La casa di Lucio Battisti

settembre 9, 2018

lucio

C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente. Poi bisogna capire la ragione di quel legame, scorgere l’intima corrispondenza tra il luogo e la persona, e anche questa non si rivela immediatamente, perché si devono conoscere a fondo entrambi. A volte il motivo può essere evidente, per esempio l’indirizzo, il nome della via, come la rue Linneo a Parigi per il tassonomista Georges Perec. Altre volte il vincolo si nasconde in una circostanza storica apparentemente trascurabile, come il fatto che rue de l’Odeon fu la prima strada della Ville Lumiere a essere dotata di marciapiedi, e infatti in una di quelle mansarde, al civico 21, finì i suoi giorni il peripatetico Emil Cioran. Altre volte ancora è una peculiarità evidente che suscita interrogativi senza risposta, o con troppe risposte, come le case d’angolo di tutta Europa in cui visse Dostoevskij. Per Lucio Battisti la sua vera casa fu la penultima, in largo Rio de Janeiro a Milano, subito prima di tumularsi nella fortezza brianzola per sfuggire ai paparazzi che gli davano il tormento, e in questo caso è il carattere del luogo a rivelarne l’appartenenza. 20180529_172505 (1)

Largo Rio de Janeiro è da sempre una delle vie più discrete di Milano. Sembra più il rimpianto di una piazza che uno slargo, soprattutto per com’era prima che la costruzione di un grande parcheggio ne stravolgesse la fisionomia, arrivando quasi ad azzerare tutto il suo verde ombroso. Si trova nel quartiere di Città Studi, ed è talmente discreto che non sembra neanche una via, ma il breve tratto di un viale che scorre in parallelo alla circonvallazione esterna, una porzione di strada un po’ più ampia del solito cui la toponomastica meneghina ha arbitrariamente attribuito un’identità propria. E infatti qui, fino al 1940, ci abitò pure Carlo Emilio Gadda mentre scriveva uno dei suoi capolavori, La Cognizione del dolore. Sia la casa di Lucio Battisti che quella dell’ingegnere sono prive di placche commemorative, come a voler rispettare la proverbiale riservatezza di due fra gli artisti più schivi e appartati del Novecento. Gadda viveva in un appartamento di un condominio fine 800 di cinque piani, e Battisti abitava in una villetta indipendente con giardino, una di quelle casette anonime su tre piani che furono costruite da una cooperativa edile per ex ferrovieri. Cielo terra, si dice in immobiliarese, a significar che non si han vicini, né sopra né sotto. Gliela trovò l’amico Riccardo Pizzamiglio, un tecnico del suono e uomo di fiducia della Numero Uno a cui Lucio aveva dato istruzioni precise: la casa doveva essere spaziosa ma non lussuosa, in un quartiere tranquillo ma non troppo periferico, e soprattutto con un bel giardino interno. Fra queste mura, durante la prima metà degli anni 70, cioè nel decennio più lungo del secolo breve, Lucio Battisti andò a vivere con Grazia Letizia Veronese e lì nacque loro figlio Luca, oltre a diversi brani indimenticabili come Emozioni, E penso a te ed Il mio canto Grazia_Letizia_Veronese_e_Lucio_Battisti

libero. Così, spinto dalla curiosità di vedere se i luoghi hanno una memoria, se conservano traccia delle vite che ospitarono, se grazie a loro sono cambiati e si sono arricchiti di senso, di significati che ora chiedono di essere trasmessi a chi resta come un testimone o un’eredità, ho suonato al campanello della vecchia casa di Lucio Battisti. Passato qualche secondo ha risposto una voce anziana un po’ incredula, di chi non è abituato a ricevere visite in un tranquillo pomeriggio feriale, e dopo una mia breve presentazione il più rassicurante possibile si è affacciato al portone in strada il signor Giulio, il proprietario attuale. Non mi ha sorpreso la sua diffidenza iniziale, l’essere squadrato, succede sempre così quando vado per case d’artista, mi prendono per un piazzista che cerca di fregarli con la cultura. “È la casa di un uomo solo”, ripeteva scuotendo la testa, “c’è molto disordine”, “un’altra volta, magari”, ma alla fine la mia perseveranza e la qualifica di giornalista hanno vinto i suoi timori, e sono riuscito a entrare promettendo di andarmene subito dopo aver scattato qualche fotografia. 20180529_173035

“Non guardi qui che c’è confusione”, si raccomandava indicandomi la cucina a vista collegata col soggiorno. Gli ambienti sono piccoli e bui, la cucina affaccia sulla strada e il salotto sul giardino interno, ma le finestre sono piccole e schermate da tende. A fianco al camino la tv è accesa. Giulio stava guardando un talk show politico ad alto volume. Sapeva di Battisti fin da quando vi si trasferì, e io non ero il primo a riferirglielo. Tempo addietro qualcuno dell’albergo a fianco lo aveva invitato ad apporre sulla facciata della villetta una targa che segnalasse l’illustre inquilino, stuzzicandolo con la prospettiva di un aumento di valore dell’immobile, ma lui preferisce non essere importunato, teme il fastidioso andirivieni di fan. Nel giardino incolto di pochi metri quadrati ci sono ancora le rose di Battisti, quelle che piantò e che curava come fossero le sue canzoni assieme alla moglie, ma sono poche ed assediate dalle erbacce. Sul muretto di recinzione sosta un gatto pasciuto, e per terra si notano un paio di ciotole piene di croccantini. Giulio è un amante degli animali ma sicuramente non ha il pollice verde. 20180529_173226

D’estate sotto il glicine, pur essendo una pippa e perdendo immancabilmente, Battisti amava trascorrere le domeniche giocando a ping pong con gli amici più stretti: il dentista Renato Artusi, Franco Daldelli, Mario Lavezzi, Alberto Radius, Mogol e Adriano Pappalardo. Qui visse il periodo più prolifico della sua parabola artistica, tanto che i suoi esegeti hanno contato che solo nel 1971, insieme a Mogol, Lucio produsse in media una canzone ogni quindici giorni, fra quelle cantate in proprio e quelle offerte ad altri interpreti. Vengono in mente dei versi di quegli anni, come “pietre un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche, rivivono, ci chiamano”, ma la tentazione di associarli a quello che vedo non ha senso, quelle parole non le scrisse lui, sebbene per chiunque ormai siano un tutt’uno inscindibile con le note che le accompagnano. L’unica pianta in salute è un basilico in vasetto. Giulio si accorge del mio interesse e mi dice che per lui non c’è passeggiata estiva più bella di quella dal balcone alla cucina annusando le foglie di basilico appena raccolte, poi sorride e rientrando in soggiorno aggiunge: “io la chiamo la mia promenade”. Dal giardino in abbandono rimbalzo a un giudizio di Walter Chiari, a cui Battisti piaceva perché era diverso dagli altri giovani cantanti dell’epoca, tutti bellini e puliti mentre lui era sempre trasandato e “boschivo”, come se non fosse uscito di casa ma da un cespuglio. In fondo questa casa gli somiglia, anche a distanza di più di quarant’anni. E’ la casa di uno che non faceva il fenomeno e dava il meglio di sé quando si spogliava di tutto, quando si presentava nudo e inerme davanti al pubblico come in “E penso a te”, un brano che presidiò la vetta della classifica per mesi e che in tv Lucio cantò al buio, con gli occhi chiusi, solo voce e pianoforte, una voce intima e corale, a tratti remotissima, come un soffio, un’eco lontana e flebile che giunge da un altrove inaccessibile, e in altri momenti vicinissima, come un bisbiglio all’orecchio, una confidenza.

Stando a quanto disse lui stesso prima di chiudersi nel suo leggendario mutismo, Battisti a casa era un abitudinario. Qui dentro incominciò a dipingere soggetti iperrealisti o pop art e riprese a disegnare fumetti, una delle sue prime passioni. Di solito preferiva comporre al mattino presto, avvolto dal silenzio. Strimpellava la chitarra per ore davanti a questo camino rustico cercando armonizzazioni e accordi strani, mentre nelle notti d’estate, come riferisce il suo amico Pietro Montalbetti dei Dik Dik, dal terrazzo amava guardare le stelle col telescopio e riconoscere le costellazioni. Montalbetti lo frequentò soprattutto nel periodo della gavetta, quello dei sogni di gloria e delle tasche vuote, e racconta alcuni episodi struggenti, come la passione comune per il planetario, dove andavano spesso, forse sognando di diventare delle stelle musicali, o lo stupore fanciullesco provato di fronte ai cancelli opulenti di Villa Invernizzi, nei tardi anni Sessanta, mentre ammiravano l’eleganza dei fenicotteri rosa in quel giardino assurdo nel centro di Milano. Mi rammenta il cortometraggio di Dakota Fanning appena presentato a Venezia, Hello Apartment. Un loft a Brooklyn testimone di gioie, amori e speranze di una giovane donna, le case come contenitori di storie, la memoria che si lega agli spazi in cui viviamo. Ma sono vent’anni che è morto Battisti e ora questa è la casa di Giulio, e i tanti libri sulle mensole, disposti cromaticamente per editore, dagli Struzzi bianchi ai toni pastello degli Adelphi fino alle righine dorate dei Meridiani Mondadori, non mi stimolano alcun collegamento con la presenza del cantore di Poggio Bustone. Battisti non era colto e neppure impegnato, e in quei tempi, i primi anni 70, le canzoni d’amore appartenevano a un genere sospetto, qualcosa di vergognosamente reazionario, così che l’etichetta di destra gli rimase appiccicata addosso, nonostante tutti i suoi amici avessero sempre negato quel tipo di militanza o di simpatie politiche. Bruno Lauzi svelerà in seguito, nel libro Emozioni (Zelig edizioni) che Battisti era politicamente schierato con i Radicali, ma la confutazione più sorprendente arrivò molto tempo prima, precisamente il 18 aprile 1978, perché il piacere di ascoltarlo superava ogni schieramento, ed era più viagradoli

forte anche dell’ideologia. Quel giorno in via Gradoli a Roma, nel pieno del sequestro Moro, fu scoperto un covo delle Brigate Rosse all’interno del quale si nascondevano Mario Moretti e Barbara Balzerani, e dalla perquisizione delle forze dell’ordine saltarono fuori anche diverse musicassette di Lucio Battisti, come fosse un guilty pleasure dei terroristi.

In mezzo ai tanti libri di Giulio, ordinati per colore ma accatastati uno sull’altro per eccedenza, noto un portafoto in peltro dove è ritratto assieme a Giuliano Pisapia davanti a Palazzo Marino. Mi dice che è stata l’ultima volta che si è impegnato in politica, e che sembrano passati secoli da allora, a seguire la politica di oggi. “Nessuno scommetteva sulla sua vittoria”, commento io guardando più da vicino la foto. Giulio distoglie lo sguardo dalla tv e lo appunta nella mia direzione: “Ma lo sa perché vinse?” Emette un sospiro profondo, sospeso, poi si china verso di me e fa: “per la gentilezza”. E dicendolo usa anche un tono gentile, come a rimarcare la novità rivoluzionaria di quell’approccio, ma con l’aria che tira sembra che parli di una moneta fuori corso, qualcosa di vecchio e superato che susciterebbe compatimento e ilarità, come il c.d. buonismo. A sentire i racconti dei suoi amici più cari, anche Lucio Battisti era una persona gentile e mite, sebbene di una mitezza ruvida. Solo l’assedio dei paparazzi e le contestazioni del pubblico riguardo al suo disimpegno, oltre al tentato rapimento del figlio in un parchetto qui vicino, lo resero intrattabile ai limiti del paranoico, talmente geloso della sua privacy da rifiutarsi di firmare autografi a chiunque, amici e conoscenti compresi. Queste mura conservano le risate di quelle partite a ping pong, l’odore del caffè appena sveglio, i primi vagiti del piccolo Luca? FB_IMG_1537436659147

Chi lo sa. Forse è colpa di Walter Benjamin se sono qui, quando si interrogava se “non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute”, o forse è solo il desiderio di vedere il mondo esattamente dallo stesso angolo dal quale fu visto e cantato dall’artista che mi fece da bussola quando ero giovane. Ad ogni modo si è fatto tardi. Prima di uscire chiedo a Giulio che sogni fa in questa casa, e lui risponde che da quando è vedovo ha smesso di sognare. Sua moglie è morta due anni fa, aggiunge, soffriva di artrite reumatoide da tanto tempo. Mi mostra alcune sue foto incorniciate e appese sopra una mensola. Ritraggono una donna prosperosa, bionda, sempre allegra, piena di vita. In una Giulio dice che indossava il suo abito preferito, “verde Mursia, come i suoi occhi”. opere-leopardi-milano-gruppo-mursia-editore-1967-5e35979b-37f3-48d1-826f-cd334da45710

Lì per lì rimango interdetto, ci metto un po’ a capire che non si riferisce a una regione spagnola, come nell’espressione “blu di Prussia”, ma all’editore. Io gli unici libri che possiedo di Mursia sono gialli, di un giallo limone, due monografie tascabili. Quell’espressione mi risuonerà a lungo in testa, per quanto suggerisce dei libri e del suo rapporto con la moglie scomparsa. “Magari è solo che non li ricorda, i sogni”, ho provato io. Il suo sorriso mite ha assunto una piega dura e rappresa. “No”, mi dice sulla porta salutandomi, “qualcosa resterebbe”.

(pubblicato in una versione ridotta il 6/9 su il Foglio)

 

 

Annunci

Quote e sottoquote

settembre 6, 2018

davis

Nel giorno in cui viene annunciata la prima mostra #metoo sul nudo rinascimentale alla Royal Academy of Arts di Londra, composta da quadri per metà con soggetto femminile e l’altra metà maschile, l’attrice Viola Davis se ne esce con una sacrosanta rivendicazione che ridiscute tutte le ripartizioni di genere ricordando l’esistenza di una infinita serie di sottocategorie non adeguatamente rappresentate e considerate. A Variety infatti dichiara che “she wants gender parity, but knows first we must address another economic injustice: “Hispanic women, Asian women, black women, we don’t get paid what Caucasian women get paid. We just don’t“. Ricordo che tempo fa partecipai a una polemica letteraria su facebook a proposito di una antologia di racconti tacciata di maschilismo per la foto di una presentazione in libreria in cui comparivano solo autori, salvo poi scoprire che nel libro c’erano pure diversi brani di autrici, assenti alla presentazione solo in quanto lontane dalla città che la ospitava. Di quella discussione mi colpì in particolare l’intervento dello scrittore Vincenzo Latronico, che credo risieda spesso all’estero, che in quell’occasione sembrava approvare la filosofia quantitativa di gender parity, tanto da annunciare pubblicamente che non avrebbe più partecipato ad antologie che non prevedessero una quota paritaria di donne fra gli autori. Proprio in quel frangente pensai che, ad essere coerenti con quella logica, non si poteva non considerare una sottoquota per scrittrici nere come Igiaba Scego, e magari un’altra per scrittrici diversamente abili come Alessandra Sarchi, e un’altra ancora per scrittrici gay come Chiara Valerio, come una gara alla frammentazione progressiva sul modello di Achille e la tartaruga. Ma l’intervento di oggi della Davis insegna che le categorie da tener da conto probabilmente superano la nostra povera immaginazione e ancor di più la nostra velleitaria equanimità.

Ciao Casa

settembre 5, 2018

“La base della mia vita è la casa – disse un giorno del 1963 Totò a Oriana Fallaci riferendosi alla sua sontuosa abitazione di viale Bruno Buozzi 64 a Roma. “Per me è quasi una persona”, aggiunse. “Quando vi entro la saluto sempre come una persona: «Buonasera, casa»”. Hello Apartment è invece il titolo del debutto alla regia di Dakota Fanning, un cortometraggio presentato alla settantacinquesima Mostra del Cinema di Venezia che si interroga su come la memoria si lega agli spazi che abitiamo. Il loft nel video si trova a Brooklyn, ed è il primo appartamento in cui ha vissuto lei da sola. «Qui c’è tanto di me» ha dichiarato la giovane regista americana. «Credo che se vuoi farti ascoltare devi andare un po’ sul personale, se ci metti del tuo le persone sono più coinvolte. Questo è il mio modo di espormi».

Scuse bifronti

settembre 4, 2018

images

Il movimento #metoo non mi piace per diverse ragioni: la scarsa autorevolezza delle sue paladine, il principio ispiratore della presunzione di colpevolezza dei molestatori, i processi sommari e le condanne esemplari basate su accuse di episodi risalenti anche a decenni prima, espresse con un tweet o in un’intervista, il rifiuto del garantismo come “una cosa antiquata, ottocentesca” (Asia Argento dixit), e gli odiosi boicottaggi nei confronti dei cineasti più chiacchierati come Woody Allen. C’è un fanatismo religioso in questo femminismo dei cancelletti che mi spaventa e preoccupa, perché ambisce a essere prescrittivo erga omnes, cioè anche nei confronti di chi non la pensa in quel modo. È il caso del recente annuncio di Amazon Prime di non voler più distribuire l’ultimo film di Allen (A rainy day in New York), a causa del sospetto che grava da anni sulla sua persona di aver molestato una figlia adottiva, cosa per la quale peraltro non fu mai condannato.FB_IMG_1536265343461 Di fondo c’è l’illusione di poter normare dei rapporti in cui regna l’ambiguità, e le illusioni sono pericolose perché prive di difetti, come lo slogan It’s a dress not a yes, rivolto agli uomini che scambiano un vestito scollato per un via libera. E’ impossibile determinare con precisione e previamente la volontà di due adulti consenzienti che stanno per scopare. Quell’ambiguità, quella zona grigia e inesplorabile è la ragione di tanti fraintendimenti ma anche dell’attrazione irresistibile che ci spinge gli uni verso gli altri. Di più, quell’ambiguità è qualcosa di costitutivo e ineliminabile. Come pare che dicesse sempre quel sex symbol di Sean Connery alle sue Bond girls poco prima di girare una scena di nudo: “scusa se mi eccito, e scusa se non mi eccito“.

mani di donna

settembre 3, 2018

mani crivelli

Le mani di donna più belle in assoluto, le mani femminili per antonomasia, le mani della donna ideale per me, che io indicherei come perfette, talmente eleganti, sottili e nervose da non sembrare vere, con le dita quasi disarticolate, che pare disegnino nell’aria fitti e raffinatissimi arabeschi floreali alla William Morris, beh, quelle mani lì le ha dipinte più di mezzo secolo fa un pazzo, ma un pazzo vero, quello scappato-di-casa di Carlo Crivelli, un pittore rinascimentale cresciuto nella bottega patavina dello Squarcione, che era piena di talenti come il Mantegna, e infatti i suoi allievi li pigliava tutti piccoli, poveri e geniali come l’amichetta della Ferrante; ebbene questo scapestrato del Crivelli ha disseminato in varie cittadine del Veneto e delle Marche parecchie sue madonne con le mani bizantine, a forchetta, per esempio quella della rondine o l’angelo annunziante di Sant’Emidio, ma quelle mani non sono soprannaturali, giuro, esistono davvero, e secondo me la femminilità, la sua essenza più intima, è proprio questa cosa qui, una grazia effimera, un segreto ineffabile che noi maschi fatichiamo a credere possibile, come se non appartenesse a questa terra, all’anatomia di un essere umano, alla vita di tutti i giorni, come se non fossero di un nostro simile, e invece un bel giorno all’improvviso te le ritrovi davanti, proprio di fronte a te, al bar, due mani giovani e diafane che ti servono un caffè come fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo.

La solitudine dei numeri primi

settembre 1, 2018

FB_IMG_1535788051556

stocazzo

agosto 27, 2018

dogandcatinparis

Una settimana fa vado a farmi gli esami del sangue alla BIOS. L’impiegata all’accettazione mi consegna circa sette fogli, tra i quali il documento per il ritiro dei referti on-line. L’altra sera vado a controllare, esce “accettazione con pendenza amministrativa”. Errore. Riprovo. Niente, non va. Prendo i fogli, leggo. Se esce pendenza amministrativa,  significa che hanno dovuto fare accertamenti. Dovrò pagare un’ulteriore somma e poi potrò ritirare i miei esami. Per entrare nel sistema “ritiro referti on-line” mi ci sono volute tre password. Stamattina, ore 7.30, vado al centro medico. Arriva il mio turno, porto i sette fogli (tutto, per sicurezza) e la signorina mi chiede l’unico sul quale avevo segnato la terza password: STOCAZZO. Scritto bello in grande, con la penna blu. Mi viene un attimo di sudore, magari deve solo controllare un dato. Mi guarda, male. La password? Voglio diventare suo amico, magari capisce. Inserisce la password e chiama la sua collega. Si mettono in due, con il foglio davanti. E provano. Con STOCAZZO. Le guardo rilassato, con circa ottanta anziani dietro che mi vogliono morto. In questa bella atmosfera arriva il medico, si appoggia al bancone, chiede una cosa alle due impiegate. Intanto, il foglio giace aperto sopra al mouse. STOCAZZO sta diventando immenso. La signorina stampa i miei risultati. Me li consegna. La collega torna al suo posto. “E mi raccomando, guardi che questa è la password che le servirà per ritirare tutti gli esiti dei prossimi esami”. Esco. Da lontano, le voci di tutti gli anziani, che parlano a bassa voce dell’accaduto, ripetono in coro una sola parola.

L’imminenza di una rivelazione che non si produce

agosto 26, 2018

IMG_20180826_142332

collegamenti (di New York)

agosto 25, 2018

cond

Tanti anni fa i collegamenti da New York, nel telegiornale serale della Rai, erano fatti da un ufficio su un piano alto di un grattacielo. L’inquadratura fissa dall’alto in basso riprendeva il mezzobusto che parlava e sullo sfondo, alle sue spalle, grazie al fuso orario si scorgeva un incrocio di Manhattan in pieno giorno molto trafficato. Io guardavo sempre con attenzione quei collegamenti. Non sognavo di vivere nella Grande Mela, m’incuriosivano solo quelle vite parallele, quel presente negletto e differito composto da tante figurine che si agitavano per strada: la calca dei pedoni sui marciapiedi, gli autobus e le macchie gialle dei taxi che attraversavano l’incrocio, quelli ignorati dal giornalista in primo piano e sbirciati distrattamente dagli spettatori in diretta. Avrei voluto saperne di più, prenderne una a caso, magari la cabriolet che svoltava l’angolo in quell’istante ed entrava nel cono d’ombra, per seguirla, scoprire chi la guidava, come si chiamava, dove stava andando. Pensavo fosse ingiusto che la stragrande maggioranza dell’umanità esistesse solo ai margini del campo visivo generale, considerata giusto in termini statistici di numero, di specie, come formiche e non come singoli individui ciascuno con le sue irriducibili peculiarità e la propria storia. La mia era un’attenzione interessata perché sapevo di appartenere a quella massa anonima, ma in qualche modo sentivo che se avessi prestato attenzione a una di quelle storie, quell’attenzione mi sarebbe stata restituita, e oltre alle sorprese che ogni storia porta con sé, forse avrei anche scoperto che quella persona apparentemente estranea e lontana da me migliaia di chilometri in realtà mi riguardava. Come nel film I tre giorni del condor, che vidi con mio padre una domenica pomeriggio del 1976. Nel buio della sala mi ero identificato con Robert Redford, avevo desiderato di diventare come lui, idealista ma anche scaltro, tanto da sfuggire a un sicario esperto che aveva ammazzato tutti i suoi colleghi, facendo una cosa rischiosa che però poteva salvarlo: salire sull’auto di una sconosciuta incontrata per caso in un negozio ed entrare nella sua vita.

 

la casa del padre

agosto 22, 2018

IMG-20180822-WA0006

Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.