Archive for the ‘spigolature’ Category

Relief

settembre 12, 2018

spoerri

Le tavole di Daniel Spoerri mi son sempre piaciute. Avessi avuto la bacchetta magica gliene avrei commissionata una per l’ultima cena con Borges e mio padre. Che bell’idea ebbe, così semplice, prendere una cosa orizzontale e disporla in modo verticale, giusto fissando i singoli oggetti perché non cadano. Come immortalare un momento sociale e allo stesso tempo suggerire un altrove, invitare a interrogarsi su come si era svolta quella riunione dal solo esame dei resti sul tavolo, le tracce di rossetto sui mozziconi di sigaretta nel posacenere, la disposizione delle posate e dei piatti, chi mangiava cosa ecc. E poi il nome, relief, che in francese sta sia per “resti” che per “rilievi”, come un bassorilievo. Sculture insomma, che immortalano i nostri “avanzi”, cosa resta di noi dopo che ce ne siamo andati, dopo aver pagato il conto delle nostre scelte.

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Scuse bifronti

settembre 4, 2018

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Il movimento #metoo non mi piace per diverse ragioni: la scarsa autorevolezza delle sue paladine, il principio ispiratore della presunzione di colpevolezza dei molestatori, i processi sommari e le condanne esemplari basate su accuse di episodi risalenti anche a decenni prima, espresse con un tweet o in un’intervista, il rifiuto del garantismo come “una cosa antiquata, ottocentesca” (Asia Argento dixit), e gli odiosi boicottaggi nei confronti dei cineasti più chiacchierati come Woody Allen. C’è un fanatismo religioso in questo femminismo dei cancelletti che mi spaventa e preoccupa, perché ambisce a essere prescrittivo erga omnes, cioè anche nei confronti di chi non la pensa in quel modo. È il caso del recente annuncio di Amazon Prime di non voler più distribuire l’ultimo film di Allen (A rainy day in New York), a causa del sospetto che grava da anni sulla sua persona di aver molestato una figlia adottiva, cosa per la quale peraltro non fu mai condannato.FB_IMG_1536265343461 Di fondo c’è l’illusione di poter normare dei rapporti in cui regna l’ambiguità, e le illusioni sono pericolose perché prive di difetti, come lo slogan It’s a dress not a yes, rivolto agli uomini che scambiano un vestito scollato per un via libera. E’ impossibile determinare con precisione e previamente la volontà di due adulti consenzienti che stanno per scopare. Quell’ambiguità, quella zona grigia e inesplorabile è la ragione di tanti fraintendimenti ma anche dell’attrazione irresistibile che ci spinge gli uni verso gli altri. Di più, quell’ambiguità è qualcosa di costitutivo e ineliminabile. Come pare che dicesse sempre quel sex symbol di Sean Connery alle sue Bond girls poco prima di girare una scena di nudo: “scusa se mi eccito, e scusa se non mi eccito“.

mani di donna

settembre 3, 2018

mani crivelli

Le mani di donna più belle in assoluto, le mani femminili per antonomasia, le mani della donna ideale per me, che io indicherei come perfette, talmente eleganti, sottili e nervose da non sembrare vere, con le dita quasi disarticolate, che pare disegnino nell’aria fitti e raffinatissimi arabeschi floreali alla William Morris, beh, quelle mani lì le ha dipinte più di mezzo secolo fa un pazzo, ma un pazzo vero, quello scappato-di-casa di Carlo Crivelli, un pittore rinascimentale cresciuto nella bottega patavina dello Squarcione, che era piena di talenti come il Mantegna, e infatti i suoi allievi li pigliava tutti piccoli, poveri e geniali come l’amichetta della Ferrante; ebbene questo scapestrato del Crivelli ha disseminato in varie cittadine del Veneto e delle Marche parecchie sue madonne con le mani bizantine, a forchetta, per esempio quella della rondine o l’angelo annunziante di Sant’Emidio, ma quelle mani non sono soprannaturali, giuro, esistono davvero, e secondo me la femminilità, la sua essenza più intima, è proprio questa cosa qui, una grazia effimera, un segreto ineffabile che noi maschi fatichiamo a credere possibile, come se non appartenesse a questa terra, all’anatomia di un essere umano, alla vita di tutti i giorni, come se non fossero di un nostro simile, e invece un bel giorno all’improvviso te le ritrovi davanti, proprio di fronte a te, al bar, due mani giovani e diafane che ti servono un caffè come fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo.

La solitudine dei numeri primi

settembre 1, 2018

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stocazzo

agosto 27, 2018

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Una settimana fa vado a farmi gli esami del sangue alla BIOS. L’impiegata all’accettazione mi consegna circa sette fogli, tra i quali il documento per il ritiro dei referti on-line. L’altra sera vado a controllare, esce “accettazione con pendenza amministrativa”. Errore. Riprovo. Niente, non va. Prendo i fogli, leggo. Se esce pendenza amministrativa,  significa che hanno dovuto fare accertamenti. Dovrò pagare un’ulteriore somma e poi potrò ritirare i miei esami. Per entrare nel sistema “ritiro referti on-line” mi ci sono volute tre password. Stamattina, ore 7.30, vado al centro medico. Arriva il mio turno, porto i sette fogli (tutto, per sicurezza) e la signorina mi chiede l’unico sul quale avevo segnato la terza password: STOCAZZO. Scritto bello in grande, con la penna blu. Mi viene un attimo di sudore, magari deve solo controllare un dato. Mi guarda, male. La password? Voglio diventare suo amico, magari capisce. Inserisce la password e chiama la sua collega. Si mettono in due, con il foglio davanti. E provano. Con STOCAZZO. Le guardo rilassato, con circa ottanta anziani dietro che mi vogliono morto. In questa bella atmosfera arriva il medico, si appoggia al bancone, chiede una cosa alle due impiegate. Intanto, il foglio giace aperto sopra al mouse. STOCAZZO sta diventando immenso. La signorina stampa i miei risultati. Me li consegna. La collega torna al suo posto. “E mi raccomando, guardi che questa è la password che le servirà per ritirare tutti gli esiti dei prossimi esami”. Esco. Da lontano, le voci di tutti gli anziani, che parlano a bassa voce dell’accaduto, ripetono in coro una sola parola.

collegamenti (di New York)

agosto 25, 2018

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Tanti anni fa i collegamenti da New York, nel telegiornale serale della Rai, erano fatti da un ufficio su un piano alto di un grattacielo. L’inquadratura fissa dall’alto in basso riprendeva il mezzobusto che parlava e sullo sfondo, alle sue spalle, grazie al fuso orario si scorgeva un incrocio di Manhattan in pieno giorno molto trafficato. Io guardavo sempre con attenzione quei collegamenti. Non sognavo di vivere nella Grande Mela, m’incuriosivano solo quelle vite parallele, quel presente negletto e differito composto da tante figurine che si agitavano per strada: la calca dei pedoni sui marciapiedi, gli autobus e le macchie gialle dei taxi che attraversavano l’incrocio, quelli ignorati dal giornalista in primo piano e sbirciati distrattamente dagli spettatori in diretta. Avrei voluto saperne di più, prenderne una a caso, magari la cabriolet che svoltava l’angolo in quell’istante ed entrava nel cono d’ombra, per seguirla, scoprire chi la guidava, come si chiamava, dove stava andando. Pensavo fosse ingiusto che la stragrande maggioranza dell’umanità esistesse solo ai margini del campo visivo generale, considerata giusto in termini statistici di numero, di specie, come formiche e non come singoli individui ciascuno con le sue irriducibili peculiarità e la propria storia. La mia era un’attenzione interessata perché sapevo di appartenere a quella massa anonima, ma in qualche modo sentivo che se avessi prestato attenzione a una di quelle storie, quell’attenzione mi sarebbe stata restituita, e oltre alle sorprese che ogni storia porta con sé, forse avrei anche scoperto che quella persona apparentemente estranea e lontana da me migliaia di chilometri in realtà mi riguardava. Come nel film I tre giorni del condor, che vidi con mio padre una domenica pomeriggio del 1976. Nel buio della sala mi ero identificato con Robert Redford, avevo desiderato di diventare come lui, idealista ma anche scaltro, tanto da sfuggire a un sicario esperto che aveva ammazzato tutti i suoi colleghi, facendo una cosa rischiosa che però poteva salvarlo: salire sull’auto di una sconosciuta incontrata per caso in un negozio ed entrare nella sua vita.

 

bracconiere di parole

agosto 21, 2018

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Andammo a una festa fuori città e lui si mise a parlare tutta la sera con una, poi le demmo un passaggio e portarono a casa prima me “perché sei di strada”

quando piove

agosto 19, 2018

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Sono tre giorni che qui a Roma piove il pomeriggio, e quando ci sono giornate così – di vacanza ma piovose, grigie, con gli alberi che si scrollano di dosso le vampe dell’estate, i tuoni e i lampi per il cielo – pare che da chissà dove zampetti su una specie di felicità che è quella della tana: il senso di protezione dalle intemperie, il sollievo dell’aria che s’ha da cagnà, il ticchettio delle gocce sul vetro e un libro che ti racconta la sua storia mentre, di tanto in tanto, gli occhi vanno alla finestra e s’incantano di fronte a tutta quell’acqua che viene giù.

Weird art

agosto 10, 2018

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Questo quadro esposto al Kunsthistoriches museum di Vienna s’intitola Il coraggio delle donne persiane, è opera del pittore fiammingo Otto van Veen (che fu maestro di Rubens) e risale alla fine del XVI secolo. Si riferisce a un episodio narrato da Plutarco: nella battaglia con i Medi i persiani battono in ritirata, ma le loro donne bloccano l’ingresso della città rimandando gli uomini a combattere e chiamandoli codardi. Il tutto accompagnato dall’esibizione delle pudenda, come a dire “o combatti, o questa non la vedi più manco dipinta” (al limite i posteri, grazie a Van Veen).

Libri letti coi piedi

agosto 8, 2018

ruecambodge

Quando passeggio per Parigi mi accorgo che il mio inscape, la mia mappa mentale, somiglia un po’ a quella di Tokyo, in cui le vie non hanno nome, ma l’indirizzo viene costruito basandosi su alcuni punti di riferimento molto personali, nel mio caso artistici e letterari. In un certo senso, la fabbricazione dell’indirizzo diventa più importante dell’indirizzo stesso, è a tutti gli effetti l’indirizzo e insieme un mio indirizzo, che ho fatto io ma che resta valido per tutti. Allora i tempi e le generazioni si sovrappongono e rue de Saints-Peres diventa la strada dell’ospedale dove morì Modigliani e dell’editore di manualistica da cui la madre di Rimbaud comprava i libri che spediva a suo figlio in Africa, sebbene entrambi quei punti di riferimento oggi non esistano più. In rue Lepic invece incontro Vincent Van Gogh appena uscito dalla casa del fratello, che si offre di ritrarre per pochi franchi la fidanzata americana di Céline, mentre qualche metro più avanti Dalida scrive la sua lettera di addio senza ripensamenti. E a Milano, in un piccolo giardino nascosto di largo Rio de Janeiro, Lucio Battisti e Gadda  provano una canzone d’amore. In sintesi, io vivo la città, che sia Parigi, Roma o Milano, come un reticolo di storie e citazioni, un libro da leggere con i piedi, fatto di architettura e memoria che nel loro intrecciarsi e svolgersi vogliono assicurare la circolazione e l’osmosi di questi significanti.