò infastidito: “Ma che rumore è questo?”, come a dire Che casino state facendo per niente? E poi chiosò: “io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione”, quindi dejá-vù, roba fritta e rifritta, più o meno come quando a Cristina Campo chiesero cosa pensasse dei Novissimi, i poeti avanguardisti, e lei rispose: “I Novissimi son morti 50 anni fa”.

Un mio pezzo sul Foglio

dicembre 26, 2017

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https://www.ilfoglio.it/cultura/2017/12/25/news/parole-non-fatti-cosi-politici-e-intellettuali-si-interessano-al-linguaggio-170274/

Novembre

novembre 15, 2017

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Ogni storia è anche una geografia, un intreccio di luoghi e paesaggi che ci raccontano descrivendoci. Lo spazio interno entra in contatto con quello esterno e lo modella e lo evoca, come nel celebre epilogo de L’Artefice di Borges:

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.

Il mio autoritratto arcimboldesco è più urbano, si sviluppa come un reticolo di strade occidentali che hanno qualcosa di Milano, Parigi, Barcellona, Ginevra, Praga, New York. Tranne il paesaggio di Valle Muria a Lipari, con la vista sui faraglioni e l’isola di Vulcano, dove i miei avevano acquistato un rudere su cui era stata costruita un casa tutta rivolta all’esterno, circondata da grandi terrazzi azzurri come una piscina di piastrelle, una casa che sembrava finalizzata unicamente al godimento del panorama, 4octranne in quel caso il mio mindscape è costituito perlopiù da abitazioni private di persone che mi sono care, siano familiari o artisti, ma a volte anche da luoghi di finzione, luoghi creati dall’arte. Di uno di questi, la villa di Ginevra in cui abitava il giudice interpretato da Jean Louis Trintignant in Film Rosso, avevo già parlato in precedenza, ma oggi me n’è venuto in mente un altro.

E’ un edificio di New York. Si trova al 9 di Cranberry Street, a Brooklyn, nei pressi del ponte omonimo. Qui, nel sottoscala, c’era la casa di Kathy Hale. In quell’appartamento seminterrato, nel lontano 1975, furono girate alcune scene decisive de I tre giorni del condor, con Robert Redford e Faye Dunaway, e Kathy Hale era appunto il personaggio interpretato dalla Dunaway. Mi è venuto in mente ora perché per me questo indirizzo rappresenta novembre, grazie alle foto in bianco e nero scattate dalla proprietaria, incorniciate e appese al muro. Colpirono molto anche Redford. Osservandole con attenzione, chiese alla Dunaway quale fosse il soggetto, e quando lei rispose che ritraevano l’inverno lui precisò: “Not quite winter. They look like November. Not autumn, not winter, in-betweenI like them“. E’ un’agnizione, l’attimo del riconoscimento. Kathy è stupita. Lui l’ha capita, l’ha vista dentro. Lui, un perfetto sconosciuto, all’improvviso sente l’appello di quello sguardo malinconico e lo fa proprio, e quello sguardo che fissa strade vuote, panchine deserte, alberi senza foglie, evoca un tempo spurio, che non è né autunno né inverno ma sta a cavallo delle due stagioni: il mese di Novembre, il mese della solitudine.

La cartografia è il modo migliore per studiare una biografia, diceva Agamben. Indagare il rapporto tra una vita e i luoghi dov’è trascorsa, anche col pensiero, significa andare al nocciolo dell’essere, perché prima di essere una visione cosciente ogni paesaggio è una visione onirica, come se i luoghi che amiamo ci appartenessero perché li abbiamo già sognati. Quando riusciamo a vederli nell’altro allora cadono tutte le difese e le diffidenze, ci sentiamo accolti e protetti. Quella è la nostra querencia, come nel gergo della tauromachia è chiamato il punto dell’arena in cui il toro si sente al sicuro. robert-redford-e-faye-dunaway-in-i-tre-giorni-del-condorLì dentro, nel riparo notturno di una camera da letto, i corpi estranei di Robert Redford e Faye Dunaway si cercano e si trovano, e quelle foto novembrine fanno da contrappunto alla danza della loro passione, tradiscono un vuoto e insieme un desiderio permeato di speranze e di paura, perché anche lì dentro il toro intuisce quale destino lo attende.

dizionari interiori

settembre 20, 2017

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato. (more…)

inscape

settembre 19, 2017

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Non sapevo cosa fosse l’inscape. E neppure conoscevo Gerald Manley Hopkins, il gesuita vittoriano che coniò questa parola. L’inscape è il paesaggio interiore, ma più la coscienza del paesaggio, che il paesaggio della coscienza, come la montagna Sainte-Victoire per Cezanne.

 

Il rapporto con gli immigrati

agosto 14, 2017

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9 agosto 378 di Alessandro Barbero (Laterza) è il libro più bello che abbia letto sul tema dell’immigrazione. La data è quella della battaglia di Adrianopoli, ma il saggio spiega come tutto partì dalla cattiva gestione di un eccezionale flusso migratorio di barbari che premevano ai confini est-europei, quelli del fiume Reno. A quei tempi la razza superiore era quella romana, mediterranea, capelli scuri, carnagione olivastra, mentre i capelli e gli occhi chiari, così come la statura alta, erano considerati tipici di popolazioni inferiori. È curioso come la disfatta di Adrianopoli, avvenuta nella parte orientale dell’Impero e culminata con la morte dell’imperatore Valente che regnava a Costantinopoli, alla fine fu esiziale per Roma e fece da proemio alla caduta dell’impero d’Occidente. Costantinopoli sopravvivrà altri mille anni, proprio per la diversa politica d’integrazione e assimilazione degli immigrati barbari e degli Unni.