Posts Tagged ‘Angelo Guglielmi’

chi disprezza fa vendere

dicembre 2, 2016

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Di recente Aldo Busi s’è lamentato delle recensioni entusiastiche ricevute dal suo ultimo libro, a suo dire “tutte disinnescate e inefficaci”, ed ha auspicato che “qualcuno si decida finalmente a stroncarlo”. I futuristi avrebbero senz’altro approvato. Nel 1905, la prima di un dramma di Marinetti venne voluttuosamente fischiata dal pubblico e pure dal suo autore, perché “ciò che viene subito applaudito è mediocre e banale”. Forse a lui si sono ispirati i Wu Ming, quando hanno messo sulla fascetta di Altai il giudizio di Libero, che lo definiva “una boiata”, rimarcando la contrapposizione ideologica col quotidiano conservatore e appuntandosi quella liquidazione come una medaglia. Pure Antonio Moresco non nascose i suoi attriti con la critica ufficiale, e infatti le sue prime pubblicazioni parlavano dell’impossibilità di pubblicare. In fondo bastava leggere Gli Esordi, che narra di un tizio penosamente indeciso tra il farsi prete, la militanza politica e la vocazione letteraria, per mangiare la foglia. La critica lo caricò di fischi, mentre se l’avesse caricato di fiori forse ce la saremmo cavata con una festante cucciolata di piccoli drammi introspettivi. Invece il mantovano gettò la spugna, si leccò le ferite e, incarognito, inaugurò senza meno la sua fase maggiore: fioretti da mille pagine come dio li manda (tipo Canti del caos e Gli increati), così, tanto per rallegrare le sessioni di italianistica; al punto che la bocciatura di Angelo Guglielmi (“un libro illeggibile”) finì direttamente in fascetta come un’onoreficenza.

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la formazione dello scrittore

luglio 8, 2015

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Tutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, cioè le storie di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza a cui si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa in primis con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io; così diceva. Basta metterli sotto a studiare e a praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Ecco, io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? No, io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

Nella mia vita precedente facevo l’arredatore, quello era il mio posto nel mondo, la mia occupazione. Arredare le case degli altri, avere una competenza su tessuti, mobili e imbottiti. A me la gente si rivolgeva per quello. Poi arrivò la crisi, durissima, e non ci misi molto a capire che non era una congiuntura temporanea, che non bastava stringere la cinghia: dovevo cambiare vita, mollare tutto e inventarmi qualcos’altro. Sapendo di non avere talenti particolari, e neppure capitali da investire, ho provato con la scrittura, la cosa più economica del mondo. In fondo serve solo una biro e dei fogli, se non hai neppure un pc. E poi a uno scrittore si perdona tutto. Puoi essere un poveraccio, uno che non si può permettere manco di vivere da solo in un monolocale in affitto, ma se scrivi libri e articoli sulle pagine culturali non sei un pezzente come tutti gli altri, il 740 non misura più il tuo valore, il tuo peso nel mondo. Perché non si sa mai. Sai quanti scrittori in vita non se li cagava nessuno e sono stati scoperti dopo morti? L’importante è che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche, e la fama postuma a quel punto è possibile. Il fatto che ci sia una probabilità su un milione di essere il Kafka (o il Walser, o il John Williams) del XXI secolo non conta, così come chiunque spera di vincere al superenalotto. Ci vuole un po’ di pazienza, e un Max Brod che ti resusciti. Il talento, quello è opinabile. Io ero certo di non possederlo, ma allo stesso tempo ero convinto che con un po’ di esercizio e un po’ di tempo a disposizione avrei sfornato anch’io qualcosa di degno, che non sarebbe passato sotto silenzio. E così mi son messo di buzzo buono e ci ho provato. È come la simpatia. Io non sono mai stato simpatico a nessuno, di primo acchito. Forse conoscendomi un po’, dopo un po’ di tempo, quando mi lascio andare e mi fido di chi ho di fronte, posso risultare simpatico, ma all’inizio no. Allora ho fatto come il protagonista del romanzo di Ishiguro, il maggiordomo di Quel che resta del giorno. Mi sono allenato, tanto non mi correva dietro nessuno. Non avevo scadenze da rispettare, solleciti o particolari aspettative, perché nessuno si aspettava da me niente in quel senso, e quindi potevo lavorare in tranquillità. Allora sono partito da due punti fermi, due punti di forza. Il primo è che so cogliere il bello, capire quando una cosa funziona, e a quel punto si tratta solo di replicarla, adattarla al nuovo contesto. E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ordinario. Così mi sono iscritto a un corso di sceneggiatura della Rai, ho imparato le tecniche di base della narrazione per immagini, l’arco di trasformazione del personaggio, gli scarti, i punti di svolta, e poi mi son messo sotto. Il primo punto di forza era raccolto in diversi taccuini. Tutto ciò che avevo visto, sentito o letto di ammirevole l’avevo trascritto lì, e ora mi sarebbe tornato utile. Il secondo punto di forza l’avrei sfruttato raccontando ciò che conoscevo meglio, le storie di cui ero stato protagonista, gli alti e bassi che il destino mi aveva procurato con generosità.

Ci misi poco meno di un anno a finire il primo libro, e pur non avendo avuto il successo sperato quel romanzo non passò inosservato, tant’è che mi fruttò un contratto per il secondo. Ricordo che mi giunsero voci da parte di alcuni parenti e amici che dubitavano fortemente che fossi in grado di ripetermi. “Ci ha messo tutto se stesso nel primo, che scriverà ora?”. Io invece non avevo alcun dubbio in quel senso. Le idee non mi sono mai mancate. Semmai mi è mancata la fiducia, il credere che valessero qualcosa. Esemplare è stato il mio secondo libro, l’antologia Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari, pubblicata da ISBN. Era tutta la vita che in un libro guardavo per prima cosa i ringraziamenti. Ero arrivato perfino a formulare la teoria secondo la quale la lunghezza dei ringraziamenti fosse inversamente proporzionale al valore dell’opera, tant’è che nel mio primo romanzo li ridussi ai minimi termini per non smentirmi. Però non avevo mai pensato che fosse qualcosa di significativo, solo una mia fissa un po’ bizzarra. Finché un giorno, su facebook, dopo aver postato i ringraziamenti involontariamente comici del libro Zero zero zero di Roberto Saviano, fui contattato da Carolina Cutolo. Mi disse di essersi vergognata molto sentendomene parlare a un festival letterario, dato che lei aveva scritto dei ringraziamenti lunghissimi, e mi propose di farne insieme un ebook autoprodotto. Solo a quel punto, dopo che lei mi fece capire che poteva essere un libro interessante, un fenomeno da studiare, rilanciai proponendo di presentarlo a un editore per farne un libro cartaceo, e così fu. Mentre raccoglievamo i vari ringraziamenti e li suddividevamo in categorie, pensai che quella era un’idea che sarebbe potuta piacere a Umberto Eco, e gli scrissi una lettera che illustrava il nostro progetto chiedendo se era disposto a farci una prefazione. Ventiquattr’ore dopo, per email, Eco mi rispose così: “Entusiasta del suo progetto, le regalo una mia vecchia bustina di Minerva dell’87 per darmi atto della mia idea pioneristica”. Non era una prefazione nuova, fatta ad hoc per quel libro, ma era pur sempre un suo testo sul tema, e neppure molto conosciuto, dato che non figurava nell’omonima raccolta di Bompiani e non si trovava neppure in rete.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’antologia sui ringraziamenti uscì pure il mio secondo romanzo. Era il 4 settembre di quest’anno, ed io ero molto emozionato. Ci avevo messo quasi due anni a scriverlo, ma alla fine ce l’avevo fatta, la scommessa l’avevo vinta. Un nuovo romanzo, con un’altra storia, stavolta molto poco autobiografica. Come ogni autore, riponevo grandi speranze nel mio libro, ero certo che avrebbe venduto più del mio romanzo precedente, ma quando chiesi al mio editor la tiratura rimasi di stucco, fu una doccia gelida. L’avevano stampato con un numero di copie molto inferiore al precedente, quasi un terzo. E infatti il libro non c’era, non esisteva. In molte librerie non figurava neppure, e nelle più grosse se ne trovavano al massimo un paio di copie, quasi sempre impilate di dorso negli scaffali alfabetici a parete, quelli che si consultano solo se si ha già idea di cosa comprare. In queste condizioni era molto difficile, se non impossibile, venderne più del precedente. Mi spiaceva un casino, soprattutto perché questo romanzo aveva degli atout commerciali di cui il primo era privo. Un titolo più accattivante, una copertina più attraente (grazie al disegno di Lorenzo Mattotti), una fascetta di Tiziano Scarpa, che mi considera “una delle penne più felici oggi in Italia”, e infine una storia più lineare, meno frammentaria, con un linguaggio depurato dagli sfoggi muscolari del primo. Le ragioni addotte dall’editore erano quelle economiche. Dal 2011 ad oggi erano cambiate molte cose nell’editoria. In soli tre anni un quarto delle librerie aveva chiuso, si vendevano molti meno libri, ergo la tiratura del precedente era impensabile. Insomma, mentre ero avvolto in pessimi presagi e il libro era appena uscito ricevetti una notizia sorprendente. La notte del 7 settembre, solo tre giorni dopo l’uscita del romanzo, ero a casa con la mia compagna. Dato che non c’era nulla d’interessante in tivù accesi il pc e controllai il mio blogghettino. Non aveva molto senso che lo controllassi, dato che negli due anni l’avevo trascurato parecchio per scrivere il libro e il numero dei suoi visitatori era crollato a cifre risibili, circa 20 persone al giorno, ma lo feci lo stesso e notai subito un’allerta di wordpress, una spia che mi segnalava un insolito picco di accessi. Guardai le statistiche e c’era una torre che svettava in mezzo al deserto. Un migliaio di persone nel giro di un’ora era passato dal mio blog. Controllai da dove arrivavano e risultava che provenivano tutti da twitter. Lo dissi subito alla mia compagna e sbirciando dal suo profilo su twitter, dato che io lì non c’ero, mi accorsi che il responsabile era nientepopodimeno che Jovanotti. Aveva scritto che gli era piaciuto molto, e ci aveva messo pure la foto della copertina. Un endorsement di Jovanotti, su twitter, dove vantava più di due milioni di followers, non ci potevo credere! Eccolo, il punto di svolta che attendevo, il mio treno! Ora tutto sarebbe stato diverso. Mi chiamarono subito molti amici per congratularsi. Uno di loro mi disse: “in confronto, con La Lettura del Corriere ci s’incarta il pesce”. Insomma, io e la mia compagna ci abbracciammo, eravamo al settimo cielo, tanto che faticai ad addormentarmi, cullato da mille sogni di gloria, ma nei giorni successivi purtroppo non cambiò nulla. L’editore non ristampò e non cambiò neppure la fascetta. Quell’endorsement produsse una piccola fiammata di vendite, come mi disse l’editor, ma non convinse Ponte alle Grazie a rimpolpare le poche copie distribuite. Neppure un mese dopo, quando apparve un video di Jovanotti della durata di 10 minuti sul mio libro, si smosse, e presto anche i miei entusiasmi si spensero.

Un sabato mattina, che scesi a portare il cane passando davanti all’edicola dove compravo sempre gli inserti letterari del weekend, decisi di non comprare più Tuttolibri de La Stampa. In fondo mi aveva ignorato fino a quel momento, perché spendere dei soldi per leggere recensioni di libri altrui? Rincasai, e mentre la mia compagna si stava facendo la doccia sentii il trillo del suo cellulare. Le era arrivato un sms. Mi chiese dal bagno di leggerlo e vidi che un suo amico torinese, assiduo lettore de La Stampa, le comunicava che oggi quel giornale aveva incensato il mio libro. Mi precipitai giù a comprarlo e lo lessi correndo verso casa. Angelo Guglielmi, l’arpagone degli elogi, diceva delle cose bellissime. “Una scrittura che ha introiettato una consapevolezza, un’attitudine critica che le conferisce una splendida purezza e agilità. L’autore spinge avanti la trama del racconto guardandola a distanza, mettendole a disposizione, come un dono, il suo sguardo. Uno sguardo reso sapiente dalla lettura degli straordinari autori cui Garufi esclusivamente si dedica – certo Cortazar, ma prima Flaubert, Kafka, Céline, Cioran e soprattutto Perec”. Ero commosso. Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere. Su questo punto la penso come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando chiede a George Peppard: “Ma sei uno scrittore vero?”, e lui risponde “in che senso?”, al che lei replica: “ci campi con quello che scrivi?”. Ecco, io non ci campo. Se non vivessi con la mia compagna, che ha una casa di proprietà tutta pagata, non potrei mai permettermi un affitto da solo, neppure mettendo insieme i guadagni delle traduzioni e delle collaborazioni giornalistiche. E a 50 anni non è un gran risultato. Anche lei, la mia compagna, ha perso la sua scommessa, quando ha creduto in me, nella possibilità che io diventassi uno scrittore. Se penso che una delle categorie del libro sui ringraziamenti s’intitolava “febbre da cavallo”, e prendeva in giro gli scrittori che ringraziavano chi aveva scommesso su di loro, capisco quanto il destino possa essere beffardo e vendicativo. Ma pure la mia famiglia ci aveva creduto, e ora è un po’ delusa. Viviamo tutti lontano. Mia madre e mio fratello minore in Spagna; mio fratello maggiore in Brasile, dove fa l’export area manager per la Perfetti, la multinazionale dei chewing gum, e infine mia sorella a Milano, col suo bel negozietto in centro. Mi seguono tutti con affetto, seppur distanti, s’informano sull’andamento delle vendite e delle recensioni, speravano che almeno uno di loro diventasse famoso. A volte, quando ci riuniamo a Natale, gli leggo in volto la delusione, e io stesso mi sento un po’ Calimero, quello che non possiede nulla e guadagna meno di tutti. Poi per consolarmi penso che non è stato tutto vano, che qualcosa mi è rimasto, che la stima di Guglielmi, l’apprezzamento di Umberto Eco, di Jovanotti e di Tiziano Scarpa non me lo toglierà nessuno finché campo. E non è cosa da tutti i giorni. Certo non ci paghi l’affitto, ma riscalda il cuore.

Angelo Guglielmi sul Superlativo

ottobre 19, 2014

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polemiche

settembre 29, 2012

Una postilla polemica a margine di un libro sulle polemiche. Gilda Policastro, in questo saggio pubblicato di recente da Carocci, mi cita in una nota. Il brano in questione (a pag.52), che rinvia alla nota n°88, lamenta gli “eccessi di autoconsacrazione narcisistica nel panorama ultracontemporaneo” da parte di alcuni autori, di contro alla “prassi decisamente autoironica” degli scrittori delle generazioni precedenti (come L’Anonimo lombardo di Arbasinonelle cui pagine introduttive “erano radunati i migliori giudizi critici sull’opera”). Per comprovare questo scadimento epocale, nella nota si fanno due esempi. Il primo è Paolo Sortino, reo di aver inserito nel sito dove si pubblicizza il suo libro (Elizabeth) gli sms elogiativi ricevuti da giornalisti e scrittori suoi amici, oltre alle recensioni ufficiali. Il secondo è il mio romanzo, sul quale è stata apposta “una fascetta recante un giudizio entusiastico da parte dello scrittore Tommaso Pincio, giudizio che si dovrà, evidentemente, attribuire a una comunicazione privata”. Il nesso  fra i due casi l’autrice lo individua nella tendenza degli editori ad “affidarsi, per la promozione del libro, a scrittori, piuttosto che a critici, ritenuti, i secondi, sempre più marginali, quando non dannosi.”

Bon, partendo dalla fine. Non so gli altri, ma non mi risulta che Ponte alle Grazie abbia delle idiosincrasie verso i critici (e forse invece dovrebbe). La prova è che l’ultimo libro di Laura Pugno (La caccia), appena uscito, ospita in bella evidenza sulla quarta di copertina giudizi di “critici puri” come Andrea Cortellessa e Angelo Guglielmi. Riguardo a Pincio, non so bene cosa sia, se solo narratore o anche critico. So che recensisce  spesso libri su Rolling Stone, ma ho visto parecchi suoi interventi pure su La Lettura del Corriere, su Alias del Manifesto e su altri giornali. E Hotel a zero stelle, la sua penultima prova narrativa edita da Laterza, presenta dei corposi inserti di critica letteraria. Indubbiamente passerà alla storia della letteratura più come narratore che altro, ma di certo non è stato solo quello, e la critica la sa esercitare molto bene. Quel “giudizio entusiastico” lo comunicò per mail a me e al mio editor, ben sapendo che sarebbe stato stampato sulla fascetta (trasformandosi così da privato in pubblico), tant’è che ne discusse una versione ridotta, più adatta allo spazio dove sarebbe stata ospitata. La stessa Policastro non è un critico puro, nel senso che ha pubblicato anche poesie e che col Farmaco ora è pure narratrice. Ed io, che ho scritto un centinaio di recensioni in dieci anni prima del romanzo, cosa sono, un critico o un narratore (e Trevi, e Piperno…)?

Quanto al giudizio di Pincio, fu una decisione del marketing di Ponte alle Grazie, quella di accompagnare il mio esordio con un consiglio autorevole. Non volevano per forza uno scrittore invece di un critico, volevano uno noto, tant’è che mi hanno anticipato che col mio prossimo libro utilizzeranno per la quarta di copertina un giudizio di Guglielmi apparso su l’Unità.

Oltre a quello di Pincio, esisteva anche un altro complimento pubblico e autorevole che sarebbe piaciuto al mio editore segnalare in fascetta. Si trattava di una frase di Tiziano Scarpa (altra figura ibrida di poeta-drammaturgo-narratore-critico, si pensi a un libro come Cos’è questo fracasso?, oppure alla sua rubrica fissa su Saturno, il defunto inserto letterario del Fatto Quotidiano), pronunciata in un’intervista rilasciata a l’Unità pochi mesi dopo aver vinto lo Strega. C’era un però, ossia che Scarpa compariva come personaggio nel mio libro, e questo rendeva inopportuna la citazione.

Così, giusto per chiarezza.

Ritorno alla realtà ma con fantasia

settembre 13, 2011

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La geocritica del Manga

giugno 14, 2009

manganelli

Mentre la critica letteraria viene data quasi unanimemente per spacciata o agonizzante, e ci si divide tra chi vorrebbe munirsi di vanga e chi farebbe l’ultimo disperato tentativo col defibrillatore, le recensioni invece si moltiplicano e si occupano sempre più spesso di ambiti non strettamente letterari. E’ il caso di Piero Sorrentino, che su Il Giudizio Universale recensisce la legge sull’elezione diretta dei sindaci, e di Camillo Langone, autoproclamotosi critico liturgico, con le sue recensioni delle messe pubblicate su Il Foglio. Che si tratti della riprova di quanto andava scrivendo Aldo Busi ne Le persone normali, quando lamentava la singolare “pretesa che tutto vada letto: quadri, edifici, stoffe, spettacoli musicali, pugilato, segni. Tutto, meno i libri”? O che sia piuttosto quell’ “effetto alka-seltzer” di cui parlava nel ‘74 Enzensberger, una sorta di ermeneutica diffusa, per cui la critica non si trova più nelle sue cornici istituzionali, nelle pagine culturali dei giornali e delle riviste, ma, come la pillola che si è disciolta nell’acqua rendendola frizzante, ora sta dappertutto, nei commenti dei blog letterari e nel chiacchiericcio dei talk-show televisivi? (more…)

Nature

marzo 15, 2009

bernhard

Su Il Primo Amore Antonio Moresco annuncia l’imminente uscita presso Mondadori di Canti del caos, libro che iniziò a scrivere nel 1994 e di cui erano state finora pubblicate le prime due parti. Il nuovo volume proporrà insieme le prime due parti rivisitate più una terza inedita. Nell’attesa anticipa un brano tratto dall’ultima parte, il cui incipit recita così:
Non sappiamo più dove siamo, chi siamo”. (more…)