Posts Tagged ‘Aurora Bernardez’

almanacco dei giorni perduti

marzo 23, 2018

(Vorrei scrivere un libro così, e vorrei che un editore lo volesse da me)

alma

19 gennaio

                                                           FINE

sto piangendo, non so se di gioia; sono le ore sei e sei minuti del 19 gennaio 1961; sto scrivendo in casa Magnoni, nella mia stanza, e sono solo in casa; è un freddo giovedì, sereno di cielo; alle otto e venti devo vedere Ebe a Porta Pia, davanti al Cinema Europa; non so ancora se le dirò che

                                             HO SCRITTO UN LIBRO

                                                                                                                ore 6 e 8 minuti

 

Al culmine della felicità si piange, come succede a Giorgio Manganelli, l’estensore di queste righe concitate. Il libro di cui aveva appena terminato la prima stesura era il suo esordio narrativo, Hilarotragoedia, che uscirà più di tre anni dopo. Chissà se poi lo disse a Ebe, la sua paziente compagna, quando la incontrò di fronte al cinema Europa. Il cinema è rimasto lì, io ci passo davanti quasi tutti i giorni in macchina quando esco dall’ufficio. Se potessi andare indietro nel tempo mi piacerebbe fare un salto in quel momento preciso, spiare l’atto di nascita di un grande scrittore, o meglio la sua autocertificazione, una delle poche che il tempo non ha sbugiardato. Sarei curioso di assistere a quell’istante fondativo, a quella sensazione travolgente che fa capire che tipo di investimento emotivo ci sia dietro un libro. Tuttavia, salvo rari casi come questo, di solito sono più attratto dalle pause e dagli inciampi di una biografia che non dai suoi momenti capitali, dalle sue “scelte irrevocabili”. Insomma, se posso lascio volentieri ai grandi critici come George Steiner il piacere di baloccarsi con le grammatiche della creazione e mi accontento di scandagliare quelle, ben più sottili e impervie, della ricreazione.

 

8 febbraio

Sono le sei del mattino ed è buio pesto. A Parigi Julio Cortázar e sua moglie Aurora dormono in una delle due stanze che hanno preso in affitto da M.me Champion, un’insegnante d’inglese che vive al secondo piano di rue Mazarine 54. Sul tavolo in cucina sono posati la macchina da scrivere, un dizionario di francese aperto e Le Memorie di Adriano, il libro che Julio sta traducendo per conto dell’editore Sudamericana. Aurora ha l’influenza da un paio di giorni. La fronte le scotta, respira con la bocca aperta e russa un po’. Lui la sveglia per farle bere uno sciroppo che deve prendere quattro volte al giorno ma lei si arrabbia, protesta che voleva continuare a dormire, stava sognando uno stupendo romanzo poliziesco ed era sul punto di scoprire il colpevole.

 

22 marzo

Alle ore 19 del 22 marzo 1842, camminando sul marciapiede di rue des Capucines, a Parigi, Stendhal veniva colto da un infarto e si accasciava a terra all’altezza del civico 24, dove adesso c’è un negozio di abbigliamento Tommy Hilfiger. Poi, va beh, l’indomani moriva.

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il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

il tempo sospeso

dicembre 1, 2016

shara

Quando mi fecero il contratto per il secondo romanzo non avevo ancora scritto una riga ed ero pieno di dubbi, ma una cosa l’avevo ben chiara, in qualche modo avrei parlato delle lettere di Julio Cortázar. Quell’epistolario mi ossessionava da mesi, non parlavo d’altro, mi sembrava la cosa più bella che avessi mai letto. E in più era solo per me, migliaia di pagine sconosciute in Italia perché non ancora tradotte. Così finì che il mio protagonista divenne il traduttore di quel libro e l’argentino una sorta di spirito guida. Poi, terminato di scrivere il mio romanzo, un editore italiano comprò i diritti dell’epistolario e mi affidò la revisione della traduzione, giusto per ribadire la proverbiale ironia della sorte. Infine, a settembre del 2014 uscì il mio libro e corsi subito in posta a spedirne una copia staffetta ad Aurora Bernárdez, la vedova di Cortázar. Lei aveva più di novant’anni e abitava nella stessa casa dove mezzo secolo prima lui aveva scritto Rayuela, il suo capolavoro. Ci tenevo a farle avere il mio romanzo, parlava anche di lei, ma non so se riuscì a leggerlo, dato che in seguito seppi che allora stava già in ospedale e che morì a novembre. Oltretutto le avevo spedito il pacco con l’affrancatura ordinaria, perché quel giorno allo sportello delle raccomandate avevo trovato un cartello che avvisava: “A causa di un guasto ai terminali il tempo reale è momentaneamente sospeso”. Come scrisse Cortázar in una lettera all’amico Manuel Fantin: “il fantastico non è che il quotidiano visto sotto una luce di rivelazione”.

i cronopios di Zara ed H&M

ottobre 5, 2016

santambrogio

Mi piace fare shopping con Chiara da H&M in via del Corso, perché lì tutto mi parla di Caravaggio. La zona intorno a quel negozio è la sua Roma molto più di altri luoghi canonici come via della Pallacorda, vicolo del Divino Amore, San Luigi dei Francesi o Sant’Agostino. Il fulcro è la basilica di Sant’Ambrogio, la chiesa dei milanesi e delle meretrici, che fu progettata dall’architetto Onorio Longhi, il miglior amico di Michelangelo nonché suo inseparabile compagno di baie e di risse. Di fronte, “riscontro al palazzo del Curenaschiere” (il responsabile dell’immondizia), abitava Maddalena Antognetti, detta Lena o la Roscina, la bellissima cortigiana dai capelli fluenti e il seno florido che gli fece da modella per la Madonna dei pellegrini, e per l’onore della quale ferì il notaio Mariano Pasqualone che l’aveva offesa. Caravaggio andava talmente spesso da lei che fu arrestato due volte in quello spiazzo, il 18 novembre 1604 e il 28 maggio dell’anno successivo. E subito dietro Sant’Ambrogio, intorno al Mausoleo di Augusto, si stendeva l’Ortaccio, il ghetto malfamato delle prostitute come Anna Bianchini, “la puttana de Dio” e “bugiarona” che per Caravaggio impersonò la Maddalena penitente e la Madonna nel Riposo durante la fuga in Egitto.

Ma Roma è fantastica perché ci sono passati tutti, a volte anche per fare shopping in quei negozi, non solo nei paraggi. Ecco perché dopo che siamo usciti da H&M, spesso facciamo un giro pure da Zara lì davanti. È che mi piace ripercorrere i passi di Julio Cortázar, e immaginarmi il pomeriggio del 24 dicembre 1953, quando l’argentino e sua moglie Aurora entrarono in quel palazzo, che allora ospitava La Rinascente, per farsi i regali di Natale. Fuori era già buio e il freddo pungente accompagnava le melodie rustiche degli zampognari, mentre la giovane coppia si aggirava tra la calca della vigilia alla ricerca di un dono da scambiarsi. Alla fine lei ricevette una sottoveste e lui un caleidoscopio del costo di 300 lire, che al rientro a Parigi, nella loro casa al 54 di rue Mazarine, Julio usò come infallibile “pruebacronopios“. Il test funzionava così: quando qualcuno entrava in casa loro, lui glielo porgeva e ne studiava le reazioni. Se rigirandosi in mano il caleidoscopio l’ospite “se enloquece, salta por el aire, ect, lo proclamo cronopio”, mentre “si condesciende con una sonrisa de buena educacion, lo mando mentalmente al corno.” Chissà che fine ha fatto quel caleidoscopio.

la pizza romana

settembre 14, 2012

Aurora y yo estamos cultivando la pizza romana. Aparte de deliciosa, aparte de ser la locura más inconmensurable del sistema solar, es barata y nos deja repletos y felices como gatos.” (J.Cortazár, Cartas a los Jonquières, Alfaguara, pag. 189, 27 ottobre 1953)