Archive for the ‘riflessioni’ Category

Novembre

novembre 15, 2017

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Ogni storia è anche una geografia, un intreccio di luoghi e paesaggi che ci raccontano descrivendoci. Lo spazio interno entra in contatto con quello esterno e lo modella e lo evoca, come nel celebre epilogo de L’Artefice di Borges:

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.

Il mio autoritratto arcimboldesco è più urbano, si sviluppa come un reticolo di strade occidentali che hanno qualcosa di Milano, Parigi, Barcellona, Ginevra, Praga, New York. Tranne il paesaggio di Valle Muria a Lipari, con la vista sui faraglioni e l’isola di Vulcano, dove i miei avevano acquistato un rudere su cui era stata costruita un casa tutta rivolta all’esterno, circondata da grandi terrazzi azzurri come una piscina di piastrelle, una casa che sembrava finalizzata unicamente al godimento del panorama, 4octranne in quel caso il mio mindscape è costituito perlopiù da abitazioni private di persone che mi sono care, siano familiari o artisti, ma a volte anche da luoghi di finzione, luoghi creati dall’arte. Di uno di questi, la villa di Ginevra in cui abitava il giudice interpretato da Jean Louis Trintignant in Film Rosso, avevo già parlato in precedenza, ma oggi me n’è venuto in mente un altro.

E’ un edificio di New York. Si trova al 9 di Cranberry Street, a Brooklyn, nei pressi del ponte omonimo. Qui, nel sottoscala, c’era la casa di Kathy Hale. In quell’appartamento seminterrato, nel lontano 1975, furono girate alcune scene decisive de I tre giorni del condor, con Robert Redford e Faye Dunaway, e Kathy Hale era appunto il personaggio interpretato dalla Dunaway. Mi è venuto in mente ora perché per me questo indirizzo rappresenta novembre, grazie alle foto in bianco e nero scattate dalla proprietaria, incorniciate e appese al muro. Colpirono molto anche Redford. Osservandole con attenzione, chiese alla Dunaway quale fosse il soggetto, e quando lei rispose che ritraevano l’inverno lui precisò: “Not quite winter. They look like November. Not autumn, not winter, in-betweenI like them“. E’ un’agnizione, l’attimo del riconoscimento. Kathy è stupita. Lui l’ha capita, l’ha vista dentro. Lui, un perfetto sconosciuto, all’improvviso sente l’appello di quello sguardo malinconico e lo fa proprio, e quello sguardo che fissa strade vuote, panchine deserte, alberi senza foglie, evoca un tempo spurio, che non è né autunno né inverno ma sta a cavallo delle due stagioni: il mese di Novembre, il mese della solitudine.

La cartografia è il modo migliore per studiare una biografia, diceva Agamben. Indagare il rapporto tra una vita e i luoghi dov’è trascorsa, anche col pensiero, significa andare al nocciolo dell’essere, perché prima di essere una visione cosciente ogni paesaggio è una visione onirica, come se i luoghi che amiamo ci appartenessero perché li abbiamo già sognati. Quando riusciamo a vederli nell’altro allora cadono tutte le difese e le diffidenze, ci sentiamo accolti e protetti. Quella è la nostra querencia, come nel gergo della tauromachia è chiamato il punto dell’arena in cui il toro si sente al sicuro. robert-redford-e-faye-dunaway-in-i-tre-giorni-del-condorLì dentro, nel riparo notturno di una camera da letto, i corpi estranei di Robert Redford e Faye Dunaway si cercano e si trovano, e quelle foto novembrine fanno da contrappunto alla danza della loro passione, tradiscono un vuoto e insieme un desiderio permeato di speranze e di paura, perché anche lì dentro il toro intuisce quale destino lo attende.

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dizionari interiori

settembre 20, 2017

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato. (more…)

inscape

settembre 19, 2017

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Non sapevo cosa fosse l’inscape. E neppure conoscevo Gerald Manley Hopkins, il gesuita vittoriano che coniò questa parola. L’inscape è il paesaggio interiore, ma più la coscienza del paesaggio, che il paesaggio della coscienza, come la montagna Sainte-Victoire per Cezanne.

 

Il rapporto con gli immigrati

agosto 14, 2017

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9 agosto 378 di Alessandro Barbero (Laterza) è il libro più bello che abbia letto sul tema dell’immigrazione. La data è quella della battaglia di Adrianopoli, ma il saggio spiega come tutto partì dalla cattiva gestione di un eccezionale flusso migratorio di barbari che premevano ai confini est-europei, quelli del fiume Reno. A quei tempi la razza superiore era quella romana, mediterranea, capelli scuri, carnagione olivastra, mentre i capelli e gli occhi chiari, così come la statura alta, erano considerati tipici di popolazioni inferiori. È curioso come la disfatta di Adrianopoli, avvenuta nella parte orientale dell’Impero e culminata con la morte dell’imperatore Valente che regnava a Costantinopoli, alla fine fu esiziale per Roma e fece da proemio alla caduta dell’impero d’Occidente. Costantinopoli sopravvivrà altri mille anni, proprio per la diversa politica d’integrazione e assimilazione degli immigrati barbari e degli Unni.

gli aguzzini del linguaggio

agosto 8, 2017

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Una volta andai con un fratello d’inchiostro a sentire la presentazione di una nuova traduzione del Finnegans Wake, e non ci convinse molto il modo con cui i due traduttori e il presentatore avevano scelto di parlare del capolavoro di Joyce. Sembrava che si riducesse tutto a un gioco verbale di doppi sensi arguti, come fosse un’improvvisazione di Alessandro Bergonzoni. In seguito i relatori spiegarono che avevano preferito quell’approccio leggero per avvicinare il pubblico a un libro ostico, ma la sensazione fu di un tradimento, di qualcosa che ne snaturava il senso, perché era del tutto assente il dolore e la sofferenza di quella scrittura. Il mio fratello d’inchiostro poi è triestino, per cui la cosa lo infastidì abbastanza, tant’è che non si trattenne dall’esprimere qualche riserva al momento delle domande del pubblico. Io tacqui, pur condividendo la critica, dato che non sono un esperto di Joyce, ma ho sempre amato quel tipo di scrittori, come Céline Gadda, e so che il loro stile (sia l’argot del francese, che il pastiche del lombardo, o il flusso di coscienza dell’irlandese) non ha nulla di innocente e leggero. Quelli sono degli aguzzini del linguaggio, lo tormentano e torturano per farlo parlare, e non certo col solletico. Poi, certo, mi è capitato spesso di ridere leggendo qualche loro pagina. Penso ad alcuni brani di Morte a credito, o del Pasticciaccio o di Eros e Priapo, ma è un riso amaro, un riso a denti stretti, come dice La settimana enigmistica. Senza contare la funzione di apripista di questi scrittori “leggendariamente ardui” (alla Pizzuto, insomma), che diventano veri e propri punti di riferimento linguistici, come nel caso di tanti giovani autori tedeschi, quelli che hanno risciacquato i loro panni in Arno (Schmidt).

il filo rosso di Grunewald

luglio 21, 2017

IMG-20170720-WA0001In tutti gli autori di lingua tedesca che amo c’è Grunewald.

Paul Celan andò a vedersi l’altare di Colmar nella pasqua del 1970, poco prima di uccidersi, e restò commosso e impressionato dalla vista di quel Cristo che stilla resina.

Elias Canetti da giovane aveva un poster di quel dipinto nella sua cameretta, come dice ne Il frutto del fuoco (Adelphi, pag.322), e lo tenne con sé anche più tardi, mentre scriveva l’Auto da fé, come fonte di ispirazione

Walter Benjamin nel suo studio parigino al 10 di rue Dombasle aveva una riproduzione del capolavoro di Grunewald, per procurarsi la quale era andato appositamente a Colmar.

Mi mancava giusto Kafka, e ora ho trovato anche lui. Magari non nel modo canonico che mi aspettavo, cioè con una citazione esplicita o una riproduzione del dipinto appesa nel suo studio, ma con una presenza più discreta, eppure altrettanto significativa. Grunewald nella sua vita è un indirizzo, un indirizzo decisivo, il suo penultimo a Berlino, quello dove si trovava la casetta nel verde in cui visse tre mesi fra il 1923 e il ’24 con Dora Diamant e che gli fu particolarmente cara, forse perché pur malato senza speranza lì fece una vita di coppia quasi normale. Da quella casa infatti usciva ogni giorno a passeggiare nel vicino parco Steglitz, e lì incontrò la bambina che aveva perso la bambola che gli ispirò quelle bellissime e famose lettere perdute. Beh, la casa di Berlino in cui Kafka visse felicemente con Dora si trovava in Grunewaldstrasse, e pur non esistendo più possiamo ugualmente ammirarla in una foto esposta nella piccola mostra sullo scrittore praghese allestita in questi giorni al Martin-Gropius-Bau di Berlino fino al 28 agosto, o altrimenti possiamo vederla nel bell’album fotografico di Klaus Wagenbach intitolato Franz Kafka. Bilder aus seinem Leben.

Lo so, dire che Grunewald è presente nella vita dei grandi autori tedeschi non sembra molto probante, sarebbe come dire che Caravaggio era ammirato da quattro o cinque grandi scrittori italiani del Novecento. Poi l’ultimo addirittura col semplice indirizzo, figuriamoci. Eppure chi mi legge sa la mia ossessione per le case dei grandi artisti, e sa che per me c’è sempre un legame fra un artista e il suo indirizzo di casa. Esiste anche per noi comuni mortali, quel legame, semmai il problema è scoprire qual è.

La mia idea è che per ognuno di noi esiste una casa che ci rappresenta, un indirizzo che ci appartiene come una seconda pelle. Io ho vissuto in venti case diverse fino ad oggi, ho fatto il conto, ma con una sola mi identificavo totalmente, ed era la casa monzese di via Giovanni Rajberti, un nome che all’inizio non mi disse niente ma in seguito scoprii essere un medico-scrittore autore del libro Prefazione alle mie opere future.

Il tassonomista Georges Perec abitò in vari appartamenti nella sua breve vita, ma quello veramente suo stava in rue Linneo, a Parigi.

Sempre a Parigi il rumeno Cioran, gran camminatore, visse in diversi posti, compreso alcune stanze d’albergo, ma la sua vera casa fu l’ultima, in rue de l’Odeon, perché quella fu la prima strada della ville lumiere a dotarsi di marciapiedi.

il calco di un’assenza

giugno 10, 2017

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A me piacciono le delocazioni di Claudio Parmiggiani, che ricordano gli aloni lasciati dai quadri tolti dalle pareti dopo un trasloco; Lost in la Mancha, il backstage di un film inesistente (ma pare che Terry Gilliam lo stia finendo dopo diciassette anni); la Prefazione alle mie opere future del medico-scrittore Giovanni Rajberti, fors’anche perché a Monza io abitavo nella via a lui intitolata; e l’Azione Parallela de L’Uomo senza qualità di Musil; le Confessioni di un ottuagenario che non diventerà mai, dato che Ippolito Nievo morirà molto prima; e il libro di George Steiner intitolato I libri che non ho scritto; poi il verso di e.e. cummingsMy life resembles something that has not occurred“, e gli artisti come Leonardo da Vinci, quelli più interessati ai progetti che alla loro realizzazione.

il terrore delle fiamme

giugno 9, 2017

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Le edizioni Via del Vento sono una piccola casa editrice di Pistoia. C’era un tempo in cui mi mandavano spesso i loro libretti, volumi di piccolo formato e con poche pagine ma con un testo mai banale. Credo di averne ricevuti parecchi negli anni, e di conservarne almeno una ventina. Mi arrivavano in omaggio, con un foglietto all’interno che diceva semplicemente: “con preghiera di segnalazione”.

Mi piaceva il loro modo timido di invitarti a parlarne sui giornali. Allora scrivevo su un quotidiano, forse Liberazione, ma non gli proposi mai nulla perché quasi sicuramente me l’avrebbero rifiutato. Con le case editrici minuscole che non hanno una vera distribuzione nelle librerie spesso i giornali fanno così. I libri recensiti devono poter essere comprati subito, non ordinati, anche se oggi, con tanta gente che compra su Amazon, forse questo discorso non ha più molto senso.

Ad ogni modo, uno di questi libretti delle edizioni Via del Vento lo apprezzai particolarmente. Si intitolava Le onde, ed era un inedito di Céline, composto da un racconto scritto a bordo di una nave che lo riportava in Francia nel 1917, e da due lettere indirizzate all’amica di gioventù Simone Saintu, scritte quando l’autore viveva e lavorava in Africa in qualità di amministratore di una piantagione di cacao in Camerun.

In una di queste Céline racconta all’amica di un giochino fatto dagli indigeni che gli ha “fatto una profonda impressione”. In pratica dice che “si fa un cerchio con delle liane, del diametro di 50 centimetri, si poggia il cerchio a terra e si mette al centro del cerchio uno scorpione – si dà fuoco alle liane, lo scorpione si ritrova allora accerchiato, circoscritto dal fuoco, cerca immediatamente di uscire ma invano – gira e rigira, va e viene ma non può uscire allora s’immobilizza all’interno del cerchio, e pungendosi a lungo sul corsetto, si avvelena e muore quasi istantaneamente”.

Il suicidio di un animale fa sempre impressione, è quasi inconcepibile, si pensa che nulla possa vincere il suo attaccamento alla vita, il suo istinto di sopravvivenza. Eppure il mio pensiero leggendo questo brano va immediatamente ai jumpers delle torri gemelle di New York, quelli che la mattina dell’11 settembre preferirono gettarsi nel vuoto al morire bruciati; e in subordine va a una riflessione di David Foster Wallace, che si trova a pag. 927 di Infinite Jest (nell’edizione Fandango), in cui si fa un parallelo coi suicidi in generale. Parole, quelle dell’americano, che acquistano un peso e un senso diverso se lette oggi, alla luce del suo suicidio, che per la sorella fu causato da “un cancro dell’anima”, e che sono anche un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

“La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

Perdersi

giugno 1, 2017

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato. (more…)

de me fabula narratur

maggio 29, 2017

autogr

Per un esordiente, la promozione del proprio libro è un momento inebriante, una giostra di complimenti e felicitazioni da cui non si vorrebbe mai scendere. Nel giro di poco tempo passi dall’essere l’ultimo degli everyman a firmare autografi come una star, e tra festival, recensioni e interviste hai l’impressione che tutta Italia parli di te, ti cerchi, ti desideri.

Del mio primo romanzo si parlò in una trentina di recensioni su carta e circa altrettante in rete, oltre a diverse interviste e qualche passaggio televisivo, tipo Marzullo e Unomattina sulla Rai, il TG 5 notturno e un dibattito sulla lingua a Class Tv. Lo presentai nelle maggiori città, ma l’accoglienza più calorosa la ricevetti in provincia, dove l’offerta culturale è meno ricca e la presenza di uno scrittore è vissuta come un evento. (more…)