Racchette

novembre 29, 2018

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Questa è una racchetta da pallacorda dipinta dal Tiepolo ne La morte di Giacinto (Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid). Sembra una Donnay Allwood, come quella che usava Bjorn Borg, o una Wilson, insomma quelle racchette da tennis che ora espongono i negozi chic di abbigliamento sportivo per far credere che hanno una tradizione. Roba vintage insomma, di fine anni 70 o primi Ottanta. Invece la racchetta è del XVIII secolo, e probabilmente Caravaggio ne adoperò una simile il fatidico 28 maggio 1606 (cioè circa un secolo prima) contro Ranuccio Tomassoni da Terni, poco prima di ammazzarlo.

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In senza Out

novembre 28, 2018

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A me piace molto il prefisso “in” con valore negativo o privativo. Mi piace la sua furba allusività, l’ironia snob, il finto understatement, mi fa l’effetto di una piccola litote o dell’antipasto di una litote. Noto inoltre che lo usano spesso e in modo originale soprattutto autori settentrionali come Guido Morselli (inescusabile, insuscettibile, incontroverso) e Giorgio Manganelli (incongeniale, inaggettivabile), a volte addirittura preceduto da una negazione (“la parte del reprobo non mi è incongeniale” – e qui la litote ci sta tutta).

la malattia della casa

novembre 24, 2018

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In questo palazzetto giallo abitai per quasi tre anni, dal primo gennaio 2000 a fine novembre 2002. Vivevo in un appartamentino di 50 mq situato al primo piano sopra la farmacia. L’edificio non disponeva di un’entrata propria, vi si accedeva dal portoncino del palazzo grigio sulla destra. Il suo maggior pregio era l’ampio soggiorno, ideale per ricevere amici e far festa, ma il resto della casa era minuscolo: un bagnetto con vasca-tinozza in cui si stava solo rannicchiati, un cucinotto indipendente seppur ridotto ai minimi termini, e una camera da letto essenziale ma con l’affaccio verso l’interno, quindi molto silenziosa. In più c’era un balconcino che dava sulla strada principale di Monza, via Vittorio Emanuele, nei pressi dell’area pedonale e del ponte romano. Il palazzetto risaliva al Seicento, e infatti, durante i lavori di ristrutturazione delle cantine, in un’intercapedine furono trovate delle lettere di credito coeve appartenute a un usuraio. Io e Nicole – la mia fidanzata olandese, la mia prima convivenza – a volte ci scherzavamo su, riferendoci alla tirchieria del padrone di casa, come se fosse una tara genetica trasmessasi attraverso i secoli e le generazioni dei proprietari di quelle mura.

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A quel tempo io gestivo un negozio a 200 mt da casa, in via Carlo Porta, lo raggiungevo a piedi e l’auto la usavamo solo la sera o nei weekend, per vederci con gli amici di Milano. Nicole lavorava in uno studio di architettura in corso di porta Nuova, prendeva il treno diretto alla stazione Garibaldi e in pochi minuti era arrivata. I soldi per fortuna non ci mancavano, poi condividevamo tante passioni, dai libri alle mostre d’arte, e avevamo un sacco di progetti per il futuro, sembrava tutto così a portata di mano. Quando nel 2002 lasciammo quella casa in affitto per trasferirci in un trilocale di via Toti acquistato col mutuo, lo facemmo perché ci serviva una camera da letto in più, volevamo un figlio. Io ero alla mia prima convivenza e non avevo dubbi che sarebbe stata anche l’ultima, invece il nostro soggiorno nella nuova casa durò soltanto pochi mesi, e da tre che speravamo di diventare alla fine ci rimasi solo io. Ricordo che al rogito Nicole aveva detto che quello era un legame più forte del matrimonio, dato che il mutuo sarebbe durato 25 anni e noi stavamo per compierne 40, ma poi finì che s’innamorò di un altro e il nostro vincolo indissolubile si sciolse come neve al sole.

brauNon so chi abita ora in quell’appartamento di via Vittorio Emanuele, e non credo che ci rimetterò mai più piede. Il coraggio di chiedere a uno sconosciuto di farmi entrare lo trovo solo per le case degli artisti che amo, non per le mie. Però è un peccato che con le case ci si lasci sempre così, in modo brusco e definitivo: si riconsegnano le chiavi e via, ognuno per la propria strada senza neanche voltarsi, come con un’ex diventata insopportabile. Le case sono contenitori di storie, la nostra memoria più duratura e preziosa, forse anche per questo si chiamano “stabili” gli edifici che le ospitano. Di recente, leggendo Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel, ho scoperto una bella consuetudine cinese che non conoscevo. Pare che questa usanza fosse ancora viva ai tempi in cui lo storico francese scrisse quel saggio (gli anni 70), e in sostanza consentiva all’ex proprietario di una casa di poter tornare a visitarla in qualunque momento volesse. Scommetto che in cinese è come per l’inglese e il tedesco, cioè che la parola “nostalgia” ha a che fare con la casa, come in “homesickness” (la malattia della casa) o in “heimweh” (il dolore per la casa).

Coincidenze?

novembre 23, 2018

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Il pentecatto

novembre 16, 2018

++ Dl Genova: è legge, Senato approva con 167 sì, 49 no ++

Gli arrivi

novembre 15, 2018

Trova le differenze

novembre 14, 2018

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leggere una storia

novembre 6, 2018

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«I romanzi sono già scritti; per farli esistere, per dare loro la forma, il corpo, bisogna “strumentarli”; fare uscire la musica dall’aria (la forma dal blocco), e sottrarre, sottrarre, non finire mai … Il romanzo è frutto di privazione: non si tratta di scriverlo, di raccontare una storia, ma di “leggerla”»

(Cesare Garboli, Scritti servili)

happy birthday Tilda

novembre 5, 2018

tilda

La più androgina e trasformista delle attrici in attività, qui in uno scambio d’identità con David Bowie. 

Ecce Gerstl

novembre 4, 2018

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Centodieci anni fa, oggi, questa persona decideva di farla finita. Si chiamava Richard Gerstl, viveva a Vienna ed era un pittore giovanissimo con tutta la vita davanti. A quel tempo e a quelle latitudini il suicidio non era infrequente, soprattutto fra gli artisti, gli intellettuali e le personalità eminenti, non a caso in tedesco suicidio si dice freitod, cioè libera morte, come se fosse la più alta e nobile espressione del libero arbitrio, appannaggio degli spiriti eletti. Vi ricorsero, per citare solo i casi più illustri, Otto Weininger, Georg Trakl, Max Steiner, tre dei quattro fratelli Wittgenstein, oltre a Maria Vetsera e l’arciduca Rodolfo. Gerstl aveva un grande talento ma era ancora poco conosciuto nell’ambiente. La sua arte era insieme vecchia e modernissima, quella di un fauves che s’ispirava a Vincent Van Gogh e anticipava certi stilemi dell’Espressionismo tedesco, in opposizione alla raffinatezza trasognata dei secessionisti come Gustav Klimt, che nell’augusta Cacania andavano per la maggiore e dettavano legge in fatto di gusto. Basta guardare il lampo dell’occhio azzurro in questo autoritratto disperato e beffardo, eseguito poco prima della fine, per capire lo scarto, anzi l’abisso che li separava, ma non fu per questo che si uccise. Più banalmente, Gerstl s’ammazzò per un amore non corrisposto. Lei era Mathilde Schonberg, la moglie di un suo caro amico oltre che vicino di casa, passato alla storia della musica come il padre della dodecafonia. Agli Schonberg Richard stava impartendo delle lezioni di disegno quando tra lui e Mathilde divampò una passione bruciante. Cominciarono allora una relazione clandestina che presto fu scoperta dal compositore nel peggiore dei modi, spingendola così ad abbandonare il tetto coniugale, anche se pochi mesi dopo lei si pentì e ritornò sui propri passi. Gerstl la prese malissimo, e dopo ripetute minacce e suppliche di ripensarci si arrese all’evidenza e si convinse che non avesse più senso andare avanti senza di lei. Così, la notte del 4 novembre scelse d’impiccarsi davanti a un grande specchio nel suo studio in Lichtensteinstrasse 20, non prima però di aver cancellato ogni traccia della sua arte presente in quelle stanze. B1900802T9967103

Forse anche per questa ragione il riconoscimento arrivò tardi, grazie alla determinazione e all’insistenza del fratello Alois che, persuaso del genio di Richard, nei primi anni 30 convinse il mitico gallerista viennese Otto (Nierestein) Kallir ad organizzare nella Neue Gallery la sua prima mostra postuma che lo impose all’attenzione della critica. Infine, con l’esposizione alla XXVIII Biennale di Venezia del ’56, giunse la consacrazione internazionale come uno dei protagonisti dell’arte del suo tempo, tanto che oggi i suoi autoritratti sono considerati tra gli ecce homo più potenti e originali del Novecento.