Posts Tagged ‘Antonio Lobo Antunes’

In culo al Nobel

ottobre 8, 2019

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Io sono praticamente certo che giovedì prossimo uno dei due Nobel per la letteratura verrà assegnato ad Antonio Lobo Antunes, un autore che amo e sul quale avrei parecchio da dire, tanto da aver pensato di preparare un bell’articolo da proporre al giornale subito dopo l’annuncio ufficiale dell’accademia svedese così da fregare sul tempo la concorrenza, perché questa volta sarà la volta buona, me lo sento, anche i bookmaker lo danno per favorito, questa volta gli accademici svedesi se ne fregheranno dei soliti calcoli geopolitici, del fatto che il Portogallo è già stato premiato pochi anni fa con Saramago, e incoroneranno Lobo con convinzione ed entusiasmo perché lui è il migliore, ammettiamolo, nessuno come lui oggi sa orchestrare partiture polifoniche così complesse e articolate, tenere il filo di tante storie in punta di penna senza mai imbrogliarle, ma tessendole e dipanandole e facendone ordito e rendendo a ciascuna di esse giustizia con una prosa lussureggiante, visionaria, barocca e trasparente allo stesso tempo, piena di fado, di ombre, di rancori, di ferite immedicabili e di remote felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come piazze inondate di luce fra le sagome scure dei palazzi del centro di Lisbona, e io allora non mi farò trovare impreparato, nossignore, devo solo scrivere il pezzo questa settimana per poterlo mandare al giornale un secondo dopo la proclamazione, un pezzo limato e ponderato che tutti invece ammireranno increduli di come abbia potuto scriverlo di getto senza pensarci, ma proprio mentre pregusto il mio momento di gloria, e vedo parenti amici e frotte di lettori sconosciuti che si complimentano con me, proprio in quel preciso istante realizzo che per scrivere questo articolo, un lungo articolo riassuntivo della parabola umana e artistica di Lobo come una specie di bilancio con tanto di citazioni illuminanti da quasi tutte le sue opere e perfino indirizzi di case in cui ha vissuto e che ho visitato, per scriverlo dicevo devo scriverlo per forza la sera, chiuso da solo in studio per concentrarmi, non c’è altra soluzione, dato che di giorno lavoro e torno a casa tardi, soprattutto in questo periodo che siamo sotto evento, e a me la sera piace stare con la mia donna stravaccato sul divano ad accarezzare il cane e guardare la TV, e allora mi vengono mille dubbi e insicurezze, penso che magari non lo premieranno, mica è detto, poi i bookmaker non ci prendono quasi mai, sai quanti ne son rimasti scornati, guarda quel che capitò a Borges e a Philip Roth, gli eterni illusi, e io rischio di farmi un culo così per niente, ma chi me lo fa fare, e insomma alla fine di un lungo travaglio interiore e di una muta negoziazione fra il piacere che mi deriverebbe dalla pubblicazione e la fatica di scrivere giungo all’amara conclusione che chissene e ci rinuncio. Ora applica questo schema a qualsiasi altra cosa e avrai la storia della mia vita.

Gli artisti-medici

marzo 29, 2019

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Io ho un debole per gli artisti-medici. Non so, secondo me hanno una marcia in più rispetto agli altri. Vedi Burri, Céline, Cechov, Lobo Antunes. Deve essere per una caratteristica peculiare che ha studiato molto un critico-medico, e cioè la cenestesi, cioè quella forma di autocoscienza che ci permette di percepire il nostro corpo attraverso i segnali che ci giungono dagli organi interni. Il critico-medico che si occupò di queste cose era Jean Starobinski, morto di recente, e in molti suoi saggi la cenestesi ha un posto di riguardo. Penso a la Scala delle temperature, un libriccino edito dal Melangolo il cui sottotitolo, che purtroppo nell’edizione italiana si è perso, era Lecture du corps dans Madame Bovary, perché analizzava il capolavoro di Flaubert attraverso la dominante calorica, le sensazioni di calore o di freddo provate dai protagonisti.

Ma cos’è la letteratura, se non un’elaborata auscultazione di sé? Alla base di tutto c’è il bilinguismo arte-scienza, una naturale vocazione multidisciplinare, e in Starobinski anche un posto che l’ha favorito, la sua città, Ginevra, luogo di confine, centro cosmopolita ma insieme ai margini delle usuali tratte turistiche (tanto che non esiste una guida specifica che la riguardi), nonché sede della prima cattedra di letteratura comparata della storia della letteratura. Battiti, palpitazioni, vertigini, brividi, sono indagati come indizi di una personalità, espressioni di un linguaggio più profondo e privo di infingimenti, non contaminato dalle convenzioni, che estende il terreno di studio alla dimensione “intracorporea” come se la sensazione, rifluendo sul soggetto, cercasse di percepirsi incorrotta alla fonte.

Non fa qualcosa del genere anche Mauro Covacich, in Di chi è questo cuore, riferendo ogni accadimento della sua vita alla coscienza elementare del corpo, che gli ricorda i propri limiti? Sarà per questo, e per il mio bisogno compulsivo di “collocare” le scritture, di assegnargli delle precise coordinate spaziali, che ora sento un gemellaggio ideale tra il Villaggio Olimpico di Roma, dov’è ambientato il romanzo del triestino, e rue de Condelle 12 a Ginevra, dove viveva Starobinski? Ricordo che da ragazzo mi colpiva tanto l’abitudine del giornalismo politico televisivo di parlare per indirizzi: Piazza del Gesù per dire Democrazia Cristiana, via delle Botteghe Oscure per il PCI, come se in quei toponimi si celasse una formula magica e misteriosa che mi sforzavo di decifrare. La Renault 4 rossa col corpo di Moro parcheggiata dai brigatisti in via Caetani, proprio a metà strada dei due interlocutori più intransigenti, come un atto d’accusa topografico alla linea della fermezza. 

E poi da adulto l’amore per i libri di Peter Altenberg, la cui proverbiale asciuttezza espressiva lo aveva portato a scrivere della donna amata solo il nome e l’indirizzo, e per i romanzi di Mercè Rodoreda, in cui l’indirizzo acquista il rango di titolo, come Piazza del Diamante, o Via delle Camelie. E infine i brividi miei, nello scoprire gli aneddoti apparentemente senza senso che “legano” due autori amati solo perché i loro destini si sfiorarono in un momento e in un luogo preciso. Come il padre di Starobinski, medico, che constatò il decesso di Robert Musil, suo vicino di casa a Ginevra, il 15 aprile 1942, o la madre di uno dei migliori amici e compagno di classe del piccolo Jean che si chiamava Felice Bauer (“Purtroppo lo seppi tardi, dopo aver tradotto e commentato La colonia penale. E pensare che ci aveva preparato tante buone merende”).