Posts Tagged ‘Baricco’

Letteratura Eatalyana

ottobre 11, 2018

oceano

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far parlare i libri

gennaio 15, 2017

voyage

Quanti anni sono passati? Diciotto, diciassette? Molti di sicuro, eppure nonostante le tante trasmissioni di libri che si sono succedute alla RAI, quelle di Baricco sono rimaste insuperabili, forse anche in termini di ascolto, oltre che di qualità. In confronto, i programmi di Augias tipo Babele sono vecchi e polverosi come un materasso abbandonato per strada. Quello che aveva di bello e vivo Totem era che non parlava di libri, come succede in tutti gli altri, ma faceva parlare i libri. Potrà sembrare una formuletta vuota, un’inversione furba ma insensata “far parlare i libri” anziché “parlare di libri”, e invece è esattamente quello che gli riuscì e che ora sembra impossibile ripetere. Come esempio basta rivedere questo pezzo del programma, quando lui, Gabriele Vacis e Stefania Rocca declamarono (non lessero) un brano famoso del Viaggio al termine della notte, quello americano su Molly, con le tre voci che si inseguono e rettificano a vicenda pescando da traduzioni diverse.

contro il Nobel a Dylan

ottobre 13, 2016

dylan

Nel rissoso parlamento dei miei io confederati, la parte più conservatrice, cioè quella che governa stabilmente la maggioranza dei miei pregiudizi, considera un’orribile iattura, un ominoso segno della decadenza dei tempi, l’assegnazione a Bob Dylan del Premio Nobel per la letteratura. L’equivalente, in pratica, della consegna delle chiavi della città assediata ai barbari accampati fuori le mura. Giusto per non darla vinta a Baricco, che a questa icastica immagine s’è affezionato, preferisco ascoltare la mia opposizione, che questa sciagura invece un po’ se l’augurava.

Alla base di tutto c’è una semplice constatazione, ossia che l’arte si è sempre nutrita di sensi di colpa. Chi ha qualcosa da farsi perdonare cerca in ogni modo di alleggerirsi la coscienza promuovendola e finanziandola. Enrico Scrovegni pagò lautamente Giotto per scontare il peccato di usura, e il Nobel non è altro che il rito di espiazione del ricchissimo inventore della dinamite (diffidare sempre dei filantropi: sono squali pentiti).

Bob Dylan, in questo senso, è il vincitore ideale dell’ambìto riconoscimento svedese. Incoronare d’alloro un cantante come il massimo poeta del nostro tempo sancisce da un lato il suicidio della poesia ufficiale, la cui voce sempre più flebile e oscura pare ormai rivolgersi a un pubblico di pochi adepti, e dall’altro ingenera una tale quantità di sensi di colpa, in chi l’ha ridotta in questo stato, da sperare di farla rinascere presto a nuova vita.

Niente a che vedere, dunque, con la tesi avanzata da molti commentatori come Pier Vittorio Tondelli, secondo il quale “il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni”. E neppure il trionfo definitivo della popolarità, che premia il maggior consenso dei cantautori rispetto ai poeti, ma piuttosto una scommessa volta a dimostrare che l’eutanasia in certi casi può funzionare da cardiotonico.

Ma tutto questo, sia chiaro, ribadendo che qui non si fanno gerarchie: tutte le espressioni artistiche hanno pari dignità. Semmai è a leggere le tante biografie di Bob Dylan (tipo quella di Robert Shelton edita da Feltrinelli), che s’insinua il fondato sospetto che a soffrire di un complesso di inferiorità siano proprio gli estimatori della canzone d’autore, con quei continui e insistiti riferimenti a Rimbaud, Eliot e Yeats come patenti di nobiltà.

La canzone d’autore – e quella di Bob Dylan è uno degli esempi migliori – ha una sua poesia, il che però è ben diverso dall’affermare che sia poesia. Sarebbe come scambiare il sostantivo per l’aggettivo. Il testo di una canzone può essere poetico come un tramonto, un addio, un arcobaleno, una danza, un viso lavorato dal tempo, ma vive simbioticamente con la musica che l’accompagna e lo giustifica.

La poesia la musica ce l’ha dentro, è musica verbale di suo, basta a se stessa. La poesia canta e danza nell’orecchio da sola, senza bisogno del supporto del pentagramma e dell’ausilio di un microfono, mentre i testi delle canzoni appaiono vuoti e spogli in assenza del loro abito di note.

La poesia è appannaggio esclusivo dei poeti, di chi opera unicamente col linguaggio, perfino in assenza di un suo pubblico, “che non per questo smette di cercare”, come ha scritto il critico Andrea Cortellessa. Forse aveva ragione Raboni, quando, in uno dei suoi ultimi articoli, disse che “la poesia in sé, non esiste – esiste soltanto, di volta in volta, e ogni volta inaudita, ogni volta imprevedibile e irrecusabile, ogni volta identica solo a se stessa, nelle parole dei poeti”.

Punto.

febbraio 4, 2013

baricco21Ho seguito con grande interesse le Palladium Lectures di Alessandro Baricco. Si tratta di quattro lezioni che ha tenuto nell’omonimo teatro di Roma davanti a un pubblico numeroso e attento. Spesso la telecamera inquadrava gli spettatori, e nonostante la durata inconsueta delle lezioni, che superavano ampiamente l’ora, non si vedeva mai nessuno annoiato. Gli occhi erano fissi sull’oratore, la postura immobile, come ipnotizzati. Vi posso assicurare, avendo assistito a parecchi incontri letterari, che questo è anomalo. Non basta il carisma, il magnetismo, è necessario essere un affabulatore formidabile, saper raccontare le storie. Baricco non legge, improvvisa, dà l’impressione di costruire al momento il proprio discorso come una fitta ragnatela di citazioni, ti rende partecipe della fatica, e quindi sembra che si stia rivolgendo personalmente a ognuno dei suoi interlocutori. Poi quello che dice è opinabile, e spesso sono in disaccordo con le sue tesi, ma ti stimola comunque, magari a contrario. Fatta la tara a un egotismo ipertrofico che ogni tanto affiora (“questa neppure io sarei stato capace di scriverla”, riferendosi a una bella frase di Proust), Baricco conquista il suo uditorio perché oggi è il miglior monologhista in circolazione. E, come ogni vero monologhista, funziona solo in assenza di contraddittorio. Lo spazio scenico in cui si esibisce non ammette repliche. Di più, una qualsiasi voce contraria che si levasse per contestargli garbatamente qualcosa suonerebbe blasfema, né più né meno che durante una predica a messa; a tal punto che nelle rare dissonanze fra lui e gli spettatori, come quando accenna a ridere per una sua battuta e il pubblico non lo segue, l’effetto è quello di un’unghiata sulla lavagna. Ciò che non mi finirà mai di piacere in Baricco, al di là dei contenuti esposti con innegabile maestria, è proprio lo spirito del monologhista, che contempla soltanto il silenzio o l’applauso. Nell’ultima di queste quattro lezioni, forse la più interessante, quella dove discorre del tempo degli innamorati servendosi di una piantina della fuga di Luigi XVI, del racconto degli ultimi giorni di Tolstoj e di diverse citazioni (Cyrano de Bergerac, Romeo e Giulietta, L’amore al tempo del colera ecc.), Baricco a un certo punto riferisce le ultime parole di Tolstoj pronunciate prima di morire. Pare che il grande scrittore russo in quei momenti abbia detto al suo medico “svignamocela”, forse riferendosi alla moglie detestata da cui fuggiva e che lo aveva appena raggiunto. E aggiunge che quella parola, “svignamocela”, sembra sia la più usata nei dialoghi del cinema americano. Ecco, se applicassimo lo stesso criterio delle ricorrenze a queste lezioni, scopriremmo che Baricco adopera di frequente espressioni ultimative, parole che vanno a capo come “Punto.”, “Chiuso.”, “Fine.” So che lo spirito del tempo soffia in direzione contraria, ma io preferisco gli uomini del “forse”.

la pelle di zigrino

agosto 17, 2012

C’è chi pensa che i buoni libri debbano vendere poco. Per esempio Gilda Policastro, che su fb affermò, qualche mese dopo l’uscita del suo romanzo, che se vendi molto ti devi chiedere dove hai sbagliato. E c’è chi pensa che chi sta in alto (in classifica) sia meglio di chi sta in basso, come disse Alessandro Baricco commentando il successo dell’autobiografia di Del Piero nella conferenza tenuta all’ultimo Salone del Libro. Per me non si tratta di numeri, però il criterio con cui si riconosce la buona letteratura ha a che fare coi lettori, perché i buoni libri deludono sempre un po’, ma solo dopo averti illuso fino in fondo, nel senso che si riconoscono dal fatto che prima creano delle aspettative e poi le disattendono. Ovviamente non è il genere di delusione di quando ci si aspetta un buon libro e ci s’imbatte in una ciofeca. Le aspettative disattese sono più del tipo di Zainesh, l’amica eritrea che mi disse: “quando rileggo Anna Karenina spero sempre che non si ammazzi”. Deludente quindi in opposizione a “consolatorio”, che è l’epiteto con cui la critica liquida di solito la cattiva letteratura. Deludente perché non ti dà ragione, non ti blandisce, non ti conferma nei pregiudizi. Ti aspetti che il protagonista di Vergogna salvi alla fine il cane storpio e invece no, ti delude, lascia che venga soppresso, ma quell’abbandono è in realtà un gesto d’amore, una pietosa eutanasia. E’ che l’intrattenimento puro e la cripticità elitaria sono in fondo due opzioni ugualmente seduttive e mistificanti. Un buon libro non è una finestra su Gardaland e neppure la dimostrazione della congettura di Poincaré. E’ come la pelle di zigrino: più esaudisce i desideri e più accorcia la vita (interiore).