Proscioglimenti

settembre 23, 2017

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“In ogni caso, quale miglior dono possiamo sperare che l’essere insignificanti, quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo?”  (JLB, Discussione, 1931)

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che fa ombra con la coda

settembre 21, 2017

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A Castelldefels, nel giardino della casa che affittavamo per la villeggiatura, ogni tanto faceva la sua comparsa qualche scoiattolo, e uno di questi un giorno mi si avvicinò timidamente, forse sperando che gli dessi qualcosa da mangiare. In quel momento con me avevo solo un paio di ciliegie a mo’ di orecchini e gliene porsi una, ma lo scoiattolo scappò appena si accorse che mio padre si stava avvicinando. Per consolarmi del mancato incontro, e per scusarsi di averlo causato, papà mi raccontò l’etimologia della parola scoiattolo, dal greco skiuros, “che fa ombra con la coda”, e mi sembrò una cosa così bella che quando vedo uno scoiattolo mi torna subito in mente.

dizionari interiori

settembre 20, 2017

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato. Leggi il seguito di questo post »

inscape

settembre 19, 2017

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Non sapevo cosa fosse l’inscape. E neppure conoscevo Gerald Manley Hopkins, il gesuita vittoriano che coniò questa parola. L’inscape è il paesaggio interiore, ma più la coscienza del paesaggio, che il paesaggio della coscienza, come la montagna Sainte-Victoire per Cezanne.

 

somiglianze

settembre 18, 2017

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Questo è Vittorio Bonanni con suo figlio Huch, di origine cambogiana. Vittorio era il caporedattore culturale a Liberazione. Quando avevo un’idea per un pezzo chiedevo prima a lui se interessava, concordavo le battute, lo scrivevo e infine glielo spedivo per la pubblicazione sul giornale. Per anni il nostro fu un rapporto esclusivamente epistolare, non sapevo che faccia o voce avesse, poi quando mi trasferii a Roma ci incontrammo in un bar e scoprimmo di avere in comune un ragazzino cambogiano: lui suo figlio, ed io il figlio della mia compagna. Non solo, scoprimmo pure che erano stati nello stesso orfanotrofio insieme, anche se per pochi mesi, dato che suo figlio ha sei anni più del figlio della mia compagna. Il dettaglio più curioso, al di là della coincidenza che frega giusto a me, è la somiglianza impressionante fra padre e figlio, come evidenziato da questa foto. Si dice spesso che la paternità è un fatto culturale più che biologico, tant’è che quando un padre scopre di non essere il padre biologico di suo figlio perché la moglie lo tradì, di solito disconosce la moglie e non il figlio, ma forse bisogna ammettere che le due cose sono meno distinte di quanto si creda.

Dediche che avrei potuto scrivere io

settembre 17, 2017

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l’effetto dei dolci carichi

settembre 16, 2017

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Ci sono persone che mi fanno l’effetto dei dolci molto carichi: al primo morso la delizia e l’entusiasmo, al terzo lo stranguglione, al quinto la mappazza.

 

oblivion

settembre 15, 2017

burton

Grandi sono i tesori dell’oblio, e innumerevoli gli ammassi delle cose in uno stato prossimo al nulla: molto di più è sepolto in silenzio di quanto sia ricordato, e i più sterminati volumi non sono che epitomi di quanto è avvenuto.
(Thomas Burton, Hydriotaphia, 1658)

nascondino

settembre 12, 2017

nascondino

Correva l’anno 1970, era estate e anch’io correvo, correvo ovunque, avevo sempre le ginocchia sbucciate. Nella pineta cicalante di Castelldefels il mio gioco preferito coi fratelli e i cugini era nascondino. Facevamo contare il più piccolo e poi scomparivamo per ore, fino a dimenticarcene. Anzi, forse sarà ancora là che conta.

Il tuffo

settembre 11, 2017

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L’11 settembre 2001 più di duecento persone si lanciarono nel vuoto per sfuggire alle fiamme e al fumo che avvolgevano il World Trade Center. Alcuni adoperarono una tovaglia come fosse un paracadute, altri si buttarono in coppia, tenendosi per mano. Furono chiamati jumpers, saltatori, ed esistono innumerevoli video e fotografie che li ritraggono sospesi nel vuoto in quei tragici istanti.

La foto che più ha colpito l’immaginario collettivo ritrae una posa composta, armoniosa, da tuffatore. Il protagonista precipita perfettamente in asse con l’edificio, la testa perpendicolare al pavimento che lo attende, quasi indifferente al suo destino, le braccia distese lungo i fianchi, i vestiti aderenti al corpo e una gamba leggermente piegata. Del volo di quest’uomo esiste una sequenza di dodici fotografie, tutte scattate da Richard Drew alle 9.41 di quella mattina. Negli altri scatti i movimenti sono scomposti, disperati, com’è naturale che siano. La casacca si apre e mostra una maglietta arancione, le braccia si allargano, la posizione del corpo ruota fino a diventare orizzontale, l’espressione del viso è allucinata, consapevole della fine.

Le fotografie di Drew furono utilizzate per cercare di dare un’identità a quell’uomo. Due anni dopo l’attacco alle torri gemelle, Tom Junod della rivista Esquire scrisse un articolo dal titolo The falling man, in cui tentava di ricostruirne la storia. Attraverso ingrandimenti si notò che la sua pelle era scura, che il volto aveva un pizzetto, e che la giacca era del tipo di quelle in uso presso i dipendenti del Windows of the World, il ristorante all’ultimo piano della torre nord. Ben settantanove impiegati di quel ristorante erano morti la mattina dell’11 settembre. Si pensò a un ispanico, Norberto Hernandez, che faceva il cuoco di pasticceria e viveva nel Queens. Inizialmente le figlie e la moglie si rifiutarono di parlare con i giornalisti. Alcuni miseri resti di Hernandez erano stati rinvenuti fra le macerie e il test del DNA aveva confermato la sua identità. Durante i funerali la figlia maggiore acconsentì a guardare l’immagine, e rispose: “quel pezzo di merda non è mio padre”.

L’idea disturbante e inaccettabile era quella del suicidio. Suo padre non poteva aver scelto di morire, sebbene la scelta riguardasse unicamente la modalità della propria morte, non il fatto di morire. La reazione della figlia, che qui e ora appare del tutto ingiustificata, a New York e in quei giorni rifletteva in realtà un sentimento diffuso, più di orrore che di pietas. I quotidiani che il giorno successivo alla tragedia pubblicarono quella foto furono subissati di telefonate, mail e lettere di protesta. L’accusa era di voyeurismo morboso, così la foto di Drew sparì dai telegiornali e dalla carta stampata per venir relegata nello spazio libero del web. Poco a poco tutte le immagini dei jumpers subirono la stessa sorte, prima riducendosi a piccoli punti indistinti ripresi in campo lungo, e infine totalmente censurate. Il tabù del suicidio, nel caso di Hernandez, si univa all’intollerabilità della qualità estetica dell’immagine. La morte non può essere bella, meno che mai una morte volontaria, seppur indotta, anche perché una morte bella può essere una morte desiderabile.

Pure David Foster Wallace l’aveva fatto notare, nel saggio intitolato La vista da casa della Sig.ra Thompson (incluso in Considera l’aragosta, Einaudi), parlando della “abominevole bellezza di quei filmati”. Tommaso Pincio, in uno splendido pezzo uscito sul Manifesto del 30/6/2007, recensisce l’ultimo libro di Don DeLillo, intitolato The falling man (Scribner, pp.256, $26), e si sofferma sul brano in cui un artista, appeso a un cavo con un’imbracatura come un trapezista, mima la posizione ritratta nella celebre foto di Drew, suscitando per le vie di New York sdegno e irritazione nei passanti. Pincio sostiene che DeLillo intende mostrarci la qualità estetica di quella tragedia, qualcosa che molti pensano ma che nessuno oserebbe chiamare col suo vero nome: un’opera d’arte. In realtà alcuni lo hanno fatto. Per esempio il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, che per questa dichiarazione scandalosa (“l’11 settembre è la più grande opera d’arte mai realizzata”) si vide annullare diversi concerti, non solo in America; e un altro è Vittorio Sgarbi, che ideò la mostra Il Male alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, e alla fine del percorso espositivo piazzò un grande video che trasmetteva le immagini dei due aerei che si scontravano con le Torri Gemelle.

Del falling man di New York non conosciamo la precisa identità. Furono fatte altre ipotesi dopo il mancato riconoscimento della figlia di Hernandez, e tuttavia nessuna di queste tacitò del tutto i molti dubbi. Si optò alla fine per la soluzione più onorevole, quella di considerare la foto di Drew il monumento al milite ignoto di quel giorno di guerra non dichiarata.

Ma esiste invece un altro caduto di cui sappiamo tutto, grazie a un film girato da Eric Steel. Si tratta di Gene Romal Allen Sprague, 34enne di San Francisco, che alle 2 di pomeriggio dell’11 maggio 2004 (ancora un 11) si gettò dal Golden Gate. Le differenze col cosiddetto milite ignoto non sono da poco. Il primo si lanciò nel vuoto per sfuggire a un altro tipo di morte, il secondo a causa di una profonda depressione che lo minava da anni, come hanno riferito amici e parenti. Del primo conserviamo una sequenza di dodici fotografie per la durata di pochi secondi, tutte relative a quel breve volo disperato; mentre del secondo abbiamo 90 minuti di riprese filmate, giusto il tempo di un film.

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Il film in questione (The Bridge) non è tutto su di lui. Riguarda altri cinque suicidi dal ponte (su un totale di ventiquattro ripresi da Steel nel 2004), inframezzati dalle interviste ai conoscenti che ne ricostruiscono le biografie. Il regista prese spunto proprio da quell’articolo della rivista Esquire sui jumpers dell’11 settembre e decise di chiedere, con motivazioni falsamente neutre, i permessi alle autorità locali per piazzare le telecamere sul ponte per un anno intero. Il Golden Gate è uno dei posti preferiti dai suicidi americani, li importa anche da fuori. E’ il fascino oscuro di questa icona della modernità, l’idea di terminare la propria esistenza in modo spettacolare da un luogo altamente simbolico, qui trasformato in un magnetico e beffardo cenotafio del Senso della Vita.

Il documentario di Steel ha vinto il Tribeca film festival, suscitando aspre polemiche sul voyeurismo di quelle riprese. Tranne in rari casi, i suicidi di solito avvengono in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti. Le notizie che li riguardano si limitano a brevi trafiletti sui giornali, e gli stessi parenti non amano pubblicizzare la cosa, qualche volta giungendo perfino a negare la volontarietà dell’atto. Sul suicida continua a gravare il peso dell’interdetto religioso, che si esplica nel rifiuto di celebrarne la messa funebre (vedi il caso di Piergiorgio Welby), oltre che nella minaccia della dannazione eterna.

The Bridge è invece un film in cui gli attori principali sono tutti suicidi, gente che non sapeva di essere un attore e che non lo saprà mai. Alle accuse di voyeurismo Steel ha replicato affermando di averne salvati diversi, comunicando i movimenti sospetti alle autorità del ponte. E in effetti c’è una ragazza cui viene impedito all’ultimo di saltare. Quelle che la ritraggono sono tra le scene più inquietanti della pellicola. Si vede una giovane che scavalca il parapetto e un ragazzo vicino che sta fotografando la vista dal ponte. Accortosi delle intenzioni suicide volge l’obiettivo su di lei, e continua a scattare fino a che un sussulto di coscienza lo spinge a desistere per recuperarla quando lei si sta già sporgendo nel vuoto. Nel film compare pure l’intervista a un sopravvissuto, un ragazzo che si è gettato nell’abisso e miracolosamente non è morto.

Ma è Gene Sprague l’interprete principale, è lui l’atto d’accusa definitivo nei confronti di Steel. Lo si vede subito, pedinato dalla telecamera mentre cammina pensieroso sul ponte. Poi le riprese inquadrano altre storie, le parole investigano altre solitudini, ma le immagini di questo ragazzone dai lunghi capelli scuri completamente vestito di nero che cammina avanti e indietro fanno da trait d’union agli altri casi, e dopo poco s’intuisce che a lui spetterà il compito di chiudere in bellezza il film. Lo si capisce per esempio dal fatto che le testimonianze che lo riguardano risultano meno profonde e commoventi delle altre, restituiscono il profilo biografico di un giovane sicuramente tormentato, senza lavoro e con la madre da poco morta di cancro, un sognatore incapace di stare coi piedi per terra che si considerava una nullità e che con gli amici scherzava spesso sui suoi propositi autodistruttivi, a tal punto da non essere quasi più creduto, o ascoltato. Gli altri casi denunciano sofferenze che sembrano più autentiche, se non altro per le parole più ispirate di coloro che le raccontano, ma il loro difetto imperdonabile è di natura estetica: il tuffo di questi poveretti somiglia troppo alle istantanee scartate da Drew, perché la posa è goffa, impacciata, poco consona a un momento così solenne, a quel tragico suggello.

Sprague no. Dopo un lungo e angosciante peregrinare su e giù per il Golden Gate, sostando per qualche minuto sulla balaustra con lo sguardo perso nell’acqua sottostante e ricomponendo i capelli scompigliati dal forte vento, a un certo punto Gene si è issato sulla ringhiera, di spalle, e in piedi, incurante di tutto, si è lasciato cadere all’indietro con un volo elegante, armonioso, uno schiaffo in faccia a questa vita sgraziata, in cui le cose non vanno mai per il verso giusto, non vanno mai come le avevamo immaginate.

(post che uscì su nazione indiana e Liberazione nel luglio 2007)