Posts Tagged ‘Anton Cechov’

Gli artisti-medici

marzo 29, 2019

cons

Io ho un debole per gli artisti-medici. Non so, secondo me hanno una marcia in più rispetto agli altri. Vedi Burri, Céline, Cechov, Lobo Antunes. Deve essere per una caratteristica peculiare che ha studiato molto un critico-medico, e cioè la cenestesi, cioè quella forma di autocoscienza che ci permette di percepire il nostro corpo attraverso i segnali che ci giungono dagli organi interni. Il critico-medico che si occupò di queste cose era Jean Starobinski, morto di recente, e in molti suoi saggi la cenestesi ha un posto di riguardo. Penso a la Scala delle temperature, un libriccino edito dal Melangolo il cui sottotitolo, che purtroppo nell’edizione italiana si è perso, era Lecture du corps dans Madame Bovary, perché analizzava il capolavoro di Flaubert attraverso la dominante calorica, le sensazioni di calore o di freddo provate dai protagonisti.

Ma cos’è la letteratura, se non un’elaborata auscultazione di sé? Alla base di tutto c’è il bilinguismo arte-scienza, una naturale vocazione multidisciplinare, e in Starobinski anche un posto che l’ha favorito, la sua città, Ginevra, luogo di confine, centro cosmopolita ma insieme ai margini delle usuali tratte turistiche (tanto che non esiste una guida specifica che la riguardi), nonché sede della prima cattedra di letteratura comparata della storia della letteratura. Battiti, palpitazioni, vertigini, brividi, sono indagati come indizi di una personalità, espressioni di un linguaggio più profondo e privo di infingimenti, non contaminato dalle convenzioni, che estende il terreno di studio alla dimensione “intracorporea” come se la sensazione, rifluendo sul soggetto, cercasse di percepirsi incorrotta alla fonte.

Non fa qualcosa del genere anche Mauro Covacich, in Di chi è questo cuore, riferendo ogni accadimento della sua vita alla coscienza elementare del corpo, che gli ricorda i propri limiti? Sarà per questo, e per il mio bisogno compulsivo di “collocare” le scritture, di assegnargli delle precise coordinate spaziali, che ora sento un gemellaggio ideale tra il Villaggio Olimpico di Roma, dov’è ambientato il romanzo del triestino, e rue de Condelle 12 a Ginevra, dove viveva Starobinski? Ricordo che da ragazzo mi colpiva tanto l’abitudine del giornalismo politico televisivo di parlare per indirizzi: Piazza del Gesù per dire Democrazia Cristiana, via delle Botteghe Oscure per il PCI, come se in quei toponimi si celasse una formula magica e misteriosa che mi sforzavo di decifrare. La Renault 4 rossa col corpo di Moro parcheggiata dai brigatisti in via Caetani, proprio a metà strada dei due interlocutori più intransigenti, come un atto d’accusa topografico alla linea della fermezza. 

E poi da adulto l’amore per i libri di Peter Altenberg, la cui proverbiale asciuttezza espressiva lo aveva portato a scrivere della donna amata solo il nome e l’indirizzo, e per i romanzi di Mercè Rodoreda, in cui l’indirizzo acquista il rango di titolo, come Piazza del Diamante, o Via delle Camelie. E infine i brividi miei, nello scoprire gli aneddoti apparentemente senza senso che “legano” due autori amati solo perché i loro destini si sfiorarono in un momento e in un luogo preciso. Come il padre di Starobinski, medico, che constatò il decesso di Robert Musil, suo vicino di casa a Ginevra, il 15 aprile 1942, o la madre di uno dei migliori amici e compagno di classe del piccolo Jean che si chiamava Felice Bauer (“Purtroppo lo seppi tardi, dopo aver tradotto e commentato La colonia penale. E pensare che ci aveva preparato tante buone merende”).

 

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Il Bianciardi a colori

aprile 26, 2015

io-rossari

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui il miglior supplemento letterario italiano era il Corriere della Salute. Usciva il giovedì e non me ne perdevo uno, perché ci scriveva Marco Rossari. Quando gli chiesi cazzo ci faceva lì mi rispose che non sapeva dove altro scrivere. L’unico aggancio che aveva con un giornale cartaceo era il caporedattore di quell’inserto, così aveva cominciato a buttar giù dei pezzi-ponte dai titoli curiosi come “Philip Roth e i disturbi alla prostata”, “Curarsi coi libri” o “le emorroidi nei racconti di Cechov”. Le prime righe dell’articolo di solito erano impeccabili, descrivevano la sintomatologia dei vari disturbi e indovinavano a colpo sicuro l’eziologia (tipo le lunghe chiacchierate dei personaggi di Cechov seduti in panchina o i rapporti sessuali non protetti con partner a rischio nei romanzi di Roth), ma subito dopo l’autore partiva per la tangente letteraria e non ce n’era più per nessuno. Io lo consigliavo a destra e a manca ma non venivo preso molto sul serio, probabilmente pensavano fosse solo un paradosso simpatico. Da un lato ero dispiaciuto, mi sembrava di rivivere il periodo in cui feci il fattorino in una libreria, una quindicina di anni fa. Era l’epoca d’oro di Ronaldo all’Inter, il fenomeno, e al mio collega milanista in magazzino ogni tanto consigliavo entusiasta un libro, al che lui scuoteva la testa dicendo: “sì, sì, tutti fenomeni”. Per altri versi invece era bello che solo in pochi conoscessero Rossari, mi gustavo un piacere semiclandestino, da samizdat. Adesso la pacchia è finita (la pacchia da happy few, che la sua è appena cominciata); adesso in tanti si sono accorti del suo talento e lo si può leggere da varie parti, come il mensile IL del Sole 24 Ore, Wired, la Rivista Studio ed altre ancora. Sfogliando questi periodici si riconoscono subito i suoi pezzi. Marco ha una scrittura graffiata inconfondibile, insieme improvvisata e precisissima, visionaria e trasparente, piena di ombre, di rimpianti e di momenti di felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come il Lazzaretto inondato di luce fra le sagome scure dei palazzi di Porta Venezia. Riesce a dire peste e corna di Milano (vedi qui), della sua aria irrespirabile e delle sue apericene, e al contempo a far sentire che ne è irresistibilmente attratto, che non la cambierebbe con nessun’altra. L’ossimoro è la sua cifra stilistica, la forma verbale più adatta a sintetizzare la dialettica delle contrapposizioni irrisolte, che dà vita a un processo di chiaroscurificazione del mondo in cui il registro dolente si accompagna sempre a quello comico, come le passioni alle idiosincrasie. Rossari è un Bianciardi a colori, senza Mulas, il Jamaica e le velleità rivoluzionarie da maremmano incazzato. Nei suoi racconti, quell’incazzatura si è talmente stemperata e metabolizzata nell’alcool e nelle cartelle di traduzione che se ne trova traccia solo in alcuni personaggi stralunati (come Tuoné il bello e il timido Spino di Invano veritas) e in certi lividi scorci (Vetra, l’Arci Tristezza) di questa città “appestata, invivibile, bellissima”. Perché se c’è qualcuno che può cantargliene quattro a Milano, magari in un bel Contromano Laterza, questo è Marco Rossari.

L’invidia

gennaio 21, 2010

La recente scomparsa di Beniamino Placido ha amareggiato molti, me per primo. Seguivo con attenzione sia la sua rubrica giornalistica sulla tv che il programma che condusse nel 1994 insieme a Indro Montanelli (Eppur si muove) sul carattere nazionale, in cui se dovevano criticare qualcosa dicevano sempre “noi”, “noi italiani”, non se ne tiravano fuori. Poi leggevo con interesse pure le sue recensioni su Repubblica, credo infatti di aver comprato e apprezzato I 15.000 passi di Vitaliano Trevisan dopo un suo articolo. E infine imparai quasi a memoria un suo densissimo saggetto edito dal Mulino, intitolato La televisione col cagnolino, in cui analizzava il celeberrimo racconto di Cechov per illuminare tanti piccoli fenomeni attuali. (more…)