Archive for the ‘riflessioni’ Category

“élite”

marzo 15, 2017

som

Ieri ho letto una dichiarazione curiosa del portavoce della Casa Bianca. Questi, per spiegare che le accuse di Trump a Obama non andavano prese alla lettera, ha detto che “il Presidente ha usato la parola intercettazioni tra virgolette“. Riferisco questo episodio non per opinare su fake news e post verità, che l’hanno già fatto e meglio di me tante altre persone, quanto perché la ricca polisemia delle virgolette si lega nel mio caso a una vicenda istruttiva occorsami tre anni fa. (more…)

i capolavori minori

marzo 14, 2017

morge

Quando vivevo in centro a Monza andavo sempre a far la spesa al Gigantino, un supermarket molto fornito a pochi metri da casa mia. Mi piaceva soprattutto il suo nome, che cercava di ridimensionare un superlativo, come se di uno alto 159 si dicesse che è un “nanone”. Il Gigantino faceva parte di una catena di enormi mall sparsi nella pianura padana, anche se in genere si trovavano fuori dai centri abitati, proprio a causa dei grandi spazi necessari per il capannone e i parcheggi. Il Gigantino di Monza invece stava in centro, dove gli spazi liberi sono giocoforza più ridotti, e per questo motivo si era ristretto sia nelle dimensioni che nel nome con cui lo si indicava.

Anche in letteratura ci sono i Gigantini, e sono i libri che preferisco. Fuga e fine di Joseph Roth è uno di questi. Sfrutta il nome di un gigante del Novecento, ma è più una specie di autobiografia conto terzi, quella di Soma Morgenstern che era un caro amico di Roth, come se il galiziano in fondo fosse solo un prestanome, un pretesto per parlare della solitudine centrale del proprio io. Non è un capolavoro perché gli mancano le intemperanze, la spudoratezza, la dismisura dei capolavori, ma è un libro dolceamaro, a volte rancoroso, altre volte triste e saggio, che parla della difficoltà di vivere all’ombra di un genio, un libro che non si fa dimenticare e ti fa voler bene al suo autore.

i luoghi, lo spazio, lo spirito

marzo 3, 2017

sedieL’arredamento è una forma indiretta di culto della personalità“, sosteneva l’anglista innominabile (per i superstiziosi). Non lo so. Io ci vedo più una visione del mondo, magari ignota anche al proprietario. Con la mia ex olandese ci scontrammo un po’ su come arredare la casa comprata assieme. Quella precedente, che era in affitto a nome mio e che lei aveva trovato già fatta, se la fece andar buona perché non la sentiva sua, però quando iniziammo a fare progetti e trovammo quella giusta pretese a ragione che rispecchiasse anche il suo gusto. Da brava architetta minimalista la voleva essenziale, francescana, priva di quei minimi confort che io avevo sempre considerato indispensabili, come per esempio i comodini. Non ci fu verso di farle capire che i comodini si chiamavano così per un motivo, e che un letto senza comodini ci avrebbe costretto ad appoggiare per terra tutto, medicine, sveglia, lampada cellulare, i libri che leggevamo, per cui alla fine abbozzai avendo avuto prima in cambio il via libera al mio secretaire biedermaier, che lei considerava pretenzioso. Su una cosa però ci accordammo presto: la panca di un teatro in un angolo del soggiorno. Le prime volte che la vidi in casa avevo storto un po’ il naso, perché era talmente conciata che sembrava appena raccolta da un cassonetto, poi una domenica fummo invitati dal suo capo, l’architetto Aldo Cibic, che viveva in una mega villa palladiana da qualche parte nel vicentino. Lì notai una fila di sedie in legno di un vecchio cinema, e lei mi disse “chissà quanta gente vi si è seduta, quante emozioni“. Pensai alle occhiate scambiate nel buio, ai baci, ai pianti, alle risate, ai sogni ad occhi aperti, ai primi approcci, a tutto quanto provoca la visione collettiva di un film in un cinema, e cambiai idea. Forse è per lo stesso motivo che visito le case degli scrittori, i luoghi cari, non voglio arrendermi al fatto che non ci sono più luoghi ma solo spazio, un enorme spazio vuoto, misurabile, uniforme, inerte, senza la minima traccia di memoria e di spirito.

chi perde vince

marzo 1, 2017

yop

Quando il cardinale Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII) chiese a Pietro Bernini se non gli spiaceva d’esser superato nell’arte dal giovanissimo figlio Gian Lorenzo, che già dimostrava un talento eccezionale, il vecchio scultore rispose bruscamente: “Non me ne curo niente. Sappia Vostra Eminenza che in quel gioco chi perde vince“.

Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

cortazar-en-ginebra-1955

Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

un Caravaggio inedito

gennaio 23, 2017

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Allora, succede questo. L’altro giorno rispolvero un mio vecchio taccuino, addirittura del 2002/2003, e in mezzo a pensieri patetici e lacrimosi, perché mi ero appena separato, ho trovato alcuni appunti su una bella mostra che vidi all’anteprima per la stampa, dato che in quel periodo scrivevo per le pagine culturali del quotidiano La Sicilia. La mostra si intitolava La Celeste Galeria, si svolgeva a Mantova, e ricostruiva la mitica collezione d’arte che i Gonzaga raccolsero nell’arco di più di un secolo e che venne venduta e smembrata nel 1626. In sintesi era esposta una specie di antologia, 200 quadri riuniti sui 2000 che furono un tempo. (more…)

far parlare i libri

gennaio 15, 2017

voyage

Quanti anni sono passati? Diciotto, diciassette? Molti di sicuro, eppure nonostante le tante trasmissioni di libri che si sono succedute alla RAI, quelle di Baricco sono rimaste insuperabili, forse anche in termini di ascolto, oltre che di qualità. In confronto, i programmi di Augias tipo Babele sono vecchi e polverosi come un materasso abbandonato per strada. Quello che aveva di bello e vivo Totem era che non parlava di libri, come succede in tutti gli altri, ma faceva parlare i libri. Potrà sembrare una formuletta vuota, un’inversione furba ma insensata “far parlare i libri” anziché “parlare di libri”, e invece è esattamente quello che gli riuscì e che ora sembra impossibile ripetere. Come esempio basta rivedere questo pezzo del programma, quando lui, Gabriele Vacis e Stefania Rocca declamarono (non lessero) un brano famoso del Viaggio al termine della notte, quello americano su Molly, con le tre voci che si inseguono e rettificano a vicenda pescando da traduzioni diverse.

tipi di case

dicembre 19, 2016

meerror

Com’è la sindrome di Colombo? Che tu cerchi una cosa e alla fine ne trovi un’altra che ti interessa di più? Beh, ieri sfogliavo un mio vecchio taccuino alla ricerca di una citazione, quando mi sono imbattuto in un indirizzo: via fratelli Bandiera 23. C’era scritto solo il nome della strada e il numero civico, ma io sapevo a cosa si riferiva, cioè a quale città e a quale persona, così sono andato a riguardarmelo su street view di Google Maps e sono stato travolto dai ricordi. Era il 2006, dieci anni fa esatti. Lì, in quel palazzetto di Brescia a dieci minuti a piedi da piazza della Loggia abitava una ragazza che mi piaceva da morire. Non era una bellezza canonica. Era bionda e con un seno procace, ma aveva il naso aquilino, portava l’apparecchio come un’adolescente e camminava un po’ curva, e tuttavia la trovavo incredibilmente sexy. Nella stessa pagina del taccuino annotai che alle due di notte del 20 ottobre 2006 eravamo a letto svegli in quella casa quando ci fu il terremoto dalle parti del Lago di Garda. Ricordo che avevamo appena fatto l’amore sul suo futon e ci stringemmo un po’, ma più per scherzo che per paura. La terra non aveva tremato molto, e comunque ero a letto abbracciato a lei, cosa mi poteva capitare di brutto? Il nostro fu un rapporto davvero tellurico, pieno di scosse improvvise e assestamenti precari, tanto che ci prendemmo e lasciammo diverse volte, e il tutto durò al massimo un anno. Un giorno scoprii che aveva un blog semiclandestino tipo diario, su cui scriveva del piacere di correre, la sua passione, o di manifestazioni per i diritti delle donne, o dell’oroscopo di Rob Brezsny o di problemi sul lavoro, che non capii mai bene quale fosse però c’entrava con l’ambiente, ed io lo seguivo di nascosto anche se non parlava mai di me. Fra noi c’era una grande attrazione fisica, la notte i nostri corpi nudi si cercavano e parlavano con estrema naturalezza, come se non avessero desiderato altro per tutta la vita, ma appena fuori dalle lenzuola calava un gelo implacabile. I suoi begli occhi azzurri, così fiduciosi e brillanti di fronte ai miei nella penombra, alla prima luce del sole si spegnevano, e quando incrociavano i miei esprimevano indifferenza e a volte fastidio, come fossi un estraneo importuno da liquidare al più presto. Io non mi spiegavo quella schizofrenia, la nostra intesa orizzontale e il suo mutismo ostile al risveglio, poi quando cambiò casa capii. Era un appartamento in affitto su due piani, proprio come il precedente. Le piacevano così, cucina e soggiorno sotto e zona notte mansardata con bagno sopra. Lei era molto impegnata in circoli femministi, lotte per la parità di genere e l’emancipazione, ma la notte voleva l’uomo tradizionale, il maschio alfa, amava la sottomissione, con posizioni e turpiloquio che la facessero sentire presa, più che compresa. Le case in cui abitava riflettevano le sue due anime, e di giorno cambiava atteggiamento nei miei confronti perché non riusciva a vedermi come il complice di un gioco innocuo ed eccitante, ma come il testimone scomodo di una debolezza imbarazzante. Forse è da allora che faccio attenzione alle case degli scrittori o degli amici. Spesso i dettagli architettonici illuminanti sulla personalità di chi ci vive non sono così evidenti ed eloquenti, ma ci sono, bisogna solo osservare con attenzione. Come le case di Dostoevskij, che sceglieva sempre ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, come notò qui Mario Vargas Llosa.

Ginevra

dicembre 15, 2016

pattern natura

La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice. Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)