Archive for the ‘spigolature’ Category

Grande Bucchi

luglio 23, 2018

bucchi

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idem con patate

luglio 20, 2018

mc

Oggi ero in coda in un McDonald’s dietro a uno sconosciuto, e quando è arrivato il mio turno alla cassa ho detto “idem con patate”.

Le venature

luglio 17, 2018

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La lingua delle cose mute, la parola che il prigioniero di Borges cerca di decifrare nelle macchie del leopardo, parla attraverso figure bizzarre ed è una sorta di profonda venatura che “si scorge dappertutto: sulle ali, sui gusci d’uovo, sulle nuvole, nei cristalli e nelle formazioni rocciose, sulle acque che ghiacciano, nella struttura interna e nell’aspetto esteriore delle montagne, delle piante, degli animali, negli astri del cielo, sulle lastre di pece e di vetro che vengono toccate e colpite, nella limatura intorno a una calamita e nelle singolari congiunzioni del caso”; come una connessione che regola il loro disporsi e intrecciarsi, vedersi l’un l’altra e in qualche modo parlarsi, come dice Novalis nell’attacco del suo romanzo filosofico I discepoli di Sais.

come nel mezzo di una conversazione

luglio 16, 2018

Cristina Campo Im

Di mio padre continuo a ripetermi: “È morto con tale amabilità, come nel mezzo di una conversazione…” Tutta la sua grazia, tutto il suo ritmo era riaffiorato nelle ultime settimane: tratti deliziosi, di altri tempi, e nel mezzo del martirio una nonchalance mondana. Come baciava la mano della sua infermiera – una vecchia signora – dopo ogni crisi, scusandosi. Come lodava il mio viso quando lo vedeva vicino  (e i suoi occhi di un incredibile azzurro si restringevano in un’estrema, in una severa attenzione). Come anche il suo amore per mia Madre aveva ripreso le forme della giovinezza, di quel tempo elegante, ardito. Ricordava di continuo la sua bellezza, la sua innocenza – e certi motivi musicali che li avevano legati…Amore di morente cavaliere, che mi faceva rabbrividire. Mi scusi. A nessuno scrivo queste cose. Mi sento assai male ed è difficile anche, con il cuore a pezzi, resistere tutto il giorno per non contagiare chi già tanto ha sopportato. Vorrei scrivere: versi, credo… Ma debbo cambiare casa, cercare casa, al più presto. Ho girato tutto l’Aventino per il meraviglioso silenzio che vi regna e soprattutto per essere più vicina a quel punto – nell’Abbazia di Sant’Anselmo – dove i miei l’ultima volta si riposarono circondati di una bellezza e di un amore perfetti.Guido_Guerrini

[Ciò che amo e insieme ciò che a volte mi indispone nella scrittura di Cristina Campo sta tutto in questa breve lettera ad Alessandro Spina (edita da Scheiwiller), scritta una domenica del 1965. A tratti è irritante la sua eleganza rarefatta, da tarocchi, parlando di un’agonia col mignolo alzato, la morte con nonchalance del padre, “come nel mezzo di una conversazione”. Sarà che io l’ho vissuta in modi molto diversi, tutto tranne che eleganti. Poi però arriva la confessione, secca, dispiaciuta, che tradisce l’imbarazzo, il timore di aver ecceduto nella confidenza e di aver importunato il suo interlocutore con un’intimità eccessiva: “mi scusi. A nessuno scrivo queste cose”. Un’altalena di sentimenti, ammirazione ed estraneità, riconoscimento e sorpresa, quel pudore estremo che commuove come l’ammissione di una debolezza congenita, di un’incapacità umana, il rifugiarsi nella bellezza per proteggersi dalla violenza e dall’orrore del mondo; e poi il ricordo della giovinezza come di un tempo elegante e ardito, io che da ragazzo fui timidissimo e goffo come molti miei coetanei, e ancora il desiderio di stare vicino ai suoi, là dove furono felici, come un omaggio postumo e un voto, che è un po’ anche il mio assillo…]

La lingua degli incontri

luglio 13, 2018

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Quando sei in autobus e fai un tratto di strada insieme a una sconosciuta che ti attrae, e la guardi cogliendo il profilo del suo collo, l’arco delle sopracciglia, il movimento della sua spalla, i tuoi sensi vengono turbati per un istante. È l’incontro con la donna miraggio, la Dora Markus che si può conoscere solo in parte, destinata a non essere colta, ma a restare impressa ispirando con la sua sola parziale apparizione. Poi quella donna esce dall’autobus e dalla tua vita ma quello che hai provato in quei momenti, quell’occhiata a una completa estranea che non ti riguarda e che molto probabilmente non rivedrai mai più, quello è ciò che ti dice di scattare una fotografia.

(liberamente tratto da Cape Light, di Joel Meyerowitz, e da una scommessa fra Bobi Bazlen ed Eugenio Montale)

il bassorilievo e il parcheggio selvaggio

luglio 7, 2018

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Questo è il portico di San Lorenzo in Lucina. Tutta la piazza è un’area pedonale del centro di Roma da più di vent’anni, ma il portico della chiesa dovrebbe essere off limits per ogni mezzo, e invece qualcuno lo scorso weekend l’ha usato come un parcheggio per il suo Volkswagen Touran blu, infischiandosene perfino dell’adiacente stazione dei carabinieri. Vicino alla portiera del guidatore c’è un bassorilievo che volevo fotografare. A Roma se vuoi fotografare qualcosa di pregio spesso ti tocca mettere in conto la presenza di un’automobile, ormai son dappertutto. Basta perlustrare il centro storico con google streetview per accorgersi che ogni angolo ne ha una, a differenza del resto del mondo, dove tendono a sparire come un elemento di disturbo sia ambientale che estetico. Ricordo che di recente, alla presentazione alla stampa di una specie di fuori Salone dell’audiovisivo nella capitale, si parlò addirittura di organizzare un drive in al Colosseo, illustrando l’iniziativa con un rendering pieno di gente in auto che guardava un film proiettato sullo sfondo dell’anfiteatro Flavio. Poi forse qualcuno avvertì gli organizzatori dell’assurdità, e per accontentare gli ecologisti corressero il rendering sostituendo le macchine normali con auto elettriche di uno sponsor energetico. Ad ogni modo, il proprietario di questa monovolume nel portico di San Lorenzo in Lucina probabilmente non sapeva che quel bassorilievo con tre figure non è uno dei tanti che tappezzano i muri delle chiese di Roma, ma ha una storia degna di nota che coinvolge grandi artisti. 19428957993_d3a513b6f0_bInfatti lo realizzò nel 1822 Pietro Tenerani, uno scultore di fama con l’atelier in piazza Barberini che fu allievo del danese Bertel Thorvaldsen, e proprio lì lo vide Giacomo Leopardi nell’ottobre 1831, cioè nove anni dopo, quando gli fece visita assieme all’amico Antonio Ranieri. A quell’epoca i due si erano appena trasferiti a Roma da Firenze e vivevano in un appartamento di “tre belle stanze a fronte strada” in via delle Carrozze 63, un indirizzo che però non coincide con la numerazione attuale, dato che secondo Ranieri uno degli usci di casa “dava in via dei Condotti”. Il bassorilievo, che in realtà è il monumento funebre di Clelia Severini, era stato commissionato a Tenerani dall’avvocato Giuseppe Severini per commemorare la figlia morta a soli 17 anni. Essendo deceduto lo stesso Severini prima della consegna dell’opera, il bassorilievo rimase a lungo nella bottega dello scultore, dove appunto lo notò Leopardi. Il poeta ne fu molto colpito, forse perché fresco reduce dalla delusione d’amore per Fanny Targioni Tozzetti, e infatti scrisse, in una lettera a Carlotta Lenzoni de’ Medici (l’unica donna che lo amò senza essere ricambiata), che lo trovava “pieno di dolore e di costanza sublime”, tanto da ispirargli in seguito una delle sue Canzoni Sepolcrali (“Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi”). La scena, seppur risolta da Tenerani con gesti asciutti e misurati, è quella straziante dell’addio ai genitori. La madre della defunta volge gli occhi al cielo come in una muta preghiera, mentre il padre affranto reclina il capo sul petto e non ha la forza di guardare la figlia. Il cagnolino, rizzandosi sulle zampe posteriori, pare implorare Clelia di restare, ma la giovane, in piedi al centro della composizione, sta per sfilare la mano sinistra dalla destra paterna, suggellando così la sua dipartita. Più o meno la stessa che ho augurato al proprietario del monovolume lo scorso weekend.

 

tempo

luglio 6, 2018

Sony Awards

Dal non far nulla perché tanto c’è tempo, al non far nulla perché ormai non c’è più tempo.

il luogo dell’origine

luglio 5, 2018

lip

“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.”

(Rainer Maria Rilke, con la sua vita errabonda, sempre in movimento da una città all’altra, chissà dove trovò la sua origine)

a poco a poco l’apocalisse

luglio 4, 2018

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Sono i primi di luglio e io già sogno una glaciazione. La glaciazione è bella. La glaciazione è fresca. La glaciazione ci ha restituito i mammuth intatti. Non può essere brutto qualcosa che ti restituisce i mammuth intatti. “Passami il mammut”, dice senz’acca l’elettricista tutto sudato al suo assistente, indicando un affarino di plastica che serve per la giunzione di cavi elettrici qui in ufficio. Scrivere news per un sito non è così lontano dalla letteratura come si crede, sempre che funzioni il condizionatore d’aria. Per esempio Lorem ipsum. Che io trovo un titolo bellissimo da romanzo, abbastanza vago ed evocativo da attrarre anche un lettore esigente, un titolo che potrebbe alludere all’horror vacui, o a un’esteta disimpegnato. Lorem ipsum è l’incipit di un testo latino assurdo, un testo riempitivo usato dai controllori di bozze per valutare l’impaginazione grafica di una pagina (cartacea o web) senza farsi distrarre dal significato. Già, il significato non è tutto, a volte distrae, e può addirittura corrompere, ricattare, sporcare la purezza e l’innocenza della musica verbale, ecco perché mi piacciono tanto le filastrocche infantili, solo suono e ritmo la cui verità non ritiene più alcuno scrupolo di verosimiglianza. Pare che Lorem derivi da dolorem. Amputando la prima sillaba, rendendo la parola acefala la si è liberata dall’obbligo di avere un senso, di voler dire qualcosa. E breadcrumb? La tecnica di navigazione in rete per tener traccia della propria posizione? breadcrumbSta per mollica di pane, dalla fiaba di Pollicino dei fratelli Grimm, per orientarsi nel mare magnum dei siti e dei portali. Letteratura quindi, e della più nobile. Che caldo.

Una vita per la letteratura

luglio 3, 2018

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Questa è una pagina dell’autobiografia di Roland Barthes (Barthes par Roland Barthes, écrivains de toujours, Seuil). Mi ha colpito perché in poche parole dà il senso di una vita consacrata ai libri, una vita vissuta in parallelo con la letteratura e con uno spirito guida letterario che fa un po’ da bussola. Mentre io cominciavo a camminare, Proust era ancora vivo e stava terminando la Recherche. Capisci poi perché negli anni 70 fu chiamato dalla trasmissione radiofonica francese Un homme, une ville a ripercorrere i luoghi proustiani, dove visse, le case dei suoi amici, quelle dei personaggi del suo capolavoro. Ed io? Chi prenderei come esempio? Chi sarebbe il mio Proust? Quello che mentre giocavo a nascondino realizzava il suo capolavoro? Borges?