Posts Tagged ‘Antonio Moresco’

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

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Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

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chi disprezza fa vendere

dicembre 2, 2016

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Di recente Aldo Busi s’è lamentato delle recensioni entusiastiche ricevute dal suo ultimo libro, a suo dire “tutte disinnescate e inefficaci”, ed ha auspicato che “qualcuno si decida finalmente a stroncarlo”. I futuristi avrebbero senz’altro approvato. Nel 1905, la prima di un dramma di Marinetti venne voluttuosamente fischiata dal pubblico e pure dal suo autore, perché “ciò che viene subito applaudito è mediocre e banale”. Forse a lui si sono ispirati i Wu Ming, quando hanno messo sulla fascetta di Altai il giudizio di Libero, che lo definiva “una boiata”, rimarcando la contrapposizione ideologica col quotidiano conservatore e appuntandosi quella liquidazione come una medaglia. Pure Antonio Moresco non nascose i suoi attriti con la critica ufficiale, e infatti le sue prime pubblicazioni parlavano dell’impossibilità di pubblicare. In fondo bastava leggere Gli Esordi, che narra di un tizio penosamente indeciso tra il farsi prete, la militanza politica e la vocazione letteraria, per mangiare la foglia. La critica lo caricò di fischi, mentre se l’avesse caricato di fiori forse ce la saremmo cavata con una festante cucciolata di piccoli drammi introspettivi. Invece il mantovano gettò la spugna, si leccò le ferite e, incarognito, inaugurò senza meno la sua fase maggiore: fioretti da mille pagine come dio li manda (tipo Canti del caos e Gli increati), così, tanto per rallegrare le sessioni di italianistica; al punto che la bocciatura di Angelo Guglielmi (“un libro illeggibile”) finì direttamente in fascetta come un’onoreficenza.

Le parole e il corpo

marzo 4, 2016

 

Tiziano Scarpa

Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con i due motivi ricorrenti del veneziano: le parole e il corpo. Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

I due personaggi principali sono Federico Morpio, un artista di trentanove anni, e Adele Cassetti, un’impiegata di dieci anni più giovane. Entrambi vivono da soli in un piccolo appartamento a Milano e sono in crisi. Morpio si sente un fallito, non ha un soldo e il suo nome stenta a imporsi, mentre la crisi di Adele è spirituale, la sua vulnerabile solitudine “non aspettava altro che un indizio d’infinito passasse a prendersela, come un centauro vestito di cuoio nero che smarmitta sotto casa”.

Questo indizio d’infinito si manifesta una notte in casa di Adele con le sembianze di un geco, attirato lì dalle tignole della farina, delle farfalline che le infestavano i muri. La sua conversione al cristianesimo avviene per gradi. Il primo stadio è l’ammirazione per quell’animaletto capace di arrampicarsi ovunque, prova evidente di un disegno superiore, ma anche la gratitudine a Dio per aver donato all’uomo l’intelligenza per inventare il teflon, l’unica superficie che il geco non può scalare. Il secondo stadio sono le lunghe passeggiate nel Parco Agricolo Sud, un corridoio naturalistico in mezzo a capannoni e quartieri abitati. Lì, in quella biomassa pullulante di animali e piante intrecciati alla città, Adele contempla la varietà della Creazione intessuta alla presenza umana. L’ultimo stadio avviene ad Abbiategrasso, alla fine di una delle sue escursioni nel parco, entrando nella chiesa illuminata dai neon policromi dell’artista americano Dan Flavin, come una specie di Vangelo cromatico che le indica il cammino e con chi intraprenderlo. Qui infatti incontra Ottavio Garella, un fedele inquieto e dubbioso come lei assieme al quale concepirà un piano audace e rivoluzionario denominato i Cristiani Sovversivi.

Adele vive insomma la nascita di una vocazione religiosa, mentre Morpio inizia a dubitare della sua vocazione artistica. Si chiede angosciosamente se i suoi videoritratti, appartenenti alla nobile tradizione della Vanitas, ingranditi fino a mostrare i vermi microscopici che vivono sulla faccia delle persone, non piacciono perché non ha talento o perché non ha gli agganci giusti. In ogni caso, il risultato è che a furia di stringere la cinghia s’è ridotto a mangiare a sbafo nei vernissage dei colleghi di successo, ed è stato pure lasciato dalla donna con cui conviveva da quattro anni. Grazie all’eredità che riceve con la morte del padre, Morpio decide di cambiar vita e di rinunciare definitivamente ai suoi videoritratti, ma un’ultima occasione lo farà ancora sperare di realizzare la propria vocazione e di ottenere il riconoscimento ambito, portandolo a Venezia in occasione della Biennale Arte. Qui il suo destino s’intreccerà con quello di Adele, in una resa dei conti finale piena di colpi di scena.

Uno di questi è la rivelazione circa la natura de L’Interrotto, cioè dell’io narrante che sin dall’inizio ha contrappuntato tutta la narrazione, un’entità incorporea fatta di parole perché “noi parole ci mettiamo in fila e diamo corpo a chi corpo non ha”. Una sorta di voce dell’increato quindi, come un’omissione originaria, a ricordarci che la vera scrittura è sempre un atto compensatorio, e insieme la nostalgia di tutto ciò che non ha più cittadinanza nell’Essere, o che non l’ha mai avuta.

Se il finale tradisce delle risonanze moreschiane, l’incipit ricorda invece Houellebecq, con l’avvertenza che “la storia raccontata in questo libro è un preambolo o un prequel della Nuova Sovversione Cristiana e delle vicende che hanno occupato i media di tutto il mondo”.

In un’appassionata videorecensione, Jovanotti ha lodato “con fervore” la straordinaria capacità dell’autore di raccontare il mondo dell’arte, e in effetti quella è la parte più avvincente del libro. I riferimenti, veri e inventati, non si contano e sono uno più brillante dell’altro, soprattutto perché messi in bocca a un invidioso, che per ogni opera che vede trova sempre qualche precedente simile in grado di vanificarne il senso. È il caso della performance endoscopica di Micaela Maer, che Morpio liquida come epigonale paragonandola all’orazione funebre di Marco Antonio nel Giulio Cesare della Socìetas Raffaello Sanzio, “recitata da un laringectomizzato che inghiotte una microcamera fino alle corde vocali”.

Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi. Personalmente sono rimasto incantato da uno dei più semplici, quello del foglio di cartoleria con i bollini rossi che si appongono sulle opere vendute (e si usano pure come indicazione di luogo, il “voi siete qui” a una fiera), ma che dire dell’idea di suicidarsi gettandosi dalla cima del Pirellone, aggrappato a 175 ombrellini colorati acquistati da un ambulante con gli ultimi risparmi? Dalle tragiche provocazioni di Cattelan all’analisi della Cena in Emmaus di Caravaggio a Brera, fino al “colpo del cosciotto” raccontato da Zola nei suoi Taccuini o alla “installazione” di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, l’intero romanzo brulica di una miriade di riferimenti artistici, vecchi e moderni, che a raccoglierli tutti in un indice dei nomi ne uscirebbe un saggio corposo.

E qui viene in mente il vecchio rimprovero di Alfonso Berardinelli, secondo il quale Scarpa era miglior saggista che narratore, ma la verità è che oggi quella distinzione non ha più senso. Forse l’appunto poteva valere quando apparve Kamikaze d’Occidente, il diario erotico con le finestrelle di digressioni saggistiche (alcune anche di arte), ma nel Brevetto del geco la narrazione è talmente lineare e trascinante che è tutto fuso insieme, non si distinguono più i vari registri espressivi (narrazione, riflessione, poesia); e del resto questa unità stilistica se l’era posta come obiettivo già ai tempi di Verbale n.2847 (come dichiarò nell’intervista a Lorenzo Pavolini).

Non mancano i brani poetici e struggenti, come il racconto surreale e asciuttissimo della morte del padre di Morpio, risolto con una battuta messa in bocca al cane Gas; o i contatti notturni pudichi di Adele e Ottavio a forma di A; o ancora la loro lettura delle richieste di grazia disseminate fra i teschi di San Bernardino alle Ossa; o infine il sesso tra Federico e la collega Mariella, e le loro parole che si ripetono proiettate sul muro. Se c’è un banco di prova infallibile per un narratore, qualcosa di veramente difficile da dire in un modo non scontato, questo è proprio la classica scena di sesso. Si legga allora con che maestria e tatto Scarpa racconta la prima volta di Federico con Livia (pag.94), la curiosità del giovane che scopre il mondo attraverso l’intimità della sua ragazza (“la boccetta di collirio”).

In questo senso, i due protagonisti vivono l’esperienza dell’amore come qualcosa di opposto e inconciliabile, non a caso per Adele amare una persona significava riservargli in esclusiva il meglio di sé, mentre per Morpio, completamente assorbito da se stesso e dai suoi guai, era l’esatto contrario.

A leggere attentamente la prefazione de L’Interrotto, si noterà che a un certo punto espone un’intenzione precisa, raccontare la storia in modo “ambivalente: nel senso letterale del termine, qualcosa che vale doppio, che vale in entrambi i sensi”. Lo dice a proposito della mescolanza di verità e finzione, che preferisce non separare, ma a lettura finita viene il sospetto che si tratti di una vera e propria strategia di complicazione semantica, perché non solo i due protagonisti a volte sono portatori di concezioni diverse (come il significato di amare), ma tutta la storia è costellata dalla presenza antagonistica di ossimori, paradossi e antinomie. Ecco una selezione di esempi cominciando dalla fine (il che, in un certo senso, costituisce un’applicazione del metodo):

“il vuoto è il segno della sua pienezza. La disperazione è l’accesso alla speranza” (pag.260);

“se ti converti, le cose che prima pensavi ti convenissero, poi capisci che ti danneggiano” (pag.239);

“come si fa a ostentare qualcosa che consiste nella mancanza di segni di ostentazione?” (pag.183);

“vorrei divertirmi anch’io vivendo la sua stessa noia” (pag.140);

“piango senza lacrime, senza piangere” (pag.82);

“la causa era il rimedio” (pag.52);

“quella donna era indimenticabile, nell’essere impossibile da ricordare” (pag.42);

“diceva la sua faccia, senza dirlo” (pag.36);

ecc. ecc.

L’impressione, insomma, è che l’ambivalenza elevata a sistema non fosse così necessaria, soprattutto se ottenuta con contrasti di significato a volte un po’ meccanici. Ma è pur vero che nel lungo capitolo finale ambientato a Venezia, in cui confluiscono le due storie parallele, Scarpa riprende il filo di tutti i discorsi senza mai imbrogliarli, ma tessendoli e dipanandoli e rendendo a ciascuno di essi giustizia.

Unde origo inde salus, nell’origine la salvezza, ci ricordava l’autore in Venezia è un pesce, la bellissima guida turistica sui generis che dedicò alla propria città. Chissà se è vero. In ogni caso, come diceva Walter Benjamin, si scrive e si viaggia soprattutto per conoscere la propria geografia.  E questa geografia interna non sta mai ferma, ridisegna continuamente i suoi confini, è attraversata da un reticolo di percorsi sghembi e tortuosi che fanno dei giri strani, partono da dentro, poi si allontanano sempre più fin quasi a smarrirsi e a perdere ogni riferimento conosciuto, a ritrovarsi in posti con dei nomi improbabili come Pasturago di Vernate, Merembate, Fossate sul Naviglio, Garambate, e infine, quando meno te lo aspetti, ritornano miracolosamente al punto di partenza.

Perché che parli di un’orfanella del Settecento o di un universitario che si mantiene agli studi vendendo il suo sperma, di uno scrittore gigolo o di una coppia di cristiani sovversivi, la fantasia di Tiziano Scarpa è sempre la stessa, quella di un uomo che pur di non staccarsi dalla sua città natale, preferisce usarla come sfondo per gli appuntamenti col destino delle maschere più diverse, alla luce di un eterno tramonto rosato intravisto per sempre quand’era piccolo, e da allora rimasto impresso nella sua memoria come una cornice splendente che racchiude tutti gli istanti e le storie del mondo.

Dimenticanze

marzo 17, 2015

increatiStrano, si è dimenticato la cometa.

il critico innamorato

gennaio 9, 2011

Il professore di italiano di Manganelli era un tipo curioso. Forse per incoraggiare i propri allievi, disse loro che quando sarebbero stati innamorati avrebbero scritto delle bellissime poesie d’amore. Manganelli liquidava queste parole come delle sciocchezze. Sosteneva, per me a ragione, che l’innamorato socialmente è un rompicoglioni, un ossessivo-compulsivo che soffre di nominite, che ammorba chiunque parlandogli della donna amata e citandola a sproposito in ogni occasione. Il critico innamorato è la stessa cosa. Come ogni innamorato è cieco. E’ un critico privo di spirito critico. Identifica la letteratura con l’autore di cui s’innamora. Costui ne è il punto di arrivo, l’apice e l’unità di misura. Di qualsiasi cosa si discuta, in qualche modo quell’autore c’entra. Se il critico viene interpellato da un settimanale frivolo per un sondaggio sull’importanza del culo nella letteratura contemporanea, si può star certi che quell’autore verrà citato. Carla Benedetti fa così con Antonio Moresco, e Gilda Policastro con Tommaso Ottonieri. La quasi totalità dei loro interventi su carta o in rete sono di quel tipo, e io ho l’impressione che facciano un pessimo servizio a quegli autori, ossia che quella nominite produca un effetto contrario: di saturazione o di fastidio, anche in chi non li ha mai letti.

Figure carismatiche

dicembre 19, 2009

Peccato per la foto, il primo piano stretto da pensatore che si tiene le tempie per il tanto rimuginare se no scoppiano. Avesse scelto una posa come quella di Feyerabend mentre lava i piatti, con la didascalia “il filosofo al lavoro”, ne avrebbe guadagnato parecchio. E peccato per certe tisanerie da oroscopo che ogni tanto gli scappano quando discetta di relazioni sentimentali nella sua rubrica settimanale su D di Repubblica. Peccato perché quando vuole, e parla d’altro, dice cose illuminanti. Sul ferimento del premier, per esempio, le parole più sagge sono state le sue, quando ha spiegato la natura delle personalità carismatiche, che producono consensi e dissensi a livello emotivo, e ha avvertito circa la pericolosità di un potere politico di questo tipo. Pericolosità per sé, nel senso che attira soggetti paranoici (vedi il caso di John Lennon) che lo identificano come un idolo o un bersaglio, insomma un oggetto fobico, e pericolosità per la democrazia, che si fonda sulla dialettica del confronto e sullo spirito critico. En passant, un discorso simile si potrebbe fare per la letteratura. Anche qui ci sono “figure carismatiche” (espressione di per sé neutra, e a prescindere dal fatto che quel carisma lo si cerchi ed ottenga deliberatamente attraverso gli strumenti del consenso oppure semplicemente càpiti), tipo Saviano e Moresco, intorno alle quali lo scontro emotivo spesso prevale sul confronto delle idee. Io resto dell’avviso che i termini fan e persecutore siano in fondo sinonimi dei quali è bene diffidare.

Nature

marzo 15, 2009

bernhard

Su Il Primo Amore Antonio Moresco annuncia l’imminente uscita presso Mondadori di Canti del caos, libro che iniziò a scrivere nel 1994 e di cui erano state finora pubblicate le prime due parti. Il nuovo volume proporrà insieme le prime due parti rivisitate più una terza inedita. Nell’attesa anticipa un brano tratto dall’ultima parte, il cui incipit recita così:
Non sappiamo più dove siamo, chi siamo”. (more…)