Posts Tagged ‘Balzac’

sedimenti

febbraio 20, 2017

fitzroy_road_london_-_sylvia_plath_-_w-b-_yeats

Questo è il 23 di Fitzroy road a Londra. Qui Sylvia Plath si uccise l’11 febbraio 1963. Qualche anno prima, in quella stessa abitazione, aveva vissuto William Butler Yeats. Mi incuriosiscono questi cortocircuiti, queste vite eccezionali che si sedimentano fra le stesse mura, come palazzo Bellavite a Venezia, dove vissero il licenzioso Giorgio Baffo e poi il cattolicissimo Alessandro Manzoni; o la casa parigina di rue Lepic 98 (il cui interno ora dà su rue d’Orchampt) dove Céline scrisse il Viaggio al termine della notte nel 1929, e dove mezzo secolo dopo si uccise la cantante Dalida, o quell’altra al 7 di rue des Grand Augustins, dove Picasso aveva il suo atelier e Balzac ambienta Il capolavoro sconosciuto; o il palazzo al 340 di Riverside Drive a New York, dove negli anni 70 viveva Susan Sontag mentre scriveva il suo celebre saggio Sulla fotografia, e vent’anni prima viveva Vivian Maier che faceva la tata a una bambina dai capelli scuri;Picasso_balzaco come quella di Trieste che appartenne sia a Saba che a Joyce (ma in ordine inverso), o quella fiorentina all’angolo tra via Giuseppe Giusti e via Gino Capponi, fatta costruire da Andrea del Sarto e dove vissero Federico Zuccari e Tommaso Landolfi; o quella romana di piazza delle Coppelle 48, che fu di Giorgio Manganelli e poi di Giorgio Agamben.

Annunci

la pelle di zigrino

agosto 17, 2012

C’è chi pensa che i buoni libri debbano vendere poco. Per esempio Gilda Policastro, che su fb affermò, qualche mese dopo l’uscita del suo romanzo, che se vendi molto ti devi chiedere dove hai sbagliato. E c’è chi pensa che chi sta in alto (in classifica) sia meglio di chi sta in basso, come disse Alessandro Baricco commentando il successo dell’autobiografia di Del Piero nella conferenza tenuta all’ultimo Salone del Libro. Per me non si tratta di numeri, però il criterio con cui si riconosce la buona letteratura ha a che fare coi lettori, perché i buoni libri deludono sempre un po’, ma solo dopo averti illuso fino in fondo, nel senso che si riconoscono dal fatto che prima creano delle aspettative e poi le disattendono. Ovviamente non è il genere di delusione di quando ci si aspetta un buon libro e ci s’imbatte in una ciofeca. Le aspettative disattese sono più del tipo di Zainesh, l’amica eritrea che mi disse: “quando rileggo Anna Karenina spero sempre che non si ammazzi”. Deludente quindi in opposizione a “consolatorio”, che è l’epiteto con cui la critica liquida di solito la cattiva letteratura. Deludente perché non ti dà ragione, non ti blandisce, non ti conferma nei pregiudizi. Ti aspetti che il protagonista di Vergogna salvi alla fine il cane storpio e invece no, ti delude, lascia che venga soppresso, ma quell’abbandono è in realtà un gesto d’amore, una pietosa eutanasia. E’ che l’intrattenimento puro e la cripticità elitaria sono in fondo due opzioni ugualmente seduttive e mistificanti. Un buon libro non è una finestra su Gardaland e neppure la dimostrazione della congettura di Poincaré. E’ come la pelle di zigrino: più esaudisce i desideri e più accorcia la vita (interiore).