Cose salutari

luglio 9, 2018

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“Ho appena finito di rivedere il lungo saggio sulla vecchiezza ecc. È un nato sulla paglia, senza un pannolino – nel buio. Non ci sarà una sola persona, penso, che ne potrà riconoscere l’esistenza. È molto salutare del resto questo scrivere per nessuno”.

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il bassorilievo e il parcheggio selvaggio

luglio 7, 2018

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Questo è il portico di San Lorenzo in Lucina. Tutta la piazza è un’area pedonale del centro di Roma da più di vent’anni, ma il portico della chiesa dovrebbe essere off limits per ogni mezzo, e invece qualcuno lo scorso weekend l’ha usato come un parcheggio per il suo Volkswagen Touran blu, infischiandosene perfino dell’adiacente stazione dei carabinieri. Vicino alla portiera del guidatore c’è un bassorilievo che volevo fotografare. A Roma se vuoi fotografare qualcosa di pregio spesso ti tocca mettere in conto la presenza di un’automobile, ormai son dappertutto. Basta perlustrare il centro storico con google streetview per accorgersi che ogni angolo ne ha una, a differenza del resto del mondo, dove tendono a sparire come un elemento di disturbo sia ambientale che estetico. Ricordo che di recente, alla presentazione alla stampa di una specie di fuori Salone dell’audiovisivo nella capitale, si parlò addirittura di organizzare un drive in al Colosseo, illustrando l’iniziativa con un rendering pieno di gente in auto che guardava un film proiettato sullo sfondo dell’anfiteatro Flavio. Poi forse qualcuno avvertì gli organizzatori dell’assurdità, e per accontentare gli ecologisti corressero il rendering sostituendo le macchine normali con auto elettriche di uno sponsor energetico. Ad ogni modo, il proprietario di questa monovolume nel portico di San Lorenzo in Lucina probabilmente non sapeva che quel bassorilievo con tre figure non è uno dei tanti che tappezzano i muri delle chiese di Roma, ma ha una storia degna di nota che coinvolge grandi artisti. 19428957993_d3a513b6f0_bInfatti lo realizzò nel 1822 Pietro Tenerani, uno scultore di fama con l’atelier in piazza Barberini che fu allievo del danese Bertel Thorvaldsen, e proprio lì lo vide Giacomo Leopardi nell’ottobre 1831, cioè nove anni dopo, quando gli fece visita assieme all’amico Antonio Ranieri. A quell’epoca i due si erano appena trasferiti a Roma da Firenze e vivevano in un appartamento di “tre belle stanze a fronte strada” in via delle Carrozze 63, un indirizzo che però non coincide con la numerazione attuale, dato che secondo Ranieri uno degli usci di casa “dava in via dei Condotti”. Il bassorilievo, che in realtà è il monumento funebre di Clelia Severini, era stato commissionato a Tenerani dall’avvocato Giuseppe Severini per commemorare la figlia morta a soli 17 anni. Essendo deceduto lo stesso Severini prima della consegna dell’opera, il bassorilievo rimase a lungo nella bottega dello scultore, dove appunto lo notò Leopardi. Il poeta ne fu molto colpito, forse perché fresco reduce dalla delusione d’amore per Fanny Targioni Tozzetti, e infatti scrisse, in una lettera a Carlotta Lenzoni de’ Medici (l’unica donna che lo amò senza essere ricambiata), che lo trovava “pieno di dolore e di costanza sublime”, tanto da ispirargli in seguito una delle sue Canzoni Sepolcrali (“Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi”). La scena, seppur risolta da Tenerani con gesti asciutti e misurati, è quella straziante dell’addio ai genitori. La madre della defunta volge gli occhi al cielo come in una muta preghiera, mentre il padre affranto reclina il capo sul petto e non ha la forza di guardare la figlia. Il cagnolino, rizzandosi sulle zampe posteriori, pare implorare Clelia di restare, ma la giovane, in piedi al centro della composizione, sta per sfilare la mano sinistra dalla destra paterna, suggellando così la sua dipartita. Più o meno la stessa che ho augurato al proprietario del monovolume lo scorso weekend.

 

tempo

luglio 6, 2018

Sony Awards

Dal non far nulla perché tanto c’è tempo, al non far nulla perché ormai non c’è più tempo.

il luogo dell’origine

luglio 5, 2018

lip

“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.”

(Rainer Maria Rilke, con la sua vita errabonda, sempre in movimento da una città all’altra, chissà dove trovò la sua origine)

a poco a poco l’apocalisse

luglio 4, 2018

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Sono i primi di luglio e io già sogno una glaciazione. La glaciazione è bella. La glaciazione è fresca. La glaciazione ci ha restituito i mammuth intatti. Non può essere brutto qualcosa che ti restituisce i mammuth intatti. “Passami il mammut”, dice senz’acca l’elettricista tutto sudato al suo assistente, indicando un affarino di plastica che serve per la giunzione di cavi elettrici qui in ufficio. Scrivere news per un sito non è così lontano dalla letteratura come si crede, sempre che funzioni il condizionatore d’aria. Per esempio Lorem ipsum. Che io trovo un titolo bellissimo da romanzo, abbastanza vago ed evocativo da attrarre anche un lettore esigente, un titolo che potrebbe alludere all’horror vacui, o a un’esteta disimpegnato. Lorem ipsum è l’incipit di un testo latino assurdo, un testo riempitivo usato dai controllori di bozze per valutare l’impaginazione grafica di una pagina (cartacea o web) senza farsi distrarre dal significato. Già, il significato non è tutto, a volte distrae, e può addirittura corrompere, ricattare, sporcare la purezza e l’innocenza della musica verbale, ecco perché mi piacciono tanto le filastrocche infantili, solo suono e ritmo la cui verità non ritiene più alcuno scrupolo di verosimiglianza. Pare che Lorem derivi da dolorem. Amputando la prima sillaba, rendendo la parola acefala la si è liberata dall’obbligo di avere un senso, di voler dire qualcosa. E breadcrumb? La tecnica di navigazione in rete per tener traccia della propria posizione? breadcrumbSta per mollica di pane, dalla fiaba di Pollicino dei fratelli Grimm, per orientarsi nel mare magnum dei siti e dei portali. Letteratura quindi, e della più nobile. Che caldo.

Una vita per la letteratura

luglio 3, 2018

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Questa è una pagina dell’autobiografia di Roland Barthes (Barthes par Roland Barthes, écrivains de toujours, Seuil). Mi ha colpito perché in poche parole dà il senso di una vita consacrata ai libri, una vita vissuta in parallelo con la letteratura e con uno spirito guida letterario che fa un po’ da bussola. Mentre io cominciavo a camminare, Proust era ancora vivo e stava terminando la Recherche. Capisci poi perché negli anni 70 fu chiamato dalla trasmissione radiofonica francese Un homme, une ville a ripercorrere i luoghi proustiani, dove visse, le case dei suoi amici, quelle dei personaggi del suo capolavoro. Ed io? Chi prenderei come esempio? Chi sarebbe il mio Proust? Quello che mentre giocavo a nascondino realizzava il suo capolavoro? Borges?

Le risposte definitive

luglio 2, 2018

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“Sei l’unico a potermi dare una risposta, e in effetti, ora che tutto è finito, la risposta l’hai data con la tua vita. Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?… Cosa volevi veramente?… Cosa sapevi veramente?… A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?… Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?… Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita.”

(Le braci di Sándor Marai, Adelphi)

l’anticamera della morte

giugno 30, 2018

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Ho fatto la risonanza magnetica. Era la mia prima volta. Sapevo com’era perché l’avevo vista in un film di Woody Allen, forse quello in cui c’è la celebre battuta che dice: “Le parole più belle non sono Ti amo, ma è benigno!” Mi ha fatto un po’ impressione quel cunicolo stretto, ed è durato quasi un’ora, così ho pensato a mia madre, a tutte le analisi che fece da sola, lontana, senza che nessuno l’accompagnasse. Ricordo che l’unica preoccupazione di noi figli a Milano, San Paolo e Roma era che non andasse in ospedale coi mezzi pubblici, ma prendesse un taxi, come se il problema fosse solo la comodità del tragitto casa-ospedale. Una signora di ottanta e passa anni da sola in quel budello orrendo e rumoroso… Queste esperienze terribili, di grande solitudine e avvilimento, a una certa età non si possono fare senza il sostegno di una persona cara, ti minano la voglia di vivere. Poi è tutto così macabro, sembra il tunnel di ricordi che riassume un’esistenza poco prima di andarsene, una specie di anticamera della morte, come stare in una bara da vivo.

Zazie e il biglietto del metro

giugno 29, 2018

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Io per certe cose somiglio un po’ a Raymond Queneau. Per esempio nel fatto che non ci azzecco quasi mai alla prima impressione. Non capisco mai subito se qualcuno/a conterà per me. Lui fece così con Janine Kahn. La vide a una riunione di surrealisti e chiese a un suo amico: “chi è quella puttanella?”. Probabilmente quella sera Raymond notò solo la sua bellezza e pensò che fosse una tipa da una botta e via, l’avvenente cognata di Breton prima che questi diventasse il suo nemico pubblico, e cercò di rimorchiarla con quello scopo, ma poi finì per sposarsela ed ebbero un figlio e restarono tutta la vita assieme. Quanto aveva contato per lui lo si capì più tardi, dopo la morte di Raymond, quando aprirono la cassaforte di casa sua e trovarono il biglietto della metropolitana col timbro del giorno in cui uscirono per la prima volta. L’aveva conservato gelosamente per tutti quegli anni come un feticcio prezioso. Perché magari non se ne rese conto subito, con la prima occhiata, che lei era quella giusta, ma alla fine della prima sera insieme sì che lo capì, l’autore di Zazie nel metro.

chiarimenti su un post

giugno 28, 2018

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Qualche precisazione riguardo al post su Chichita Calvino, da alcuni considerato irriguardoso tenuto conto che era appena deceduta e che io l’ho usata come pretesto per parlare di Elsa De Giorgi, la sua “rivale”. Il mio post non era dedicato a Chichita, anche perché chi voleva leggere un coccodrillo sulla vedova di Calvino l’altro giorno ne poteva trovare a bizzeffe dappertutto, in tv, in rete o sui giornali (qui uno molto bello). Con quell’accostamento volevo solo mostrare come una strenua volontà di damnatio memoriae avesse infine sortito l’effetto opposto, generando un menage a trois che non c’era mai stato in vita. Ma il primato di Chichita non si discute, lei era la first lady. Calvino sposò lei, con lei fece una figlia, lei era la vedova e l’erede di tutti i diritti, compresi quelli sulle lettere che lui, prima di conoscere Chichita, spedì a Elsa De Giorgi (perché ricordiamo che i due rapporti non si sovrapposero mai). Il suo diritto di veto non si esaurì con la mancata pubblicazione dell’epistolario, ma si esercitò anche ponendo il vincolo su metà delle lettere che oggi non si possono neppure consultare al Fondo Manoscritti di Pavia dove sono custodite (non diversamente dalla sua gestione dell’archivio calviniano ufficiale, tuttora precluso agli studiosi). Nell’aspra contesa legale fra le due donne di Calvino non nascondo che trovai di cattivo gusto certe esternazioni di Chichita, supportate anche da un bullistico articolo di Citati che ironizzava sulle false contesse che circuirono il grande scrittore sentimentalmente immaturo. Mi riferisco alle insinuazioni sullo scarso valore letterario dell’epistolario dettato solo “dalla fisiologia” della coppia (e spero che non ci sia bisogno di spiegare); o quando disse che era scritto con uno stile senza valore per adeguarsi allo stile di lei, evidentemente terra terra. Erano battute gratuitamente offensive e false, non degne della vestale di un autore di culto. La De Giorgi non era una bellezza vuota come una conchiglia, ma oltre che attrice fu scrittrice (conobbe Calvino mentre pubblicava con Einaudi, non prima) e amica intima di molti grandi intellettuali che la stimavano. Il fittissimo carteggio dimostra non solo che lui ne era innamorato, ma che con lei Calvino parlava e discuteva di tutto, politica, arte, cultura, senza cedimenti o “abbassamenti” di sorta (si vedano gli stralci che uscirono su Epoca e sul Corriere). E poi basta il giudizio entusiastico di Maria Corti per farci rimpiangere la mancata pubblicazione di quelle lettere. Se non se ne intendeva lei.